«Che colpa hanno di tutto questo gli avvocati?»

Il numero, i compensi, il rapporto coi magistrati. Intervista a Roberto Cataldi, direttore di un quotidiano sul mondo dell’avvocatura italiana

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Il rapporto del Censis 2016, commissionato dalla Cassa Forense Nazionale, scatta una triste fotografia del mondo dell’avvocatura in Italia. Il 60 per cento degli intervistati dichiara di avere sfiducia nel proprio avvocato così come nel sistema della giustizia in generale. Tempi.it ha intervistato Roberto Cataldi, avvocato e saggista, nonché direttore del magazine on line Studio Cataldi. Uno spazio dove vengono raccolte sentenze e curiosità sul mondo dell’avvocatura, ma anche storie di quotidiana difficoltà nell’esercitare il mestiere.

Diamo i numeri. Quanti avvocati ci sono in italia oggi?
In Italia abbiamo un vero e proprio primato con oltre 246 mila iscritti all’albo. Ci sono state delle oscillazioni significative negli ultimi tempi proprio perché molti colleghi hanno deciso di cancellarsi non riuscendo a far fronte neppure a quegli oneri economici minimi come il pagamento della Cassa Previdenza. Stiamo parlando comunque di numeri molto elevati, soprattutto se confrontati con altre realtà europee. In Francia, ad esempio, ci sono 60 mila avvocati, in Grecia 21 mila, in Irlanda appena duemila.

Quali sono le principali cause del declino della professione di avvocato? È colpa della crisi economica che ha colpito il paese?
La crisi economica del Paese ha colpito un po’ tutti, ma direi che gli avvocati sono stati svantaggiati anche da una serie di provvedimenti normativi che hanno reso la professione forense una di quelle più a rischio povertà. Sono stati aboliti i minimi tariffari che di fatto garantivano un compenso decoroso e sono state così favorite le grosse imprese e gli enti pubblici che, attraverso la stipula di convenzioni capestro, sono riuscite ad ottenere tariffe ben al di sotto di quello che una volta veniva chiamato il “decoro tariffario”. Oggi non si rispetta più neppure il principio contenuto nell’art. 2233 del codice civile, secondo cui “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Pensi che la scorsa primavera l’ordine degli avvocati di Santa Maria Capua Vetere ha dovuto denunciare al Consiglio Nazionale Forense che Equitalia aveva approntato una tabella per i compensi agli avvocati di 50 euro per una intera causa dinanzi al giudice di pace, a prescindere dal valore. Non solo, le vecchie tariffe forensi sono state sostituite con i cosiddetti “parametri forensi” che i giudici utilizzano per liquidare le spese di giudizio. Questi nuovi parametri di fatto hanno dimezzato l’onorario degli avvocati. E non certo per favorire il cittadino dato che alla riduzione dei compensi degli avvocati è poi corrisposto un aumento del contributo unificato e, più in generale, un aumento degli oneri da sostenere quando si deve esperire la mediazione obbligatoria.

Considerata la sua lunga esperienza, come ha visto cambiare lo scenario dell’avvocatura in questi anni?
La situazione dell’avvocatura è cambiata radicalmente. Ricordo ancora il primo giorno che ho messo piede in tribunale. Erano tempi in cui non avevamo i computer e nemmeno i cellulari ma riuscivamo ad ottimizzare i tempi, magari facendo le copie dei verbali con la carta carbone. Eppure, anche senza l’ausilio della tecnologia, le udienze si svolgevano con regolarità e senza troppe attese. Soprattutto c’era un maggiore rispetto da parte dei magistrati nei confronti dell’avvocatura. Un rispetto reciproco che oggi è venuto a mancare.

Come si reperiscono oggi i clienti?
Di questi tempi è diventato più difficile per un avvocato trovare clienti. Ricordo che agli inizi della professione nella mia città, Ascoli Piceno, eravamo in tutto 50 avvocati; oggi nello stesso albo ci sono più di 850 iscritti e, come potrà capire, il lavoro non è più sufficiente per tutti.
La situazione è più difficile nelle città di provincia, dove molti giovani avvocati fanno fatica a raggiungere un reddito annuo che superi i 10 mila euro. Molto spesso si finisce per dedicarsi ad altro. Ma la carenza di lavoro, paradossalmente, non significa neppure che gli avvocati abbiano più tempo libero a disposizione. Agli inizi degli anni Ottanta le udienze iniziavano con puntualità e finivano altrettanto presto. C’era persino il tempo di uscire con i colleghi per un aperitivo mentre oggi a volte si è costretti a saltare il pranzo. Per non parlare del fatto che per svolgere un’attività di qualche minuto si è costretti ad ore di snervante attesa. E questo perché si è diffuso tra molti magistrati il malcostume di arrivare tardi in udienza e di fissare tutte le cause alla stessa ora. Solo alcuni utilizzano delle fasce orarie che a volte poi non vengono rispettate. Perdere una mattinata di lavoro per un’attività di qualche minuto non può che risultare antieconomico e scoraggiare persino il più tenace dei professionisti.
Un’altra differenza significativa l’ho notata da quando sono aumentati gli importi del contributo unificato. Se una volta si poteva chiedere a un cliente privato un anticipo sull’onorario, oggi si riesce a malapena a farsi anticipare le spese vive. Il più delle volte si deve attendere la conclusione del giudizio per poter incassare il meritato compenso.

