Aleppo. Padre Ibrahim e la carità guerriera

«La soluzione dei problemi non verrà dalle mani dell’uomo, ma per intervento divino»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Di cosa sono fatti questi preti che restano sul posto, al servizio di un popolo sempre più piccolo? Questi vescovi che continuano a vigilare sul gregge anche se il pascolo è quasi diserbato e sopra ci piovono razzi e bombe? Tre quarti degli abitanti di Aleppo se ne sono andati, in fuga per la salvezza o falciati dai cecchini e dalle esplosioni. Invece il 95 per cento del clero resiste lì dove la guerra lo ha trovato quattro anni fa, e alcuni confratelli sono giunti nel frattempo a dare manforte. Gli assenti sono quasi tutti giustificati: sono stati rapiti o uccisi nel corso della guerra. Le comunità si sono assottigliate, ma la vita comunitaria cristiana si è intensificata grazie alla dedizione dei sacerdoti. Nessuno di loro lascia mai la sua postazione, se non temporaneamente per poi tornare a servire meglio la comunità.

Per esempio padre Ibrahim Alsabagh, parroco latino di Aleppo dal novembre 2014, è di passaggio in Italia. Questa è solo la terza volta che viene nel nostro paese da quando ha assunto la responsabilità della parrocchia di san Francesco nel quartiere di Azizieh, eppure gli amici che desiderano incontrarlo, ascoltarlo e parlarci sono migliaia. Le precarie comunicazioni fra la ex metropoli settentrionale della Siria e lo Stivale non hanno minimamente condizionato l’intrecciarsi di un tessuto di comunione e di carità fra cristiani dei due mondi, al punto che nei primi incontri della sua terza visita da quando è parroco il padre Ibrahim può ben dire: «Prima di entrare in questa sala non conoscevo di persona quasi nessuno dei presenti, eppure vi portavo già tutti dentro al cuore ed ero perfettamente unito con voi».

Le notizie dal fronte come sempre oscillano fra l’illusione e la disperazione. Pare essere alle viste una grande offensiva delle Forze democratiche siriane, cioè curdi e arabi armati e sostenuti dal Pentagono, supportati dall’aviazione della coalizione a guida statunitense, contro Raqqa, la capitale dell’Isis. Pare che i russi abbiano concesso una tregua ai ribelli per incoraggiarli a staccarsi da Jabhat al Nusra e che vogliano unirsi all’offensiva contro Raqqa, ma gli americani hanno risposto “niet”. Intanto i turchi ritornano all’attacco con la loro proposta di creare una zona di non sorvolo e di protezione umanitaria all’interno del territorio siriano, garantita dalla Nato: la questione dei profughi è un puro pretesto, Erdogan vuole poter occupare fette di territorio siriano con l’approvazione della comunità internazionale o almeno di arabi e occidentali. I siriani come padre Ibrahim guardano con scetticismo a questi sviluppi. Ma soprattutto con una certezza di fede che spiazza l’interlocutore: «La soluzione dei nostri problemi non verrà dalle mani degli uomini, ma per intervento divino. Abbiamo fiducia nella preghiera nostra e vostra. Il futuro è avvolto nella nebbia, tanti pensano di emigrare, noi restiamo per la forza della fede».

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Finiti i soldi ne arrivano altri
La parrocchia di san Francesco ad Azizieh è diventata un centro di resistenza umana non solo per le 600 famiglie di parrocchiani latini rimaste in città, ma per tutte le 12 mila famiglie cristiane ancora presenti e per i musulmani sfollati nei quartieri a maggioranza cristiana a causa della guerra. Che si tratti del pacco alimentare, delle sovvenzioni per l’acquisto di medicinali o di carburante per i generatori, dell’accesso all’acqua dei pozzi quando si interrompe l’erogazione di quella della rete cittadina, dell’oratorio estivo, del catechismo, dei gruppi di studio per gli alunni delle superiori e universitari, del té delle cinque per le signore nel cortile della parrocchia, delle visite ai malati, agli anziani, ai feriti e ai poveri («più del 90 per cento di tutti i nostri parrocchiani vive sotto la linea della povertà», dice padre Ibrahim), la parrocchia latina è diventata punto di riferimento per tantissimi aleppini in cerca di aiuto e di calore umano nella città semideserta e impoverita. Per arrivare a questo ci voleva il coraggio dei frati di restare, la capacità di intrecciare rapporti coi donatori in Europa, le qualità pastorali appropriate per una situazione limite come quella di una guerra che va avanti per anni senza che se ne intraveda la conclusione all’orizzonte.

