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Che invidia che mi fa quello snap di Mrs May

maggio 2, 2017 Giuliano Ferrara

Le elezioni anticipate nel Regno Unito esprimono una tradizione in cui il posto della ritualità politica è quello della massima efficienza e della corrispondenza tra mezzi e fini

 Theresa May

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Che invidia la snap election. Snap, come uno schiocco delle dita. La Regina d’Inghilterra regna molti decenni, porta i suoi tailleur pastello e i suoi cappelli gloriosi verso il centenario, ma i primi ministri di Sua Maestà schioccano le dita quando lo considerano opportuno, e in sei settimane si vota, il giorno dopo c’è il governo, e se per questo anche il governo ombra dell’opposizione. Una monarchia costituzionale che funziona come nessuna repubblica parlamentare. Meno pragmatici nell’esercizio rituale del potere, i thailandesi si prendono un anno e mezzo per una compiuta successione e sepoltura del loro Re.

Ma gli americani, repubblica presidenziale, non scherzano nemmeno loro: sono un altro modello, che ha il suo schema fattuale di verifica dei poteri, ma per fare le cose per bene sono sempre sotto elezioni, rinnovando una Camera e un terzo dell’altra, il Senato, ogni due anni, e ogni due anni rinnovando la corsa delle primarie presidenziali con tempi estenuanti, per poi aspettare tre mesi, dall’inizio di novembre alla fine di gennaio, a inaugurare il nuovo Potus (President of the United States). Una bella fatica, senza l’alea dello snap, con date elettorali fisse in Costituzione, comunque un sistema vivace e iperdemocratico ma complicato.

Dell’Italia meglio non parlare: da quando ho fatto la maturità liceale, che sia la prima o la seconda Repubblica, non sento parlar d’altro che della data delle elezioni, che è affidata a un ruolo ambivalente del Quirinale, ai giochi di partito i più lenti e sofisticati, all’interesse dei parlamentari a una dignitosa pensione maturata con i contributi. In Francia vige l’idea, dai tempi della Costituzione gaullista del 1962, di un incontro tra un uomo e il suo popolo. Prima era ogni sette anni, ora ne bastano cinque, ma la campagna è lunga e spesso surreale, e il presidente è eletto con la strana e insicura garanzia che i francesi qualche tempo dopo gli daranno una maggioranza parlamentare, chissà.

I tedeschi non hanno fretta, e disciplinati come sono tendono anch’essi alla scadenza fissa, e i russi, scongelati dall’eternità virtuale del partito unico e dai “raffreddori” dei suoi capi, si fanno un presidente per due cicli, poi un finto presidente che nomina il suo predecessore primo ministro allo scopo di permettergli, e gli anni passano, una tranquilla rielezione costituzionale alla fine del mandato (la staffetta Putin-Medvedev-Putin).

Che volete che vi dica? Mi sembra ovvio che il tempo breve e chiaro della formazione di governi e maggioranze nel Regno Unito, senza Costituzioni scritte tra le balle, esprime una tradizione in cui il posto della ritualità politica è quello della massima efficienza e della corrispondenza tra mezzi e fini. La politica non deve essere ingombrante. Non deve occupare in modo invadente e puntiglioso tutti gli spazi. Non è legata alle vie sinuose del tempo lungo, il rasoio di Occam funziona, nihil fit per plura quod fieri potest per pauciora. E intorno allo snap, allo schiocco, danzano i buoni fantasmi della favola. Il cittadino è rispettato, gli si offre un prodotto nuovo quando ce ne sia bisogno, e in fretta, e l’aura magica e irraggiungibile del potere si disperde a vantaggio di una funzione civile, semplice, alla portata di tutte le intelligenze e di tutti i comportamenti politici. Gli inglesi non hanno questa paura ossessiva dell’arbitrio, lo invocano come una prerogativa istituzionale decente e comune, infatti sono sicuri che la tradizione, la giurisprudenza, gli usi e costumi della nazione li proteggono per definizione da ogni possibile autoritarismo. Non c’è malaccio, come tecnica democratica.

Follie e ghiribizzi
Da noi abbiamo fatto un referendum in cui chi era per la riforma si sentiva dire ogni giorno da Renzi che la riforma era flebile, non toccava i poteri del premier, che poi è solo un presidente del Consiglio dei ministri, e si sentiva ripetere da Zagrebelsky che la democrazia sarebbe finita in bolgia autoritaria fosse passata l’abolizione del bicameralismo paritario. Follie, ghiribizzi, capricci politicanti e costituzionali di un sistema che non trova pace altro che nella mediazione infinita, nei suoi rinvii di palo in frasca, nella paura atavica  delle elezioni, che fino a ieri, chissà perché, si potevano tenere solo in primavera, come un picnic, e noi tutti fagottari sull’erbetta inabili a votare sotto la neve, in date inusuali e moleste.

Alla fine è arrivata la proporzionale per via di sentenza giurisdizionale, le Camere restano allegramente due, con identica funzione, e siamo tutti soddisfatti di avere la democrazia del controllo universale, dei partiti onnipotenti, della decisione priva di sveltesse, piuttosto obesa. Ma va bene così, unicuique suum. Però che invidia quello snap di Mrs May.

Foto Ansa

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