Carlo Nordio, gran magistrato consapevole dei limiti della giustizia

Il procuratore reggente di Venezia va in pensione. Un saluto pieno di stima a un garantista convinto e perciò protagonista di inchieste formidabili

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C’è una sottile ironia, del tutto involontaria, nell’annuncio dell’andata in pensione di Carlo Nordio, 70 anni compiuti il 6 febbraio e da tempo procuratore reggente di Venezia. E l’ironia si racchiude nella data. Perché mancava una manciata di giorni al 17 di questo mese, venticinquesimo anniversario di Mani pulite: la grande inchiesta cui proprio Nordio dette un contributo fondamentale, unico, e antitetico (per coerenza e integrità) rispetto a quello di tanti colleghi coinvolti nelle indagini sulla corruzione della Prima Repubblica.

Nordio, partendo dal Veneto, indagò e colpì con inchieste efficaci non soltanto i rappresentanti dei partiti di governo, ma anche un centinaio e passa di funzionari del Pci-Pds e di rappresentanti delle cooperative. Ottenne molte loro condanne. Fu, insomma, tra i pochi pubblici ministeri che negli anni tra 1992 e 1996 indagarono sull’intero spettro dei soggetti politici che incassavano tangenti e finanziamenti illeciti. È vero anche che Nordio si fermò di fronte al vertice del Pci-Pds: coerentemente con le sue idee di giustizia, e soprattutto con la legge, ammise che la formula «non poteva non sapere», che altrove era stata adottata nei confronti di Bettino Craxi e di altri segretari di partito, era un mostro giuridico. E quindi, non avendo trovato le prove per ottenere il rinvio a giudizio di Achille Occhetto o di Massimo D’Alema, chiese il loro proscioglimento.

Eppure Nordio aveva visto da vicino e studiato la perfetta macchina del Pci-Pds. Aveva potuto constatare anche la granitica fedeltà dei suoi funzionari. Perfino la loro disponibilità a mentire e a cancellare prove. Nelle richieste finali della sua indagine, Nordio scrisse di non aver potuto procedere nell’inchiesta sul patrimonio del Pds, dove erano finiti immobili per migliaia di miliardi di lire, a causa della scomparsa della documentazione.

Il 19 settembre 1993 il pm milanese Tiziana Parenti, che a sua volta indagava su Marco Fredda, responsabile del patrimonio immobiliare del partito, aveva fatto perquisire i suoi uffici alle Botteghe Oscure. Davanti a quintalate di carte, e su richiesta dei funzionari del Pds («se li portate via, non possiamo lavorare»), i carabinieri avevano rinunciato a trasferire quelle migliaia di fascicoli a Milano. Le carte, così, erano rimaste in alcune stanze del palazzo, sigillate dai militari.

Due giorni dopo Tiziana Parenti aveva spedito la Guardia di finanza a visionare i documenti, ma i sigilli erano stati violati e la documentazione era sparita. Nordio ricorda, sconsolato: «Gli agenti trovarono l’ufficio assolutamente vuoto». Erano rimaste solo le tracce degli scatoloni, trascinate sui pavimenti. Ecco, se mai leggerà questo articolo e queste parole, il procuratore ricorrerà forse a una delle sue frasi più tipiche, intimamente laiche e liberali: «Il concetto di giustizia si afferma solo nel calvario delle sue sconfitte».

Ma Nordio non è stato solo tangenti rosse. Ha condotto mille altre inchieste, da quelle sulla «colonna veneta» delle Brigate rosse fino a quella sugli appalti miliardari per le paratoie mobili, che dovrebbero proteggere Venezia dalle maree. Ha scritto bellissimi libri: nel 2010, assieme a Giuliano Pisapia, ha pubblicato In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili, che spiega con chiarezza esemplare i disastri della nostra amministrazione giudiziaria.

Ha anche tentato di dare all’Italia nuove norme penali, più semplici e garantiste, come presidente della Commissione per la riforma del codice. La sua proposta è rimasta chiusa in qualche cassetto parlamentare. Del resto, si sa: «La giustizia si afferma solo nel calvario delle sue sconfitte».

Un saluto pieno di stima, dottor Nordio.

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