Tutto questo non poteva condensarsi senza una maturazione di fede. Questo è ciò che il francescano spiega: «Ad Aleppo siamo circondati dal male, ne facciamo esperienza quotidianamente e questo male ci spaventa. Ma proprio l’azione di questo male per reazione produce in noi il bene. La nostra natura spirituale, colpita dal male, genera il bene. Nel momento in cui ci affidiamo a Dio, Lui agisce in noi attraverso il suo Spirito, ci dona la carità, e la carità ci insegna cosa fare, ci spinge oltre i nostri limiti, ci permette di affidarci alla Provvidenza. Faccio un esempio: all’inizio io avevo molto paura di spendere il denaro che mi era stato affidato, temevo di sbagliare, di restare senza, di non poter affrontare emergenze future. Quando mi sono fidato della Provvidenza, e ho svuotato le mie tasche del denaro che c’era, e ho speso come un incosciente, allora ho fatto esperienza della Provvidenza: abbiamo risposto ai bisogni, è arrivato altro denaro a prendere il posto di quello che non avevamo più, e la cosa è andata sempre crescendo. Quando leggo le cifre dei soldi che abbiamo ricevuto e speso in questi mesi, mi spavento. Mi chiedo come abbiamo fatto e come facciamo a continuare così. Mi rispondo: affidandoci allo Spirito Santo. Questo fa sorgere in noi la carità, che è virtù coraggiosa, e la carità rende presente il Regno di Dio qui e ora, in mezzo all’inferno e al purgatorio della Aleppo di tutti i giorni: famiglie rimaste senza casa, persone fatte a pezzi dalle bombe, gente che impazzisce, gente che soffre per la povertà o per le ferite». «Siamo riusciti a fare cose che gli enti istituzionali non riuscivano più a fare, a intervenire tempestivamente laddove le Ong ci mettevano mesi perché ponevano condizioni e avanzavano pretese che si possono soddisfare soltanto avendo a disposizione molto tempo. Ma nel frattempo tanti sarebbero morti, se noi non ci fossimo buttati subito».

Recentemente gli ordinari cattolici e ortodossi della città si sono incontrati e hanno convenuto quali sono le priorità dell’aiuto materiale: prima di tutto il pacco alimentare, perché il cibo scarseggia, poi i soldi per pagare il diesel con cui generare elettricità per almeno un paio di lampadine e la tivù, quindi contributi per interventi chirurgici non più rinviabili, come quelli per chi ha problemi agli occhi a causa delle conseguenze delle esplosioni.

Libertà di culto con o senza regime
Un problema di salute che non si riesce ad affrontare è quello dello shock post-traumatico per chi è sopravvissuto agli attacchi: «Molte persone manifestano segni di disagio psichico, soprattutto fra le donne che sono rimaste ferite o scosse dai bombardamenti. I medici sul posto si limitano a distribuire sedativi, ma queste persone avrebbero bisogno di cure più appropriate. I ribelli si accaniscono contro gli obiettivi civili per creare un fossato fra il popolo e il governo, per mostrare alla gente che questo governo non è in grado di proteggerla. Tutto ciò che ottengono è che il governo reagisce con altrettanta durezza e anche dall’altra parte in tanti soffrono».

Padre Ibrahim non si sottrae alla sempiterna domanda su ciò che i cristiani pensano del regime di Bashar el Assad: «La Chiesa è favorevole al rinnovamento politico, perché ci sono sicuramente tanti aspetti della Siria che vanno migliorati, ma non attraverso le armi. In Siria i cristiani hanno sempre visto di buon occhio il regime perché ha garantito la libertà di culto e il rispetto dell’integrità e della sicurezza dei cristiani come minoranza religiosa. I cristiani hanno sempre potuto lavorare e fare carriera, anche adesso tanti di loro sono a capo delle banche che sono rimaste aperte. Per questo fin dall’inizio delle proteste si sono mostrati sospettosi: hanno subito temuto uno scivolamento verso il fondamentalismo islamico, e quindi verso la discriminazione dei non musulmani. I fatti, purtroppo, ci stanno dando ragione: la ribellione è sempre più estremista. Perciò anche oggi noi non abbiamo il problema Assad sì, Assad no: per noi va bene se resta e garantisce il rispetto delle minoranze come prima della guerra, e se lui se ne va vogliamo qualcuno che garantisca le stesse cose. Oltre all’amnistia e alla liberazione di tutti i prigionieri, condizioni per la riconciliazione e la pace».

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Siete la mano tenera di Dio
Quando gli si fa notare che non tutta la Chiesa e non tutta la società italiane si sono mostrate sensibili verso la tragedia della Siria e dentro a essa verso la tragedia della minoranza cristiana, padre Ibrahim reagisce allontanando ogni recriminazione e ogni vittimismo: «Noi siamo grati alla Chiesa universale e alla Chiesa italiana per quello che hanno fatto e che fanno per noi. È anche grazie al Papa e alla sua iniziativa che nell’estate di tre anni fa la Siria non è stata bombardata, ed è grazie a tanti di voi se oggi noi riusciamo ad aiutare i nostri cristiani e i nostri fratelli musulmani. Io sono consapevole che ci sono anziani che hanno prelevato decine di euro dalle loro pensioni di poche centinaia di euro al mese per mandarle a noi, e questo è meraviglioso: voi siete per noi la mano tenera di Dio, siete il “sì” detto da Maria. Non pretendiamo che tutta la Chiesa in tutto il mondo preghi per noi e aiuti noi: ci basta che queste membra della Chiesa che voi e altri siete continuiate a pregare insieme a noi e ad aiutarci ad aiutare. Sappiate che noi non dimentichiamo mai di pregare per voi e per le vostre famiglie».

Mentre sta per allontanarsi gli chiediamo quali sono le buone notizie da Aleppo: «La prima è che il 13 maggio proprio presso la nostra chiesa parrocchiale tutte le Chiese di Aleppo hanno consacrato la città al cuore immacolato di Maria, cattolici e ortodossi insieme. E l’altra è che a due settimane dalla data di inizio prevista ci sono già 230 iscritti al nostro oratorio estivo: l’anno scorso erano stati 200, e alcuni sono arrivati a oratorio già iniziato. Non so proprio dove metteremo tutti questi bambini e ragazzi, ci penserà la Provvidenza. Finora ci ha sempre pensato lei».

Foto in alto Ansa/Ap


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