Tentar (un giudizio) non nuoce
Un nuovo centralismo? Cosa mi preoccupa di questa Europa (e non solo)
C’è un’aria di nuovo centralismo che soffia in Europa e anche nel nostro Paese. Non è una opinione, ma un fatto confermato da numerosi indizi.
Faccio tre esempi di questi ultimi giorni.
La settimana scorsa si è tenuta a Roma la Conferenza Nazionale della Cooperazione internazionale allo sviluppo. Due giorni di lavoro, dieci sessioni, un centinaio di relatori; nessuna voce di esponenti delle regioni o degli enti locali. Come se nella grande famiglia italiana della cooperazione allo sviluppo non avessero posto i territori, che pure giocano un ruolo importante e sostengono decine di progetti. Una svista, una dimenticanza, segno però di una scarsa considerazione.
Sempre in settimana a Milano si è svolta una due giorni di valutazione sull’utilizzo dei fondi e sullo stato di attuazione dei progetti del Pnrr. Tra bilanci, numeri e molta soddisfazione per i risultati raggiunti, il Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea Raffaele Fitto ha dichiarato che per far fronte alla crisi energetica e ai costi crescenti di famiglie e imprese si può attingere ai fondi europei per le politiche di coesione, dimostrando così di considerarli una sorta di borsellino a disposizione per ogni emergenza. Ma queste sono le risorse programmate e gestite da regioni e territori a sostegno dello sviluppo locale. Con scelte e priorità decise dal basso, secondo le specificità locali, non calate dall’alto secondo priorità e decisioni assunte a Bruxelles, tutt’al più consultando Roma.
Centralismo europeo e nazionale
Questa dialettica si colloca nel più ampio confronto sul prossimo bilancio della Unione Europea per il periodo 2028-2034. Entro il mese di giugno, Cipro, che ha la presidenza europea di turno, intende chiudere la “scatola negoziale”, ovvero l’impostazione del bilancio con le rubriche che lo comporranno e le priorità di spesa. Peccato che la proposta della Commissione riduca drasticamente i fondi per le politiche regionali e di coesione così come quelle per la politica agricola comunitaria, accorpandole peraltro in una unica rubrica. Così che gli agricoltori, per spuntare più risorse, dovranno toglierle a regioni ed enti locali. Inoltre, la programmazione di tali risorse non sarà più in capo autonomamente alle regioni, in dialogo con i soggetti del territorio, ma passerà da “programmi di partenariato nazionali e regionali”. È curioso che l’acronimo di questi piani – Ppnr – sia molto simile a Pnrr. Ma “cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”; cioè entrambi i programmi si fondano su una decisione che in ultima istanza sta in capo alla Commissione Ue e ai governi nazionali, anziché alle istituzioni del territorio.
Si potrebbero fare tanti altri esempi, dai regolamenti europei calati dall’alto sulla testa di imprese e cittadini, alla proposta di legge delega del Governo in materia di sanità che di fatto “espropria” le regioni della gestione degli ospedali più importanti nei loro territori, sottoposti ad una norma nazionale.
Che cosa è tutto questo se non un rigurgito di centralismo europeo e nazionale?
È questa la direzione giusta e necessaria per superare le crisi attuali?
Davvero pensiamo che il gap di competitività dell’Europa può essere risolto attraverso scelte centraliste che ignorano le specificità dei territori? Forse che la Lombardia e la Basilicata hanno bisogno delle stesse politiche e azioni per accrescere la propria competitività?
Rialzare la testa
Io non lo credo. E vedo in queste scelte una svolta di stampo “imperiale” che confligge con la storia, la cultura politica e la tradizione civica dell’Europa.
Non è snaturandosi per assomigliare agli Stati Uniti o alla Cina che l’Europa ritroverà il suo posto nel mondo. Ma ritornando alle proprie radici, cristiane e sussidiarie, cioè costruite sulla centralità della persona, delle comunità locali e dei territori, “uniti nella diversità” come recita il motto dell’Unione Europea.
I popoli europei non accetteranno mai un super stato sopra le loro teste, che inesorabilmente porterebbe con sé un vento di dispotismo.
Per questo le autonomie locali e le autonomie sociali dovrebbero alzare la propria voce e far sentire in modo più chiaro il proprio dissenso verso scelte che mettono a rischio il futuro stesso del progetto di integrazione europea.
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