C’è un’Italia ad alta produttività. All’estero. Reportage dal mondo Fiat in Brasile

Ventimila operai. Ottocentomila vetture l’anno. Nuove aperture. Viaggio negli stabilimenti Fiat in Brasile dove tutti comprano a rate. Ma intanto la società esce dalla miseria

Reportage da Betim, Brasile. In Brasile tutto è gigantesco. Ma la fabbrica Fiat di Betim, nel Minas Gerais, è sbalorditiva anche per gli standard brasiliani. Lo si capisce già quando si imbocca il viale che costeggia l’impianto e che conduce alla Porteria 2, quella per i visitatori di ogni genere. Sui due lati dello stradone sono parcheggiate decine di bisarche, metà già stipate di automobili nuove di zecca da trasportare in 570 concessionarie sparse in tutto il paese, metà vuote in attesa del prezioso carico. Di là dal cancello e dalla doppia portineria si stende un’area di 2,2 milioni di metri quadrati, 800 mila coperti da edifici. Ci entrano ogni giorno per produrre, amministrare o firmare contratti 22 mila persone, 20 mila delle quali dipendenti Fiat e gli altri 2 mila visitatori e fornitori di ogni genere. Lungo l’autostrada che va da Belo Horizonte a San Paolo le uscite per le località intermedie sono indicate, come in Italia, da segnaletiche verdi con la scritta della cittadina in bianco; fra questi cartelli ce n’è uno dove la scritta bianca su verde porta il nome “Fiat”, esattamente come se si trattasse di una città.

Ma più che una città la Fiat di Betim assomiglia a una grande base militare, di quelle in cui fervono i preparativi alla vigilia di una grande campagna. Capannoni grandi come stadi di calcio e alti come cattedrali si susseguono fra viali alberati e aiuolati; al posto dei soldati nelle divise delle varie armi, brigate di operai con tute diverse a seconda del reparto di lavoro – tutti giovani, tutti maschi – sciamano verso le rispettive postazioni. Veicoli di ogni genere e dimensione percorrono viali e vialetti diretti agli enormi spiazzi che ospitano ciascuno un solo materiale, un solo articolo: migliaia di pezzi di residui di acciaio, centinaia di bancali, migliaia di elementi di armature metalliche, eccetera. E come nelle basi militari, vigono parecchi divieti: senza un permesso scritto della direzione nessun ospite può introdurre macchine fotografiche, registratori, cineprese, cellulari in grado di fotografare, pc, chiavette, eccetera. Sul passaporto degli stranieri il visto deve essere “business”: se si tratta di un visto turistico, non c’è modo di farsi ammettere.

Il boom degli acquisti
I numeri di Betim fanno paura: da qui escono 800 mila e passa vetture all’anno, 3.145 per giornata lavorativa, ovvero 180 all’ora, ovvero una ogni 20 secondi. Sono automobili e mezzi di trasporto merci leggeri di 17 modelli diversi in ben 270 versioni. Quando si pensa agli stabilimenti italiani, specializzati ciascuno su un solo modello o quasi, viene malinconia. A essere precisi, quello brasiliano non è lo stabilimento Fiat più efficiente del mondo: a Tychy, in Polonia, 6 mila operai producono 472 mila vetture all’anno, che significa 79 auto per addetto; in Brasile la media è di 40, che è comunque il doppio delle 20 per addetto dei cinque stabilimenti italiani in funzione nel 2011 (prima della chiusura di Termini Imerese). Sulla maggiore produttività brasiliana rispetto all’Italia si discute: gli scettici affermano che i modelli sono meno sofisticati di quelli italiani; gli entusiasti fanno notare che i premi di produttività incidono sullo stipendio finale degli addetti più che in Italia, al punto che il 20 per cento dello stipendio di un operaio Fiat brasiliano dipende dalla parte variabile della retribuzione. I realisti come Roberto Baraldi, responsabile della comunicazione aziendale e direttore del mensile Mundo Fiat, fanno notare che «i nostri fornitori portano qui sistemi quasi completi, Fiat Betim è il terminale di un grande e diversificato parco di fornitori che lavorano per lei; il 70 per cento degli acquisti per la nostra produzione arriva da fornitori che lavorano in esclusiva per noi». Oltre ai 20 mila interni, altre 10 mila persone producono per questo stabilimento.

Ma la vera differenza sta nel fatto che qua in Brasile le auto si vendono veramente, e questo stimola a organizzare una fabbrica dove se ne producano sempre di più e in tutti i modelli richiesti: l’anno scorso Fiat Brasile ha venduto 838 mila auto, quasi tutte all’interno del paese (solo 60 mila sono state esportate, principalmente in Argentina e in Messico). Nel mese di agosto dell’anno scorso, Fiat Brasile ha immatricolato 98 mila veicoli, Fiat Italia appena 16.699. È vero che la popolazione brasiliana è un po’ più del triplo di quella italiana, ma le vendite brasiliane sono quasi sei volte quelle italiane. Siamo davanti a un boom degli acquisti, nel momento stesso in cui in Europa le vendite diminuiscono a botte del 20 per cento all’anno. La somma dei due fenomeni aumenta l’impatto del Brasile sul fatturato totale del gruppo: appena due anni fa la Fiat brasiliana incideva per il 21,5 per cento sul fatturato totale della Fiat nel mondo (11,9 miliardi di euro su 56 totali), i numeri dell’anno scorso dicono che l’incidenza è salita al 25,1 per cento (15 miliardi di euro su 59,6).

