Budapest 1956 Modena 2007

Il liceo Muratori rifiuta di esporre una mostra che narra la rivolta ungherese contro l’Urss. Motivo? «Sui pannelli c’è il logo “Rimini Meeting”». La battaglia culturale di un giovane gruppo di agguerriti studenti

«Proprio nella Federazione del Pci di Modena, come in tante altre della rossa Emilia, i fatti di Budapest furono discussi animatamente; e non solo inquieti intellettuali, ma tanti militanti del popolo stavano con Di Vittorio, il leader della Cgil che aveva condannato l’intervento sovietico». A parlare è Federigo Argentieri, autore di Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, lo studio più accurato su come la censura comunista ha oscurato il dramma della rivoluzione ungherese, «l’unica vera rivoluzione del XX secolo – rincara Argentieri – l’unico movimento di popolo che ha portato alla sostituzione di strutture oppressive con altre più liberali. Ma proprio il fatto che avesse un carattere obiettivamente rivoluzionario ha inferto al comunismo “una ferita non cicatrizzabile”, come ebbe a dire Milovan Gilas. O lo si ammette e ci si fa i conti, come ha fatto tra gli altri il presidente Napolitano, o la si continua a nascondere». Come hanno fatto gli insegnanti del liceo “Muratori” di Modena, che hanno rifiutato l’esposizione nella scuola della mostra “Budapest 1956. Una battaglia per la libertà”.
L’agosto scorso alcuni studenti delle scuole superiori rimangono colpiti dalla mostra esposta al Meeting di Rimini e chiedono di proporla anche ai compagni a casa. Copie della mostra cominciano a girare in decine e decine di scuole di tutta Italia: apprezzate, discusse, talvolta ferocemente, ma mai censurate. Una copia rimane esposta per settimane in centro a Milano, viene vista dal ministro Beppe Fioroni, che ne rimane conquistato: chiede che sia mostrata anche a Budapest dove deve recarsi di lì a poco, porta con sé il ragazzo che l’aveva commentata. La consulta provinciale degli studenti di Modena approva l’iniziativa, finanzia l’acquisto di cinque copie, che sono esposte in diversi istituti della città. Ma al Muratori no. Lì il Consiglio d’istituto – cui compete la decisione – delega il giudizio agli insegnanti di storia, che emettono il verdetto: negativo. Nella scuola, la mostra non può entrare. Perché? Primo, perché i pannelli non sono firmati, ma solo contrassegnati dal logo “Rimini Meeting”, un raduno organizzato «da un movimento politico-religioso, denominato “Comunione e Liberazione”» la cui attività «dovrebbe restare all’interno dei propri legittimi spazi e non essere mescolata all’attività didattica». Secondo, perché «risulta scientificamente inadeguato: manca un’autentica contestualizzazione degli eventi; si lamenta all’assunzione di concetti e categorie prive di obiettività e di rigore, in modo particolare nella pag. 1, ove il termine “libertà” appare sei volte, sempre in termini vaghi e/o all’interno di contrapposizioni che contraddicono il comune lessico storico (ideologia/libertà, rivoluzione/battaglia per la libertà, libertà/fanatismo, libertà/quieto vivere); il discorso è caratterizzato dalla presenza di elementi tesi a conferire enfasi emotiva, quali l’introduzione di poesie, l’assunzione di concetti mistico-romantici come “coscienza europea” e “popolo”»; eccetera. «Per questi motivi e per il conseguente taglio unilaterale che caratterizza il lavoro, essa non può essere “adottato” e avvallato dalla scuola che annovera fra i propri obiettivi, come emerge trasversalmente dai profili in uscita del Pof, la formazione di uno spirito critico e la capacità di cogliere la complessità dei problemi».

«Anche noi, oggi, per la libertà»
Per dibattere le critiche pubblicamente – erano passati due mesi prima che gli insegnanti le mettessero nero su bianco, così come le abbiamo citate – gli studenti propongono allora un incontro con i curatori della mostra: niente da fare, nella scuola di questo non si deve parlare. Ma i ragazzi non si arrendono: sta germogliando l’idea che anche la loro, come quella degli insorti ungheresi, sia una battaglia per la libertà. Scrivono un “Appello per la libertà nella scuola”, poi una petizione che propongono a tutta la città e raccoglie in due giorni 1.500 firme, 350 nel solo Muratori: la metà degli studenti vorrebbe dibattere; ma la scuola «che annovera tra i propri obiettivi la formazione di uno spirito critico» resiste irremovibile. Allora organizzano all’Itis Fermi il convegno da cui siamo partiti. Partecipano, oltre ad Argentieri, Ivan Plivelic, che nel ’56 ha combattuto, Sandro Chierici curatore della mostra, Vittorio Mangili, reporter Rai, autore dell’unico filmato girato all’epoca, che apre i lavori. Uno studente riferisce che un professore ha sostenuto che non si può parlare di “popolo”, perché insorse una minoranza. Mangili replica incredulo: «Quando sono stato lì, non ho sentito nessuno che parlasse bene dei russi; nessuno». Chissà che parole usa quel prof. quando parla della rivoluzione francese o di quella bolscevica.
Insegnanti contrari presenti: uno. La spiegazione dell’assenza la dà Mangili, che ricorda un episodio capitatogli all’epoca. Era stato invitato a raccontare i fatti d’Ungheria ai dirigenti Fiat, al pranzo che seguì uno sconosciuto commensale gli domandò: «Perché vai raccontando in giro queste bugie?». «Ma. – balbettò lui, sconcertato – c’è il film.». «Eh, si fa in fretta a fare un film». Oggi l’ideologia veste panni più raffinati, ma la sostanza non cambia.
Ma non può fermare l’impeto della vita. Gli interventi degli studenti girano tutti intorno a un’unica questione: «All’inizio la mostra ci interessava perché era una testimonianza del passato, adesso abbiamo capito che la battaglia per la libertà è una battaglia che si combatte tutti i giorni».