Caso Mantovani. Alcune domande pesanti per i giornalisti dalla condanna facile

Non ci sono aste truccate, non si briga per appalti né per sistemare sodali. Come si può scrivere che il suo arresto (preventivo) è un «verdetto del buonsenso»?

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Caro direttore, per quanto ormai da anni mi occupi di comunicazione di crisi nel contesto difficilissimo e complesso di casi di natura mediatico giudiziaria, non ho potuto fare a meno di stupirmi, per l’ennesima volta, leggendo come è stata trattata la vicenda Mantovani.

Il vice presidente di regione Lombardia è stato arrestato con grande clamore, nei giorni in cui vi era la massima esposizione ai media del caso Marino.

Su di lui è stato detto e scritto di tutto. Il giornale della borghesia milanese, quello che sta in via Solferino, è stato come sempre il più duro nel trattare la notizia e argomentarla. Credo che resterà a lungo un mirabile esempio di un certo modo di fare giornalismo un pezzo di Giangiacomo Schiavi che, senza fondatezza di argomenti, scrive di «verdetto del buonsenso»: «non doveva arrivare fin lì». La firma del Corriere non ha timore di azioni legali e richieste di risarcimento danni e scrive che Mantovani «trucca le asti, briga per gli appalti, usa i suoi poteri per interessi personali, traffica per sistemare i suoi sodali».

Ebbene, non ci sono aste truccate, non si briga per gli appalti, non c’è interesse personale neppure indiretto e nemmeno attività da “traffichino” per sistemare sodali.

Vediamola in carrellata, le accuse. Gli assessori Garavaglia e Mantovani si interessano di capire meglio perché una onlus, la Croce verde Ticinia, non potrà più effettuare il servizio di assistenza ai dializzati. Fanno politica, sono assessori regionali e Mantovani ha la delega alla sanità. Non ci sono tangenti, finanziamenti illeciti, soldi, neppure spiccioli, nemmeno un’assunzioncina in cambio di questo interessamento. Stop, finito.

E la corruzione? L’architetto Parotti, che presta la sua professionalità per una serie di consulenze (non per lavori o interventi materiali) è stato regolarmente pagato e non c’è prova di alcun intervento di Mantovani per averlo fatto lavorare nel settore pubblico. È un professionista come un altro che lavora con amministrazioni pubbliche e privati.

E la concussione? Mio caro direttore, ci sono quasi mille parlamentari. Qual è la persona con cognizione di causa che crede al fatto che un potente provveditore alle opere pubbliche abbia mantenuto al suo posto un funzionario di cui si ha la sola certezza che lavorasse sodo per le “indebite” e fortissime pressioni di un senatore? E cosa c’è di male in un ex sottosegretario alle Infrastrutture che ha seguito la messa in sicurezza di molti plessi scolastici in un Paese, il nostro, con un gigantesco problema in proposito, che dice nel 2012 al nuovo provveditore: “Mi permetto di chiederle di non spostare quel funzionario che ha seguito tutti i progetti impostati e avviati dal 2008 al 2011, sennò c’è il rischio concreto che tutto si areni”?

E cosa c’è di male, caro direttore, in un sottosegretario che è anche sindaco e che tiene al suo Paese e si raccomanda con un funzionario del ministero affinché l’iter autorizzativo per la realizzazione di una casa di riposo ad Arconate non proceda a passo di lumaca, ma celermente? Cosa c’è di male, soprattutto se si considera che quella casa di riposo non appartiene affatto né a Mantovani, né alla sua famiglia, né a società anche solo indirettamente ad essi riconducibili?

Sono interrogativi che pesano, gentile direttore, e che dovrebbero imporre tra gli operatori dell’informazione, soprattutto se cattolici, un processo di autocritica. Perché alla base di tutto, c’è il rispetto della dignità umana. E almeno questa non è ancora messa in discussione dai molti cambiamenti in corso nella Chiesa cattolica.

Con viva cordialità

Andrea Camaiora
giornalista, esperto in Litigation PR

Foto Ansa

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