Una stella cadente, ancora

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«La notte di San Lorenzo non era lontana ma le stelle, frantumi luminosi e scintillanti di stelle, scenderanno rapidamente – pensavo –, e nessun desiderio le accompagnerà nella loro caduta: nessun voto augurale nascerà nel cuore delle pazienti che non si accorgeranno del loro passaggio né del loro naufragare abbagliante e silenzioso». (Da L’ascolto gentile – Racconti clinici, di Eugenio Borgna, Einaudi)

Questo passo autobiografico di Eugenio Borgna, allora giovane medico nell’ospedale psichiatrico femminile di Novara – un luogo in cui molte malate entravano ma spesso non uscivano più – mi coglie in una sera di agosto in cui ero, poco fa, proprio intenta a guardare il cielo stellato, in giardino, in campagna. Quasi senza pensarci, ma inconsciamente memore di quei bagliori di un istante che bruciano nel firmamento in questa stagione; e di come, da sempre, ci abbiano insegnato a coglierli, e a esprimere un desiderio. Da bambina sognavo un regalo, o, audacemente, un cenno, un segno da mia sorella, morta adolescente. Più grande desideravo un amore, un lavoro, e di girare il mondo.

Sotto alla volta stellata dunque col Grande Carro e il Piccolo e la Cintura di Orione – altro non so riconoscere – in un cielo di cristallo nulla si muove. Come una bambina insisto a guardare, cocciutamente.

Ma quando finalmente un frammento luccica in alto verso ovest e si tuffa nel buio e scompare, mi trafigge una scoperta: in verità questa sera io non ho alcun desiderio, né piccolo, né grande. La oscurità della notte di colpo mi pare più profonda, e avverto dentro come un rovinare di calcinacci e macerie. È malato, chi non ha più un desiderio. Nemmeno da poco, nemmeno banale. Mi sento stanca, e mi pare di avere già visto abbastanza. Dentro a una accidia collosa non mi stupisco di nulla – non sono grata, sussulto con dolore, nemmeno per le facce di quelli che amo. E non spero in niente. Per un momento, quasi come le donne dell’ospedale di Eugenio Borgna, in quella lontana notte di San Lorenzo; chiuse nel loro buio, tanto da non osare una domanda.

Nemmeno io stasera spero in niente: ho paura degli anni, del tempo, della vecchiaia, e dubito che qualcosa potrà riscattarmi. Sono come un mare liscio e nero che si confonde con la linea dell’orizzonte, di notte. Difficile da spiegare: come se il tracciato del cuore fosse piatto, ma come dirlo, e chi capirebbe? Ti risponderanno: hai solo bisogno di riposo. Eppure non è affanno o dolore quello che mi rode. È come una anestesia, in cui non sento più nulla. Con uno sforzo, come uno che respiri dopo una lunga apnea, con fatica fra me prego: di poter uscire da questo beneducato deserto, di potere sperare di nuovo.

Il cielo ancora immobile, nella cappa d’aria calda della estate piena. I miei occhi che ora cercano, di nuovo bambini, una stella cadente.

Foto da Shutterstock

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