Memoria popolare

Che cosa rende veramente umana la nostra azione

Così nel primo testo per l’“Università popolare” Mp descriveva la “prospettiva totale” che occorre per liberarci dal conformismo e dal fanatismo, due facce della stessa medaglia
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Prosegue qui e si conclude la serie dedicata a “Una strada per l’uomo nella crisi attuale”, primo testo redatto dal Movimento Popolare per il progetto “Università popolari”. La seconda parte del testo tratta “Elementi propositivi per un discorso sull’uomo” e occupa le ultime 29 pagine del libretto. Anche in questo caso proponiamo una selezione di estratti. Tutte le puntate della serie sono disponibili qui.

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Ciò che è fondamentale nell’uomo è l’anelito che egli ha dentro di sé, l’istanza di mutamento, di novità, di salvezza che fa di lui un essere non come un animale che si ripete di generazione in generazione. L’animale non fa che ripetere quel che già era e non può andare oltre; l’uomo invece non può per sua natura sentirsi a posto nel restare così come si trova ad essere. Ha bisogno della salvezza, della guarigione, di essere liberato, di giungere veramente a sé. È un’istanza che non lascia riposo: la vera autocoscienza si realizza in qualcosa che l’uomo costantemente desidera; appartenendo ad essa egli diventa se stesso. Sarà se stesso andando al di là di se stesso. […]

L’iniziativa […] è l’azione cosciente e responsabile dell’uomo. È l’azione umana. Un uomo è libero, è responsabile, è persona quanto più prende volontariamente coscienza dei motivi e delle scelte di ciò che fa e del valore che persegue; quanto più trasforma la propria azione in propria iniziativa. Di questo deve prendere atto ogni uomo. […]

Desiderare il tutto e sentirsi nulla

L’autocoscienza è uno dei dati fondamentali della maturità umana. La coscienza infatti rivela l’uomo a se stesso e rende presente all’uomo quel fondamentale bisogno che lo costituisce, quell’istintiva ricerca di un Altro. L’autocoscienza, infatti, fa rendere consapevoli dell’esistenza dell’Altro, degli altri, delle cose, della storia. E della morte. Questa autocoscienza che è anche coscienza del limite proprio, limite nello spazio e nel tempo, fa sì che l’uomo, a questo pensiero, si ribelli, per l’orrore che egli ha del limite.

Questo è il dramma dell’esistenza: essere nel limite e sentirsi attirati verso l’infinito; dover morire e sentirsi destinati a vivere in eterno; desiderare il tutto e sentirsi nulla. Questa coscienza, cioè l’autocoscienza che l’uomo ha di sé rende ragione del fatto che l’uomo sia situato in un ordine naturale, quello del limite, ma è chiamato dal profondo di sé a partecipare a un ordine che è sopra la natura, un ordine soprannaturale. Tutti i drammi che si svolgono nella vita umana sono appunto segnati da questa tensione. […]

I greci parlavano di fato, gli stoici di necessità, i cristiani di provvidenza. Ma, al di sotto di ogni differenza, è in tutti la consapevolezza precisa di questa che è la realtà più grandiosamente evidente: il fatto che dipendiamo. La consapevolezza di questa dipendenza, di questo legame, di questo senso religioso si esprime con un’azione che la tradizione chiama preghiera. La preghiera parte dall’accorgersi che la nostra vita non è fatta da noi e che un Altro è gratuitamente, istante per istante, sorgente di essa. […] È una superficialità immane, è mancanza di intelligenza umana quella che guarda la preghiera come atteggiamento vile o la domanda come una debolezza. […]

L’intelligenza nuova dei cristiani

Nel rapporto tra l’uomo è la realtà il passo successivo a quello della conoscenza è il giudizio, è una valutazione, è un confronto tra il dato e la coscienza. Non c’è possibilità nell’uomo di sfuggire ad un procedimento del genere; tutta la nostra vita, di tutti i giorni, è intessuta di giudizi. A sua volta, il giudizio non si esaurisce in sé, ma è una specie di passaggio tra la conoscenza del dato e l’azione sul dato stesso. La decisione di intervenire sulla realtà, per modificarla, dipende da un giudizio che io do sulla situazione e sulla realtà. […]

L’intelligenza nuova è la capacità di riconoscere il valore dovunque esso sia. Ad esempio, l’intelligenza nuova che ci viene dall’incontro con Cristo e la comunità cristiana è l’intelligenza che coglie il valore, è la capacità di valorizzare tutto quello di positivo che c’è. Il valore, comunque esso sia, va riconosciuto con una cordialità nuova. Si tratta di una capacità di coglierlo, di affermarlo, di farlo venir fuori: questo significa spirito critico.

