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Cara Bindi, perché sbianchettasti il Cardinale?

dicembre 15, 1999 Esposito Francesco

Ricordate la Conferenza nazionale della Sanità, Roma 24 novembre 1999, con stampa e Tv a scolpire l’immagine di un Cardinal Carlo Maria Martini benedicente la beata Rosy Bindi e il governo D’Alema? Tempi ha letto il discorso integrale dell’Arcivescovo di Milano. Ecco cosa ha detto veramente Martini e le parole (sussidiarietà vs statalismo, responsabilità vs assistenzialismo) dimenticate (pro domo sua) dal ministro della Sanità

Il 24 novembre scorso – ha detto qualcuno – potrebbe essere ricordato come la giornata “dell’orgoglio Bindi”.

Il Martini “coltivato”
In effetti l’occasione era ghiotta: la cerimonia d’apertura della Conferenza nazionale della Sanità, nell’Aula magna dell’Università La Sapienza di Roma, con una platea d’eccezione – che vedeva seduti, tra i molti invitati illustri, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, oltre ai vari Veltroni, Mattarella, Castagnetti e Cossutta – offriva un contesto ideale per fare propaganda elettorale e celebrare le virtù del nuovo Servizio sanitario nazionale. E la ministra l’ha colta al volo. Un trionfo: lodi, applausi (non quelli dell’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, gentilmente non invitato ai lavori, né quelli di molti direttori generali di ospedali e aziende sanitarie locali lombarde che sono rimasti volontariamente a casa) e infine, il suggello della benedizione ecclesiastica, per bocca del cardinale e arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Come a dire: il sogno della Rosy divenuto realtà.

Il tutto, naturalmente, amplificato dai giornali, che hanno offerto lo spazio maggiore proprio alle autorevoli parole del porporato contro la logica di mercato – leggi: modello di sanità lombarda aperto alla competizione, accusato dalla sinistra di neoliberismo – in sintonia invece con i principi universalistici propugnati dalla Bindi: “No al mercato della sanità. L’appello del cardinale Martini: la salute non è un prodotto” (Repubblica); “Bindi: saremo alleati del malato. Questa riforma è un patto di solidarietà. Martini: ci sono beni invendibili. La salute non è un mercato” (La Stampa); “Il neoliberismo fa male alla sanità. Il cardinale Martini alla conferenza sulla riforma: la sanità non resti nelle mani del mercato” (L’Unità); “Ora la sanità è più equa e meno costosa. Martini: no a logiche di mercato” (Corriere della Sera).

Cosa dice il Cardinale? Recuperando la forse poco diffusa copia dattiloscritta del suo intervento, titolato “L’etica dello stato sociale”, ci si accorge che i brani estrapolati e messi in risalto dalla stampa si riferiscono a due soli passaggi delle pagine 5 e 12: “ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla logica del mercato; ci sono dei beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comperare” (peraltro citazione dell’enciclica papale Centesimus annus, ndr) e “Non si può pensare alla sanità come azienda, alla salute come prodotto, al paziente come cliente”.

Parole che inserite nel testo in versione integrale assumono però una prospettiva un po’ più articolata e complessa.

Sui bisogni e le esigenze che “sfuggono alla logica di mercato”, Martini ha fatto precisazioni importanti: “Quanto detto non significa necessariamente che per rispondere a questi bisogni si debba costituire uno Stato ‘assistenzialistico’. E questo perché tra i bisogni fondamentali dell’essere umano c’è anche quello di poter sviluppare le proprie attitudini e valorizzare le proprie capacità. Ne segue che ai bisogni e ai diritti fondamentali dell’uomo corrispondono dei doveri, la cui realizzazione va promossa e favorita dalla società e, in essa, dallo Stato. In questo senso, dall’esigenza etica appena illustrata deriva la necessità di uno Stato che sappia incentivare e consentire, armonizzandole, la responsabilità, la creatività e l’iniziativa personale dei cittadini ( il corsivo è del testo originale, ndr). Va riaffermata la necessità di superare definitivamente la figura dello Stato assistenziale, consapevoli che esso intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese”.

