Le bombe Usa sui narcos in Venezuela rischiano di colpire gli oppositori del regime
Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari nel Mar dei Caraibi. L’imbarcazione colpita ieri nelle acque internazionali al largo del Venezuela (4 morti), si aggiunge agli altri tre natanti venenzuelani affondati nelle scorse settimane, oltre a quello preso di mira al largo della Repubblica Dominicana, e tutti sono accusati di traffico di droga. Parte della lotta ai narco‑terroristi, questi raid hanno provocato vittime e suscitato interrogativi profondi sul diritto internazionale, sulla sovranità e sulla morale della guerra preventiva. Secondo il Pentagono, le tre imbarcazioni partite da acque venezuelane e bombardate un mese fa appartenevano al gruppo criminale “Tren de Aragua” e avrebbero trasportato cocaina diretta verso gli Stati Uniti. Anche quella distrutta ieri «trasportava ingenti quantità di stupefacenti diretti in America per avvelenare la nostra gente», ha scritto su X il “ministro della Guerra” Pete Hegseth. In tre raid di settembre, le forze americane hanno distrutto barche in mare aperto, causando una ventina di morti.
L’inasprimento del regime
Il regime di Caracas ha risposto con sdegno alle accuse, sostenendo che i raid hanno colpito pescatori e cittadini innocenti, oltre a denunciare una violazione della propria sovranità. Inoltre, proprio per questo motivo, il ministro degli Esteri venezuelano, Yván Gil, ha annunciato ai media del paese che il presidente de facto Nicolás Maduro sta valutando di firmare un decreto per dichiarare lo “stato di eccezione” in tutto il Venezuela, come previsto dalla Costituzione in casi di conflitti esterni che mettano in pericolo la sicurezza della nazione sudamericana. Un simile provvedimento comporterebbe la sospensione del normale ordine giuridico per affrontare situazioni di crisi straordinaria, attuando un ordine alternativo a quello costituzionale.
Il punto è che da almeno due decenni la giustizia in Venezuela è già controllata dal chavismo, come testimonia il fatto che il 100 per cento dei procedimenti nei confronti di chiunque si opponga al regime si conclude con sentenze di condanna. Inoltre, già dal 2014 Caracas opera in un contesto non-costituzionale, con migliaia di esecuzioni extragiudiziali (l’Oas, Organizzazione degli Stati americani, ne ha contate 18 mila dal 2014), la cui analisi è bloccata da tempo immemore presso la Corte penale internazionale (Cpi). Se Maduro firmasse lo stato di eccezione, di certo sul fronte dei diritti umani in Venezuela la situazione potrebbe soltanto peggiorare ulteriormente.

sUn dilemma legale e morale
Tornando alla strategia statunitense di bombardare le imbarcazioni di presunti narcos, la questione legale è complessa. Il diritto internazionale consente l’uso della forza in casi di autodifesa o con mandato delle Nazioni Unite, ma attaccare imbarcazioni straniere in acque internazionali senza prove certe del loro coinvolgimento in attività criminali espone a gravi rischi di abusi. Gli esperti temono che in nome di una “lotta alla droga” si finisca per sacrificare persone innocenti.
Inoltre è vero che dal punto di vista freddamente numerico una ventina di morti e pochi più sono ben poca cosa rispetto alle migliaia di “pene capitali” già fatte eseguire dal regime chavista senza processo e nel silenzio tombale dei media occidentali e della Corte dell’Aja, tuttavia dal punto di vista legale e del diritto internazionale diventa difficile giustificare gli Stati Uniti mentre si condanna il Venezuela di Maduro.
Sul piano morale, il problema è poi ancora più delicato. La difesa della vita e della dignità umane impone prudenza. Ogni vittima civile diventa un dramma reale e ogni abuso mina la legittimità di chi combatte i narcos.
Le tensioni diplomatiche e le alternative ignorate
Sul fronte dell’efficacia, se il pugno duro statunitense ha sicuramente effetti deterrenti quanto meno temporanei, tuttavia è una strategia che alimenta tensioni diplomatiche, fa crescere ulteriormente la propaganda antiamericana che è già ai massimi livelli in America Latina e, soprattutto, spingerà i narcotrafficanti ad aprire nuove rotte di traffico, il tutto con costi economici elevati vista la spesa miliardaria necessaria per mantenere parte delle forze armate americane nei Caraibi e di stanza a Portorico.

C’è infine un ultimo dato da tenere in considerazione: la maggior parte della cocaina che arriva negli Stati Uniti non parte dal Venezuela, diventato un paese di transito, ma da Colombia, Bolivia e Perù che la producono. Colpire le imbarcazioni venezuelane è quindi solo limitatamente efficace e ha come principale effetto quello di trasformare la guerra contro la droga in uno show dal forte impatto mediatico, ma di discutibile utilità strategica.
Le alternative esistono: dalla maggiore cooperazione di intelligence internazionale per smantellare le reti criminali ai pattugliamenti mirati con regole di ingaggio chiare. In definitiva, una domanda resta nell’aria: bombardare barche in mare aperto è un modo adeguato per combattere il narcotraffico? Al di là del diritto internazionale, la cui “flessibilità” varia a seconda delle consuetudini delle grandi potenze – cosa che di certo gli Stati Uniti sono, al pari della Cina –, per il cattolico che guarda il mondo con gli occhi della giustizia, la risposta alla domanda non può tralasciare il rispetto di un principio fondamentale come la difesa della vita umana. Che resta tale anche quando si combattono i crimini efferati dei narcos.
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