Normalmente “critico” significa la capacità di vedere il negativo delle cose; quasi che il costruire voglia dire il demolire: è quell’atteggiamento critico per cui quello che è afferrato lo è per essere tolto di mezzo. L’unico tipo di critica e di valutazione è invece la valorizzazione; non accetto, né per quello che faccio né per quello che sono né come agisco, di essere colto se non per il valore che porto. Così è il nostro atteggiamento di fronte a tutto, questo è il giudizio a cui ci educhiamo.

L’atteggiamento vero tra noi è solo quello di indicare e di cogliere il valore. La nostra cultura è tutta una passione per l’autenticità del valore, è tutta una tensione a far sì che il valore venga fuori. È per questo che la nostra è una cordialità così intensa, anche se non sempre riesce a trovare espressioni giuste, nei confronti dell’attualità, del presente, dell’oggi, dell’ambiente. Un tipo di intelligenza nuova da cui nasce un tipo di cultura nuova. […]

Quando una iniziativa diventa gesto

La vera azione dell’uomo è come abbiamo detto l’iniziativa: possiamo chiamarla gesto. È infatti l’eticità che rende gesto ogni azione dell’uomo. Perché l’uomo, nel suo agire, ha la coscienza del nesso che passa tra l’emergere della sua situazione contingente e l’ordine del tutto. La parola “tutto” è importante per il singolo gesto come i più minuti elementi della sua concretezza. La moralità cioè l’eticità è proprio ciò che stabilisce la posizione di un determinato momento dentro il tutto di cui fa parte. Perciò ogni momento dell’uomo, ogni azione dell’uomo, anche il mangiare e il bere, porta su di sé la responsabilità della testimonianza di una determinata concezione del tutto.

La prima condizione quindi perché un’azione possa essere sollecitata in senso etico è che la prospettiva, in nome della quale essa viene compiuta, sia grande come deve essere, per il tutto, sia cioè totale, universale. Invece la nostra società toglie questa dimensione del tutto dell’esperienza e l’azione dell’uomo si deve compiere o per conformismo o per fanatismo come due facce della stessa medaglia.

Totalità e amore senza misure

Innanzitutto occorre una spiegazione totale della realtà. Una convinzione deve essere una totale spiegazione del tutto, un senso ultimo della vita, del mondo e della storia. Ogni scetticismo ed enciclopedismo per cui la vita e la cultura siano solamente una congerie di materiali incapace di una vitale spiegazione di ogni brano di realtà lasceranno sempre l’uomo giustamente freddo, se non ostile.

Inoltre, la radicalità assoluta nell’amore: dimensione della carità nel suo senso più genuino. Amare è innanzitutto un modo di concepire sé, concepire sé come convivenza, come ontologicamente legato al tutto. Lo stesso gesto che crea me, crea tutto: per cui tutto è parte della mia esistenza. Il cristianesimo rende misterioso conto di questo fatto: l’origine dell’essere, il Dio è convivenza (Trinità).

Infine la totalità è anche quella di orizzonti in cui la propria umanità sia richiamata ad aderire: che la misura di amare sia amare senza misure. La carità è una legge senza confini, universale. In questa legge, porre un limite non è limitarla, ma abrogarla. Dobbiamo vivere per l’universo, per l’umanità intera. Limitare l’ambito del condividere così come l’esistenza ce ne dà possibilità, è rinnegare se stessi, è peccato (cioè difetto, che, nella sua origine latina, vuol dire venir meno, mancare di qualcosa). Limitare infatti la propria apertura di convivenza è cercare di imporre una propria misura alla legge profonda dell’essere, è confondere l’amore con il calcolo, scambiare il condividere con un tentativo di dominio.

(3. fine)

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