Squalo chi legge
Capire Trump si può
Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera dagli Stati Uniti d’America, in una recente intervista alla domanda/affermazione «I critici parlano di un Trump che ha perso il suo raziocinio» risponde: «Non sono in grado di entrare nella sua testa».
Mattia Ferraresi, che negli Stati Uniti ha vissuto a lungo, e ha passato gran parte di quegli anni a studiarli, non ha la pretesa di riuscirci, nonostante l’accattivante promessa del titolo del suo libro (Dentro la testa di Trump), ma, come dice immediatamente il sottotitolo, di navigare nel mare di idee, scandagliando accuratamente i profondi fondali, su cui veleggia il fenomeno Donald Trump. Il mare è fatto di litorali, di abissi, di isole, di correnti, di increspature e di bonacce. C’è veramente di tutto. Anche in questo libro. Ferraresi raggruppa questo mondo eterogeneo in tre grandi domini: i post-liberali, gli illiberali, gli iperliberali.
Il professore e filosofo Vittorio Mathieu insegnava che per capire una filosofia bisogna cogliere la domanda a cui intende rispondere. Vale anche per i libri. E la domanda, in questo caso, è questa: come un uomo, che ostenta un’irrazionalità volgare e che non è certo un intellettuale, può «travolgere l’establishment democratico per due volte, modificare il patrimonio genetico della destra americana e rivoluzionare la grammatica del potere»?
La risposta di molti di quelli che Ferraresi ha incontrato, letto, ascoltato è che «una personalità trasbordante e senza fondamenti teorici può essere il veicolo storico di idee e precetti che ha interiorizzato senza saperlo». Insomma, «il trumpismo è l’esito di un processo di cui c’erano indizi e segni sparsi dovunque».
Storia di un fallimento
Ferraresi accompagna la trama delle idee con un calendario di fatti che parte da lontano, dal 1978, dal discorso di Aleksandr Solženicyn all’università di Harvard. Conservo il testo di quel discorso in un opuscolo da quarantotto anni, ogni tanto lo rileggo, e concordo con Ferraresi che lo definisce una «profezia sull’Occidente totalitario». Gli affianco spesso la rilettura di un’altra profezia di un grande dissidente del comunismo, quella di Václav Havel, il quale ben prima della caduta del Muro disse: «Il processo di anonimizzazione e spersonalizzazione del potere, la sua riduzione a mera tecnica di dominio e manipolazione è la dimensione essenziale di tutta la civiltà moderna. […] Molti occidentali comprendono ancora poco di ciò che è in gioco realmente oggi». Parlava della «mancata comprensione di ciò che sono realmente i sistemi totalitari, ossia uno specchio convesso di tutta la moderna civiltà e un pressante invito – forse l’ultimo – a una revisione generale del modo in cui questa civiltà concepisce sé stessa».
Il titolo del capitolo dedicato ai post-liberali, “Storia di un fallimento”, sembra la descrizione dell’ammonimento di Havel. La tesi di Patrick J. Deneen, professore all’università cattolica di Notre Dame, è che il liberalismo è fallito perché ha avuto successo. Deneen non parla solo di mercato, di mano invisibile (sempre Havel ebbe da dire la sua sui crimini della “mano invisibile”), ma di «una visione della persona umana, della società e del mondo che si è affermata, nel suo stadio embrionale, cinque secoli fa, all’alba della modernità». Shakespeare direbbe che «nell’errore l’ultimo fine scorda le premesse». La critica dei post-liberali è così riassunta: «Nella nascita dell’individuo moderno erano già contenute in nuce le promesse contemporanee del transumanesimo, la tecno-filosofia che sogna il superamento dei vincoli della biologia umana». La realtà – dice Deneen – si è ribellata a questo tentativo di espansione massima della sfera dell’attività autonoma dell’uomo spacciato per libertà e che invece ha portato alla concentrazione del potere nelle mani di pochi (altri parlano della “Cattedrale” come il luogo in cui si concentra questo potere) generando diseguaglianze di reddito spropositate. Insomma, il liberalismo si distrugge da solo. Si potrebbe dire, la fine di un’illusione. Illusione anche del sognato compito universale degli Stati Uniti d’America, quello di esportare nel mondo la democrazia liberale.
