C’è almeno una branca dell’economia in cui i robot non potranno sostituirci

Nel futuro dipinto da Isaac Asimov, il lavoro sarebbe stato sostituito dall’automazione e all’uomo sarebbero state riservate funzioni che richiedono l’intelligenza, la creatività, il talento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La più lunga crisi economica e sociale della nostra storia sta lasciando una striscia di bava lunga e repellente. Si vedono negozi che chiudono, imprese che falliscono, lavori che vengono sostituiti dalle braccia silenziose dei robot. Isaac Asimov, ottimista sul futuro come è giusto sempre essere, pensava al nostro avvenire come un luogo in cui il lavoro manuale, faticoso e avvilente, sarebbe stato sostituito dall’automazione e all’uomo sarebbe stato riservato il privilegio di svolgere quelle funzioni che richiedono l’intelligenza, la creatività, il talento. Forse sarà così, sul lungo periodo. Per l’intanto stiamo passando per una cruna dell’ago purulenta. Aggravata dalla crescente finanziarizzazione dell’economia, che ha trasferito potere decisivo nelle mani di centrali spesso invisibili che, giocando speculativamente, sono in grado di condizionare le vicende, anche politiche, delle società contemporanee.

A questo è dedicato un radicale pamphlet di Gianluigi Paragone il cui titolo, Gang Bank, rimanda al suo contenuto, un attacco ad alzo zero alla pervasività delle attività finanziarie nella vita delle comunità di questo tempo. Pur senza demonizzare una branca vitale per ogni sistema economico va detto che, a fronte della crisi verticale della struttura industriale della società, si è, in questi anni, manifestata una progressiva sostituzione dell’economia finanziaria a quella reale. Ma questa, fatta com’è di carta, ha mostrato una sua pericolosa fragilità, come dimostra il crollo del 2008, i cui effetti stiamo ancora vivendo.

E allora bisogna far sì che nasca una nuova economia fatta di creatività, di solidarietà, di spirito comunitario. Gli uomini devono fare quello che le macchine non sanno fare, non possono fare. Almeno fin qui. Esiste anche un’economia del bello e del cuore. Lì gli esseri umani sono, o dovrebbero essere, inimitabili.

Foto Ansa

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