Parliamo del ruolo del numero chiuso nelle università. Nella professione medica è stato fondamentale introdurlo per non oberare il mercato. Come mai nell’ambito della giurisprudenza non è mai stato fatto?
In effetti è una scelta incomprensibile. Questa regolamentazione differenziata dei criteri di accesso all’università ha contribuito ad aggravare i problemi dell’avvocatura. Molti studenti che non sono riusciti ad entrare in facoltà a numero chiuso (come medicina), si sono riversati su quelle facoltà dove non c’erano sbarramenti analoghi: come giurisprudenza, appunto. La conseguenza è che oggi siamo diventati così tanti che non c’è più lavoro per tutti. Solo adesso, dopo che il “danno è stato fatto”, ha fatto capolino l’idea del numero chiuso tra le ipotesi di riforma dell’avvocatura.

Si parla sempre di giustizia lumaca. In questo hanno colpa anche gli avvocati?
Il mondo politico dovrebbe essere un po’ più onesto su questo. Gli avvocati non c’entrano nulla con i ritardi della giustizia. Ricordo che qualche anno fa fu introdotto, per alcuni tipi di controversie, “il rito societario”. Si trattava di un procedimento in cui le incombenze degli avvocati dovevano essere svolte in tempi ristrettissimi. Così nel giro di poco tempo gli avvocati riuscivano a svolgere tutte le attività difensive. Nei fatti però i giudici non avevano tempo per emettere le sentenze e quindi rinviavano la decisione costringendo ad una attesa che poteva durare qualche anno. In realtà anche nel processo civile le attività degli avvocati si possono esaurire in poco tempo. Ma se sono necessarie sei udienze e i giudici le distanziano di sei mesi, si finisce per impiegare 3 anni per compiere attività che che si potrebbero tranquillamente svolgere in qualche settimana. Non solo. Quando la fase istruttoria è terminata, i giudici fissano un’ultima udienza: quella per la precisazione delle conclusioni. Ed è qui che i nodi vengono al pettine: quell’udienza (che oltretutto serve a poco dato che le conclusioni non si possono modificare) viene fissata talvolta a distanza di oltre due anni. Che colpa hanno di tutto questo gli avvocati?

Come si potrebbe velocizzare il tutto?
I problemi della lentezza nascono in parte dalla eccessiva farraginosità delle procedure che necessitano di una radicale semplificazione, in parte dipendono dalla enorme mole di lavoro che richiede un aumento dell’organico. In parte dalla previsione di udienze inutili come, tanto per dirne una, l’udienza per il giuramento dei Consulenti Tecnici d’Ufficio. Anche i medici hanno un loro giuramento ma non devono certo ripeterlo per ogni nuovo paziente. Se poi eliminassimo anche l’udienza per la precisazione delle conclusioni forse qualche risparmio di tempo lo potremmo avere. Altra cosa che potrebbe aiutare a smaltire il contenzioso è estendere la portata della procedura per la correzione degli errori materiali. A cosa serve scomodare una Corte d’Appello quando la sentenza di primo grado è frutto di una banale svista che lo stesso giudice potrebbe correggere? L’appello resterebbe comunque ma solo per una rivisitazione del merito e non per gli errori di “distrazione”.

Gli italiani come vedono gli avvocati? Che tipo di rapporto hanno con la legge?
Nell’immaginario collettivo a volte l’avvocato è visto un po’ come l’azzeccagarbugli manzoniano, un professionista che deve “imbrogliare” le carte per trasformare il torto in ragione. Altre volte è visto come una persona insensibile, “con i peli sullo stomaco” oppure, per usare le parole di John Grisham, come “uno squalo che nuota nell’acqua sporca”. Sono solo stereotipi che non trovano alcun riscontro nella realtà. Anzi è mia personale convinzione che per essere dei grandi avvocati bisogna anche essere persone sensibili ed empatiche. Non si può difendere bene un cliente se non si ha la capacità di calarsi nei suoi panni e di comprenderne a fondo le ragioni.