Il cavallo di battaglia di Trump
Gli illiberali, pur con infiniti distinguo rispetto ai post-liberali, ne raccolgono il testimone proprio su questo punto: criticano la globalizzazione economica e rifiutano il cosmopolitismo culturale; la nazione è la forma necessaria e immutabile della vita politica, siamo e resteremo uno Stato-nazione. Uno dei cavalli di battaglia, se non “il” cavallo di battaglia, di Trump. Il totem ideologico del nazional-conservatorismo della destra illiberale e populista. Troverete nei capitoli dedicati ai tre filoni di pensiero tutti i nomi ad essi riconducibili, con una precisazione, in quello degli illiberali, sull’effettivo ruolo di Steve Bannon, molto ridimensionato rispetto alla sua esposizione mediatica. Molto interessanti anche i paradossali incroci destra-sinistra, no-global e conservatori di cui Ferraresi traccia i sentieri a partire dalle violente proteste contro il Wto di Seattle del 1999.
Tra teologi, filosofi ed economisti non mancano intelligenti tecnologi di larghe ed eterogenee letture, influenti soprattutto attraverso i social, ma che sarebbe arduo definire intellettuali. Fa eccezione la figura di Peter Thiel, noto ormai anche all’opinione pubblica italiana per il suo corso di lezioni sull’Anticristo a inviti riservati tenuto a Roma nel marzo scorso, un evangelico eterodosso in cui accanto alla prospettiva religiosa convive quella transumanistica, un allievo del cattolico René Girard che si è nutrito di pensiero libertario fino a vederne i limiti e che è arrivato a dire: «Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili».
E adesso?
Differentemente dai post-liberali, che in vario modo partono dalla tradizione cristiana, nel mondo illiberale americano prevale un’antropologia cupa, un nichilismo di fondo, ma hanno in comune un uditorio di americani disillusi e arrabbiati in cerca di ipotesi di senso e di forme di mobilitazione. Dice Ferraresi che «questa nebulosa di fenomeni culturali illiberali è l’humus in cui è cresciuto il trumpismo come fenomeno culturale prima ancora che politico». Se per i post-liberali Trump è più un male necessario, per molti della galassia illiberale Trump è un distruttore necessario, un demolitore, un «barbaro che assedia Roma», uno che deve abbattere il vecchio ordine per creare le condizioni da cui emerga qualcosa di radicalmente diverso.
Ed è nella pars construens il vero dilemma, e l’evidente difficoltà di questo clan eterogeneo, perché si va dalla teocrazia all’età del Bronzo, dalla cristianità medievale all’ipercapitalismo tecnologico degli iperliberali alla Peter Thiel, «fra i primi, in un mondo dominato dal progressismo di sinistra tendenzialmente ateo, a intuire che la storia andava verso l’autocombustione delle democrazia liberale», e anche il primo a sostenere pubblicamente Trump (con conseguenze economiche non trascurabili per le sue aziende). Il primo, inoltre, a credere in JD Vance.
Amare la libertà oltre il liberalismo
Ferraresi dedica pagine anche ad Elon Musk in cui tratteggia il rapporto complicato con Trump, ma soprattutto l’affascinazione per il futurismo marinettiano e per Isaac Asimov. La sua idea di preservare la civiltà umana dalla rovina andando su Marte, rendendo cioè la specie multiplanetaria, origina in questo connubio tra futurismo, fantascienza e movimento tecnocratico: la soluzione è rimpiazzare la politica con l’ingegneria. Che però è ciò che i post-liberali cristiani rinfacciano proprio al liberalismo: aver sostituito la politica con la managerialità.
L’ho fatta lunga, e altro ci sarebbe da dire. Altro che troverete in queste duecentoquaranta pagine che hanno il pregio di aiutare a capire. Per quanto mi riguarda leggendole ho capito perché noi cristiani, pur amando sommamente la libertà, non possiamo dirci liberali. C’è una via, a cui Ferraresi dà spazio, non dogmatica né ideologica che si rinnova nella storia, stando dentro la storia. Si chiama dottrina sociale della Chiesa, ha una preoccupazione per l’uomo e lo accompagna nei mutamenti dei secoli senza conformarsi alla mentalità del secolo. E, come ha scritto Giuliano Ferrara in un suo recente editoriale, «pazienza per il liberalismo».

Mattia Ferraresi, Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere, Mondadori 2026, 240 pagine, 19 euro.
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