Sussidiarietà e responsabilità
Un attacco allo statalismo, dunque, e un’idea di solidarietà affatto passiva, infatti: “Il principio di sussidiarietà non può certo subire una sorta di negazione, come se tutto il potere appartenesse alle istituzioni statali e gli altri soggetti pubblici o privati ne esercitassero solo una parte per concessione o per deriva residuale. È una cultura che chiede di superare ogni concezione assistenziale-sentimentalistica della solidarietà stessa e che sa riconoscere e mettere in luce il nesso che intercorre tra efficienza e solidarietà. La solidarietà, inoltre, può essere realizzata mediante una pluralità di reti di sostegno. Il principio di responsabilità: esso è la condizione sine qua non. Tale principio implica che ogni soggetto del vivere sociale si assuma, per quanto a lui compete e in stretta sinergia con gli altri, il dovere di una attiva e creativa partecipazione al bene comune, nella convinzione che ‘tutti siamo responsabili di tutti’” . In sintesi dice il Cardinale “Ciò significa recuperare e rilanciare la soggettività della società, incoraggiando e sostenendo la responsabilità delle persone, singole o aggregate, affinché la società civile abbia a esprimersi come forza autonoma rispetto sia allo Stato sia al mercato”.

Le parole di Martini sono più vicine alla riforma Bindi…

Ora, quanto queste parole si addicano alla riforma Bindi, rigida e blindata, alla sua legge 229 che si risolve in una nuova affermazione del centralismo dello stato (il Consiglio dei Ministri decide quali, quante e dove siano le Aziende ospedaliere da creare; il ministro decide “appropriatezze, congruità, economicità” delle prestazioni; le regioni sono obbligate a sottoporre il proprio piano sanitario al governo, i decreti delegati impediscono ogni dibattito ed esautorano tutte le forze a cominciare dalle parti sociali, più tutte le altre contraddizioni già denunciate da molti medici lombardi) ognuno potrà giudicare da sé.

Ma anche sul tanto demonizzato “mercato” il pensiero dell’arcivescovo di Milano riserva qualche sorpresa: “La necessaria ristrutturazione dello Stato sociale potrà avvenire se si saprà superare la vecchia forma organizzativa del ‘Welfare State’ per lasciare il passo a una nuova struttura che valorizzi le ‘reti comunitarie’ e tutte le risorse sociali presenti e operanti. Questo comporta ed esige di interpretare e organizzare il mercato e l’economia riconoscendone il valore e i limiti. In particolare va affermata la positività di un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia e va pure riconosciuta la giusta funzione del profitto e, più generalmente, dell’efficienza economica” . Tutto questo, ovviamente, non significa affatto assenza di regole: “Nello stesso tempo occorre riconoscere i limiti intrinseci del mercato (…) e il suo limite intrinseco consiste nell’essere essenzialmente relativo all’uomo: esso ha la persona umana come soggetto, fondamento e fine. (…) L’attività economica, in particolare quella dell’economia di mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico; di qui il compito dello Stato di favorire, armonizzare e guidare lo sviluppo e l’esercizio dei diritti umani nel settore economico”.

… o alla riforma sanitaria fatta in Lombardia? Fare di queste preoccupazioni un attacco al “mercato” tout court in campo sanitario è perlomeno riduttivo, né rende giustizia a un intervento di ben più ampio spessore. C’è poi un altro aspetto singolare dell’intervento di Martini usato dagli uffici stampa romani per la causa governativa. In realtà proprio nella “neoliberista” legge sanitaria n°31 della Lombardia si parla espressamente di “concorrenzialità regolata” (il modello lombardo non si apre cioè a una competitività assoluta e priva di regole), con l’intento di garantire la maggior disponibilità di servizi ad elevata qualità a tutti i cittadini, e si vincola una quota consistente (il 5% del fondo sanitario regionale) da destinare ai soggetti più deboli (in particolare ai malati psichici). Insomma, dopo le censure alla satira e le “manipolazioni” della tv di stato – le ricordava nei giorni scorsi Antonio Ricci, dalla Sorbona di Parigi, dove ha tenuto una lezione sul tema “L’informazione televisiva in Italia: censura e contraffazione”, mostrando i filmati del Tg1 con gli inserimenti di applausi finti per la Bindi – un altro caso che dimostra quanto sia difficile fare informazione nel nostro paese.

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