Siete spesso visti come una casta.
Le posso assicurare che un giovane avvocato oggi ha davanti a sé una vita davvero difficile. Per non parlare delle grosse responsabilità a cui si espone specie da quando il legislatore ha inserito nel codice di procedura, una serie infinita di trappole procedurali che espongono al rischio di far perdere una causa anche solo per un banale errore di forma. Ci stiamo riavvicinando verso forme più arcaiche di giustizia come quelle che caratterizzavano ad esempio il diritto dell’antica Roma. Nel processo per “legis actiones” ad esempio anche un minimo errore nell’uso di una parola poteva comportare la perdita della lite. Dire al giudice che il nostro vicino aveva tagliato venti ciliegi significava perdere la causa perché la formula processuale richiedeva di utilizzare il termine “alberi” e non “ciliegi”. Oggi assistiamo a qualcosa di molto simile. Alcuni mesi fa ad esempio un cittadino che aveva subito un danno riconducibile all’operato di un falso dentista si è visto respingere la domanda di risarcimento danni perché il suo avvocato l’aveva qualificata come “contrattuale” invece che “extracontrattuale”. E francamente un sistema del genere non mi pare degno di una società civile. Occorre assolutamente recuperare la prevalenza del diritto sostanziale sul diritto processuale.

Nel rapporto Censis è indicato che più del 70 per cento degli avvocati si apre uno studio proprio. È un punto di debolezza?
Credo che sia proprio la conferma del fatto che difficilmente uno studio legale riuscirà a garantire lavoro a nuovi arrivati. Molti studi sopravvivono grazie al lavoro non retribuito dei praticanti. Ma quando il praticante diventa avvocato spesso viene accompagnato alla porta e deve necessariamente mettersi in proprio. Ma le cose non sono proprio così semplici perché oggi c’è una concorrenza che non ha precedenti. E ci sono alcuni studi che mettono in atto pratiche scorrette di accaparramento della clientela fatte anche di corruzione, come accade nel settore dell’infortunistica stradale.

Quali sono i compensi medi che un avvocato riceve? Bastano a sostenere tutti gli altri costi?
Oggi è molto difficile far quadrare i conti. Specie quando si è agli inizi. Molti clienti privati non hanno la possibilità di pagare e l’unica speranza di guadagno dell’avvocato è vincere la causa e recuperare le spese dalla controparte. Ma anche qui non c’è alcuna certezza perché fin troppo spesso i magistrati abusano della compensazione delle spese legali lasciando “a secco” gli avvocati. Inoltre il fatto di dover rimandare l’incasso degli onorari al termine della causa significa dover anticipare per anni le spese di gestione dello studio legale prima di poter iniziare a guadagnare qualcosa.

Quale ricetta avrebbe per risollevare le sorti della professione? Sul vostro quotidiano avete raccontato anche storie di avvocati che abbandonano la carriera perché troppo poco redditizia e decidono di intraprendere tutt’altra strada.
Quello che potrei suggerire al legislatore è di stabilire innanzitutto una regola uguale per tutte le università: o c’è il numero chiuso oppure non c’è. E allora la selezione la si farà in base al merito. Se la regolamentazione è diversa da una facoltà all’altra, si creano degli squilibri e conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il secondo suggerimento che mi sento di dare è di tenere a mente che anche gli avvocati hanno dei diritti, che una mamma avvocato non è diversa da una mamma impiegato, che garantire la libera concorrenza non significa avallare lo sfruttamento del lavoro. Perché mai si tutela il lavoro dipendente mentre non si dà alcuna tutela a un avvocato che lavora per la banca, per un’assicurazione, per un ente? Non dobbiamo dimenticare che nel nostro ordinamento giuridico esiste un principio in base al quale si considerano illecite le forme di sfruttamento dello stato di bisogno altrui. Un principio che trova diverse applicazioni come nelle norme contro l’usura oppure nelle norme che consentono a chi ha concluso un contratto in condizioni di bisogno di rescinderlo se c’è stata una notevole sproporzione tra le contrapposte prestazioni contrattuali. Insomma che non si debba sfruttare lo stato di bisogno altrui è un principio che dovrebbe pervadere tutti gli ambiti se si vogliono evitare ingiustizie e irragionevoli disparità di trattamento. Mi è capitato tempo fa di leggere l’annuncio di una giovane avvocatessa laureata con 110 e lode che proponeva di collaborare in studio a tempo pieno dietro un compenso mensile di 200 euro. Le sembra una cosa possibile? Con il pretesto della libera concorrenza si è oggi attuato un sistema che permette ai più forti di sfruttare i più deboli. E tutto questo non mi sembra affatto un segno di progresso. È forse arrivato il momento di restituire ai giovani avvocati il diritto di diventare ciò che hanno sempre desiderato di essere, e fare in modo che il loro lavoro possa aiutarli a ritrovare se stessi.

Foto Ansa

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