Vasilij Grossman, la Russia e Macron

Il primo a evocare Vasilij Grossman per spiegare l’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio scorso è stato Alain Finkielkraut. In una intervista rilasciata a Le Figaro il 27 marzo scorso diceva a proposito della visione della storia russa che aveva il grande romanziere e reporter di guerra sovietico: «Tutto scorre…, il suo testamento letterario, ci insegna di più sull’attualità di tutti i nostri commenti accademici o indignati. A differenza dell’Occidente, scrive, la Russia ha scelto di realizzare il progresso prendendo la via della servitù. “L’ossessione rivoluzionaria di Lenin, la sua fede fanatica nella verità del marxismo, la sua totale intolleranza verso chi la pensava diversamente da lui lo portarono a favorire quella Russia (dell’autoritarismo millenario – ndt), che odiava con tutta la forza della sua anima fanatica”. Putin e i suoi oligarchi non sanno che farsene del marxismo, ma non hanno nemmeno rotto con quella che Grossman chiama la maledizione della Russia, il nesso tra progresso e servaggio».

Insomma, i russi non saprebbero dare vita a grandi realizzazione storiche che attraverso l’imposizione e la sottomissione. A sostegno di questo giudizio ci sono in Tutto scorre… passaggi più illuminanti e più approfonditi di quello citato da Finkielkraut, nei quali Grossman esplicita la sua visione tragica dell’identità storica della Russia, e che aiutano a contestualizzare il conservatorismo ideologico di Putin e l’antioccidentalismo del patriarca Kirill.

Per esempio questo: «I profeti del diciannovesimo secolo (il riferimento è a Gogol’, Čaadaev, Belinskij e Dostoevskij – ndr) predicevano che in futuro i russi si sarebbero messi alla testa dello sviluppo spirituale dei popoli non solo europei, ma del mondo intero. Essi parlavano non della gloria militare dei russi, ma della gloria del cuore russo, della fede russa e dell’esempio che i russi avrebbero dato. (…) Un’implacabile repressione della personalità, una servile soggezione al sovrano e allo Stato, accompagna di continuo la millenaria storia dei russi. Sì, i profeti della Russia hanno scorto e riconosciuto anche questi tratti. Ed ecco – insieme all’oppressione dell’uomo da parte del principe, del possidente, del sovrano e dello Stato – i profeti della Russia erano consapevoli anche di una purezza, di una profondità, di una limpidezza ignote al mondo occidentale: la forza cristiana dell’anima russa. Ad essa appunto, all’anima russa, i profeti presagirono un grande, luminoso avvenire. Essi erano tutti d’accordo nel dire che nell’anima dei russi l’idea del cristianesimo si era incarnata in una forma non statale, ascetica, bizantina, antioccidentale, e che le forze proprie dell’anima popolare russa si sarebbero manifestate tramite un possente influsso sui popoli europei, purificando, rigenerando, illuminando nello spirito della fratellanza la vita del mondo occidentale; e il mondo occidentale avrebbe seguito l’uomo russo con fiducia e con gioia. Queste profezie delle più forti intelligenze e dei più nobili cuori della Russia si sono strette in unico tratto, che fu loro fatale. Tutti essi videro la forza dell’anima russa, divinarono il significato che avrebbe avuto per il mondo, ma non videro che i tratti caratteristici dell’anima russa non sono nati dalla libertà, che l’anima russa è schiava da millenni. Cosa può dare al mondo una schiava millenaria, pur se divenuta onnipotente?».

Il destino tragico del mondo russo, secondo Grossman, è quello di amare la libertà ma di non poter fare a meno del servaggio: i russi si innamorano di volta in volta della libertà frutto della Verità di Cristo, della libertà intellettuale di Voltaire, della libertà dal bisogno di Marx, ma ogni volta ne producono una versione storica che contraddice l’aspirazione stessa. Lenin è il massimo esempio di questo, ma non è l’unico.

