Una domenica a Marsiglia, l’incontro che non ti aspetti

Marsiglia, 4 novembre. La rue Canabière sale dal Vieux Port e taglia il cuore della città. Ti aspetti, anche in una domenica grigia, un’atmosfera mediterranea, gaia. Ma appena fuori dall’area battuta dai turisti, nelle vie laterali, il quartiere si fa dimesso; i negozi sono colmi di merce cinese, e, ancora in centro, qualche palazzo è abbandonato, le finestre sbarrate. Attorno a rue des Capucines sembra di essere a Istanbul, nella calca di massaie islamiche in chador che esitano davanti ai prezzi delle bancarelle di pesce e di frutta. Le strade sporche dei quartieri arabizzati sembrano quasi materializzare il fantasma di un Occidente decaduto, dimentico, dove nuovi popoli e una nuova fede avanzano, e di ciò che era resta ben poco.

In questa Eurabia della Canabière i francesi la domenica passeggiano senza grande allegria. A place De Gaulle una giostra con i cavalli di legno gira in una musica di carillon, carica di bambini biondi o neri; ma a sera, presto, spegne le luci; e la piazza è subito vuota e buia. Restano aperti i fast food e i kebab, e ai tavolini di piccoli caffè angusti rimangono i nordafricani – solo gli uomini, immobili davanti a un bicchiere vuoto.

E, quanti poveri: francesi e arabi, ma quasi tutti vecchi, spesso malfermi, zoppicanti, esitanti agli incroci come bambini che nessuno prende per mano. I francesi soprattutto colpiscono per un loro decoro: un dignitoso cappotto d’altri tempi, un cappello fuori moda, e nelle donne, comunque, i capelli bianchi ben ravviati. Ma la povertà è stampata nelle scarpe scalcagnate, nelle borse della spesa semivuote, e nelle facce. Uomini soli. Nessuno che in questa giornata di festa li accompagni. Dove sono, ti domandi, i figli, i nipoti? Sulla Canabière i mendicanti sono molti, clochard, e zingari. Questi vecchi invece non domandano niente: chine a terra le loro facce da rugosi, sperduti bambini.

Ma, ti ha suggerito qualcuno, «vada a vedere, la domenica mattina, a Saint Vincent de Paul, all’angolo con rue Franklin Roosevelt». Entri: le navate, nella Francia delle chiese semivuote, sono gremite. Il sacerdote intona un canto con una bella voce; la gente lo segue, e pure canta, e il canto colma la grande chiesa. Ma è la fila di fedeli che attendono di ricevere l’ostia consacrata, fila lunghissima, interminabile, che lascia senza fiato. Quanti. E in mezzo alle facce qui e là incroci gli occhi di qualcuno di quegli uomini di prima, canuti, con il cappotto liso, di quelle donne curve, rimpicciolite, ossa di passero sotto a ottant’anni di ricordi.

I vecchi in coda per ricevere Cristo hanno un altro sguardo: non perduto, non di relitto che caracolla verso il nulla, ma di chi va verso ciò che lo attende da sempre, verso il suo destino – che è infinito, e buono. Poi, all’uscita, la stessa folla s’accalca attorno al sacerdote: per averne un saluto, per sentirsi, in quello sguardo, ancora figli, e amati. Nel grigio di una domenica a Marsiglia, ciò che non ti aspetti. Può bastare un prete che ama profondamente la sua gente: una domanda antica, che credevi cancellata, ritorna sulle facce.

45/2012

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