Bologna, delirium tax: «Se esponiamo cartelli, ci tassano. Se non li esponiamo, ci multano»

Esercenti arrabbiati per la “tassa sulla pubblicità in vetrina”. Dai menù ai cartellini con gli orari, dalle foto ai volantini di eventi solidaristici

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negozio-sh-177397808L’hanno ribattezzata “delirium tax” e, in effetti, non hanno tutti i torti. Accade a Bologna, dove in questi giorni i commercianti della città sono inviperiti per avere scoperto di dover pagare per la “tassa sulla pubblicità in vetrina”. Lo raccontano con dovizia di particolari i quotidiani locali che mettono nero su bianco la rabbia di commercianti, ristoratori, artigiani contro il Comune. Innanzitutto una precisazione: la tassa esiste da tempo, ma la sua applicazione varia da Comune a Comune. A Bologna hanno deciso di usare la mano pesante e di considerare pubblicità tutto, ma proprio tutto: dai menù ai cartellini dei prezzi, fino addirittura ai volantini che promuovono eventi solidaristici. Il paradosso, come evidenzia Italia Oggi è che «l’esposizione dei menù e dei prezzi è obbligatoria per legge. Allora? Se non vengono posti in evidenza si incorre in una sanzione per violazione delle legge, se sono collocati al loro posto si incappa nella tassa. Non c’è scampo».

TUTTO TASSATO. La storia non è nuova. Già nel 2009 (giunta Cofferati), si era parlato della delirium tax. Allora aveva colpito l’immaginario collettivo la vicenda del gioielliere Arrigo Veronesi, tassato per aver esposto uno zerbino con le iniziali del suo nome all’esterno del suo negozio. Ora la storia si ripete e questa volta ha i nomi di Gianni Monari, fotografo, che si è visto recapitare un “conto” di 2.800 euro per aver esposto un cartello con le offerte del mese e le immagini di nozze. «Come si fa a pagare una tassa su misure obbligatorie per legge – ha protestato Monari –, come l’esposizione dei prezzi? Che faccio, li tolgo e poi mi faccio fare la multa da un vigile che passa e non li vede?». Altra storia quella di Marco Vaccari, proprietario di un outlet di fumetti, dischi e giocattoli, che esponeva in vetrina per far sapere ai passanti che lì è quello che si vende. Qualcuno lamenta di aver ricevuto ingiunzioni di pagamento per aver esposto i cartellini con gli orari di apertura, un tabaccaio per aver affisso l’avviso che il self service è aperto 24 ore su 24.
Idolo locale sta diventando la farmacista Maria Pia Busacchi che ha appeso uno dei cartoncini pubblicitari incriminati e ci ha scritto sopra: «In un momento di crisi, multa di 1.500 euro per i cartelli esposti in vetrina dopo avere pagato 1.100 euro per le insegne. Multatemi anche per questo cartello!». «Lei, in vetrina – scrive Italia Oggi -, aveva materiale sanitario e anche un avviso per il servizio “SoS vita”, per le mamme in difficoltà. Tutto tassato».

MANCA SOLO L’ARIA. Confartigianato Imprese di Bologna e di Imola ha ricevuto le telefonate inviperite degli esercenti e si è fatta portavoce delle lamentele. «Stiamo raggiungendo un livello che rasenta l’assurdo – ha detto il segretario Giuseppe Cremonesi -, dopo l’applicazione della tassa per occupazione di suolo pubblico a chi si permette di appoggiare il piattino col latte per il gatto, manca solo l’imposta sull’aria che si respira. Chiediamo che si usi il criterio del buon senso nell’applicazione delle leggi, così si danneggiano le aziende che hanno avuto solamente la colpa di essere sopravvissute alla crisi».
Il vicesindaco Silvia Giannini, cui Merola ha passato la patata bollente, ha detto che la questione verrà affrontata e risolta in consiglio comunale. Intanto ha fatto sapere che non è stato dato da palazzo d’Accursio alcun input per inasprire le tasse né i controlli sono stati aumentati, ma tutto rientra nella «normale attività di controllo del concessionario». Se davvero si verificassero casi bizzarri, l’amministrazione è disposta «ad andarli a verificare».

Foto negozio da Shutterstock

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