E qui esplode il paradosso. Se le cose stanno come scriveva il grande romanziere morto nel 1964, potremmo anche dire che mai vi fu momento più propizio di quello attuale per l’occidentalizzazione della Russia. Dal momento che l’Occidente ha cominciato ad assomigliare alla Russia: la sua passione per la libertà si sta traducendo in leggi, istituzioni e movimenti di opinione pubblica sempre più oppressivi della libertà. La libertà del singolo di dichiarare un’identità diversa da quella inerente al proprio sesso biologico si sta traducendo nella imposizione a tutti gli altri dell’obbligo di riferirsi a quella persona nei termini da lui scelti, se non si vogliono patire conseguenze penali; la libertà di interrompere una gravidanza si è tradotta nella caccia all’obiettore di coscienza, le cui opportunità lavorative sono già state annientate in molti paesi; la piena libertà di espressione vale soltanto per il radicalismo progressista, non per chi dissente dallo stesso: i manifesti che mirano a dissuadere dall’aborto, chirurgico o chimico, vengono rimossi dai muri delle città, quelli che lo promuovono una volta attacchinati restano al loro posto (in questo doppiopesismo la Milano della Giunta Sala è all’avanguardia in Italia); in nome della libertà sessuale si impone l’educazione sessuale di Stato fin dalle scuole elementari, eliminando la libertà di educazione delle famiglie; in nome della libertà dal contagio le epidemie vengono gestite dai governi con misure che comprimono la libertà personale in misura eccessiva e in alcuni casi ingiustificata; in nome della libertà di possedere oggetti e di usufruire di servizi si dà vita a un capitalismo della sorveglianza che traccia il cittadino, invade la sua privacy e gli impone una crescente virtualizzazione e smaterializzazione dei suoi rapporti con l’amministrazione pubblica e con i soggetti economici privati; la libertà di parola e di manifestazione del pensiero è sempre più coartata da leggi e proposte di legge (come il ddl Zan) o da campagne di odio che si scatenano sui social o anche sui media mainstream, volte a trasformare in un lebbroso sociale e in una disgrazia nazionale il dissenziente.

Quando nel mondo reale qualcuno solleva obiezioni contro queste politiche, nel corso di dibattiti nelle aule universitarie o attraverso manifestazioni pubbliche, la canea pseudoantifascista si scatena per impedirgli di parlare, come accadeva nell’Italia degli anni Settanta. Ha ben riassunto lo scrittore francese Thibault de Montaigu: «Gridare per costringere gli altri a tacere, colpire per abbattere i nemici, denunciare i fascisti per discolparsi dall’esserne uno: questa tirannia dell’intimidazione è in pieno svolgimento oggi».

Dunque i tempi sono propizi per l’occidentalizzazione della Russia, il totalitarismo soffice che avanza soprattutto nei paesi anglosassoni ma anche in quelli scandinavi, in Spagna e in Francia, può finalmente sposarsi con l’anima russa che aspira alla libertà ma sprofonda nella servitù.

E qui bisogna citare un altro francese, quello che più lucidamente lo ha capito: Emmanuel Macron. Perché Macron contemporaneamente invia armi al governo ucraino e tiene aperto il canale diplomatico con Mosca? Perché condivide l’obiettivo degli anglosassoni e degli europei dell’Est che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina, ma non per umiliarla o spartirla fra i vincitori, come sognano a Varsavia e a Londra, bensì per associarla, una volta sconfitta, all’architettura della sicurezza europea, come si sarebbe dovuto fare già dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, sciogliendo a propria volta la Nato e dando vita un soggetto strategico autonomo coincidente con l’Unione Europea che avrebbe dialogato da pari a pari con la superpotenza russa. Obiettivo geopoliticamente sensato, ma che in Macron non è disgiunto dalla convinzione giacobina che l’universalismo progressista alla francese (alla Victor Hugo) ha un destino mondiale.

L’appena riconfermato capo di Stato transalpino è l’uomo che davanti al Parlamento europeo riunito a Strasburgo ha perorato la causa dell’inserimento dell’aborto nella Carta europea come “diritto umano” e che alle proteste del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki che lo criticava giudicando inaccettabili le sue ripetute telefonate a Vladimir Putin ha reagito in toni durissimi definendolo «un antisemita di estrema destra che proibisce (sic) gli Lgbt».

Il pensiero di Macron è velleitario e sofisticato insieme, come velleitaria e sofisticata soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale è la politica estera della Francia. Ma è anche la più riuscita sintesi dello spirito dei tempi.

Foto Ansa

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