Il valore del made in Italy
In Brasile il boom dei consumi continua, le grandi imprese brasiliane e straniere ne beneficiano enormemente, e chi guarda da fuori farebbe bene ad affrettarsi prima che il vento cambi direzione. La Fiat ha in programma di aprire una nuova fabbrica nel nord del paese, nello stato di Pernambuco, che dal 2015 produrrà 200 mila unità all’anno; nel frattempo Betim verrà rinforzata per portare la sua capacità a 950 mila unità all’anno. L’ottimismo regna sovrano. Le aziende italiane registrate sono oltre 700, nel 2011 (ultimo dato disponibile) l’interscambio commerciale fra Brasile e Italia è stato pari a 11 miliardi e 664 milioni di dollari e siamo diventati l’ottavo partner commerciale del gigante latinoamericano. Tim ha 70 milioni di clienti nel paese ed è a cavallo fra il decimo e l’undicesimo posto nella classifica delle imprese coi maggiori fatturati (la Fiat è quarta avendo superato la Volkswagen); Pirelli realizza principalmente in Brasile un terzo circa del suo fatturato globale con una produzione distribuita in 5 stabilimenti.

C’è da preoccuparsi per il futuro? Sì. Chi non ha le classiche fette di prosciutto sugli occhi vede gli ostacoli che stanno sulla strada della definitiva trasformazione del Brasile in un paese a reddito medio-alto. Da un decennio il paese sta beneficiando di un rialzo dei corsi delle materie prime minerarie e agricole, di cui è sempre stato ricchissimo: l’industrializzazione e l’aumento dei consumi in Cina e in altre aree asiatiche hanno trainato la crescita del Pil brasiliano. Ma è bastata una piccola battuta d’arresto nella crescita cinese l’anno scorso (+7,8 per cento contro il 9,2 per cento del 2011) perché i riflessi si facessero sentire qua: nel 2012 il Pil brasiliano è cresciuto solo dell’1 per cento contro il 2,7 dell’anno prima e il 7,5 del 2010.

Gli imbuti che impediscono al Brasile di decollare definitivamente sono principalmente due: lo stato disastroso del sistema scolastico (non compensato dall’ottimo livello di molte università) e l’inadeguatezza delle infrastrutture di ogni tipo. Gli immensi profitti dell’export sono stati utilizzati da una parte per sussidi ai prezzi e direttamente ai nuclei familiari più poveri per stimolare i consumi, dall’altra per creare campioni industriali nazionali attraverso politiche protezionistiche e del credito facile. Bndes e Caixa Economica Federal, le due principali banche pubbliche, sono attualmente esposte con le grandi imprese statali e private brasiliane ciascuna per oltre 700 miliardi di reais, cioè 350 miliardi di dollari a testa. La sola Petrobras per avviare la valorizzazione dell’immenso giacimento di petrolio “pre-sal” nelle acque profonde al largo di Rio de Janeiro ha compiuto il più grande aumento di capitale della storia, con 70 miliardi di dollari in nuove azioni.

La lotta alla povertà
Le politiche di lotta alla povertà (Bolsa Familia e Fome Zero) e di credito ai consumatori hanno permesso in pochi anni di tirare fuori dalla miseria 28 milioni di brasiliani e di farne transitare nella classe media 35: per la prima volta nella storia metà della popolazione brasiliana fa parte della classe media. Una classe media e medio-bassa molto indebitata. Spiega Baraldi della Fiat: «Il 70 per cento delle nostre vendite sono pagate a rate, gli impagati ammontano al 7 per cento». Paragonate agli stipendi, automobili e altri beni di consumo non sono affatto a buon mercato: i modelli Fiat più economici (Mille, Palio, Novo Uno) costano l’equivalente di 9-10 mila euro, quando lo stipendio di un operaio, compresi i benefit sanitari, alimentari e per la scuola dei figli, non vale più di 7-800 euro. Inevitabile indebitarsi.

Pedro è il proprietario di “Starter Calçados”, un negozio di scarpe, abbigliamento e articoli sportivi nella favela di Jardim Teresopolis, separata dalla fabbrica Fiat di Betim soltanto dalle corsie dell’autostrada Belo Horizonte-San Paolo. Negli ultimi anni, grazie anche a un progetto di sviluppo delle attività imprenditoriali finanziato da Fiat e realizzato dalla Ong italiana Avsi, ha parecchio incrementato il suo giro di affari. «Il 70 per cento dei miei clienti compra con “pagherò” informali, semplici fogli con la loro firma, un altro 20 per cento paga con carta di credito e solo il 10 in contanti. Ma nel giro di 30-60 giorni tutti saldano i loro debiti. Quasi tutti».