Ucraina. Perché non ci sarà mai una “pace giusta”

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Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, durante un suo messaggio (Ansa)

Negozieremo la pace coi russi quando Putin non sarà più a capo del suo paese, dicono gli ucraini. Non c’è pace senza giustizia, scrive dall’Ucraina Francesca Mannocchi sulla Stampa, descrivendo gli orrori dell’occupazione russa. Tanto vale, allora, dire e scrivere che non c’è e non ci sarà mai pace. Pace intesa come esaurimento della guerra guerreggiata e giustizia intesa come giusta retribuzione per gli atti commessi dai belligeranti sono termini antinomici. “Pace giusta” è un ossimoro.

Esiste la pace dei vincitori

Esiste la pace dei vincitori, e spesso è meglio che vincano alcuni piuttosto che altri, ma non è mai esistita una pace giusta, nemmeno quando a perdere la guerra sono stati i cattivi conclamati: in nome di quale giustizia i confini della Polonia sono slittati da oriente a occidente alla fine della Seconda Guerra mondiale, territori storicamente polacchi sono stati sovietizzati a est e territori storicamente tedeschi sono stati polonizzati a ovest? In nome di quale giustizia sono stati condannati i gerarchi nazisti a Norimberga ma nemmeno un’inchiesta giudiziaria è stata condotta sulle bombe atomiche americane lanciate contro la popolazione civile inerme di due città, Hiroshima e Nagasaki?

Il rifiuto di trattare la pace con Vladimir Putin e di avere a che fare con lui in un futuro in cui le armi avranno cessato di tuonare rimanda al mito politico che vuole il male associato alla realtà individuale di un dittatore o del capo di un regime, tolto di mezzo il quale il bene trionferà; e più in generale rimanda al mito della modernità secondo cui è possibile cancellare ogni negatività dalla storia, ogni ingiustizia appunto, e istituire qui in terra il regno della luce perfetta, il mondo senza dolore e senza tenebra.

La pace che segue a una guerra è sempre ingiusta

Eppure le lezioni della storia e della cronaca non si prestano a equivoci: l’eliminazione fisica di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, gli “uomini neri” per antonomasia, e lo svolgimento di libere elezioni dopo la loro eliminazione dalla scena non hanno prodotto pace, democrazia e libertà per i popoli che pativano sotto il loro tallone, ma nuovi conflitti, caos e perdite di vite umane.

Alla coesione che veniva mantenuta con la forza è seguita la disgregazione, esito della competizione fra più soggetti dediti all’uso della forza. La vittoria sul totalitarismo razziale nazista e sull’imperialismo giapponese non ha condotto gli alleati vincitori sulla strada della pacifica convivenza e della composizione dei rispettivi interessi: oggi Russia, Stati Uniti e Cina si trovano sull’orlo di una temutissima Terza Guerra mondiale che vedrebbe scontrarsi fra loro, sia direttamente che per procura, gli alleati della Seconda Guerra mondiale.

La pace che segue a una guerra è sempre poco o tanto ingiusta, perché gli esseri umani non vivono nell’assoluto, ma nel limitato e nel relativo; vivono nella storia e non nell’eternità. Nel passato recente gli assolutismi morali ci hanno regalato i totalitarismi comunisti e le teocrazie islamiste, col loro carico di oppressione e di stermini. Oggi l’assolutismo morale rischia di regalarci l’estinzione della vita sulla Terra attraverso una guerra atomica. Nell’era delle armi di distruzione di massa, l’incapacità di integrare con una certa stabilità il negativo nei rapporti internazionali, la presunzione che sia auspicabile e quindi anche possibile eliminarlo, appaiono evidentemente come i precursori dell’apocalisse nucleare, della distruzione generale.

La necessità di rinunciare a qualcosa se si vuole la pace

Scrivono Miguel Benasayag e Bastien Cany: «Le nostre culture occidentali sono le uniche a essersi date come obiettivo l’eliminazione razionale di ogni negatività e di qualunque pratica sacrificale. Per la società utilitaristica contabile, ogni perdita è assimilabile a un difetto, a un errore o a una frattura da superare. Perfino la distruzione sarà considerata un passaggio necessario per la creazione di un bene più grande. Ma, l’abbiamo visto, non c’è rimosso senza il ritorno del rimosso. Così le società moderne, cercando di sfuggire a quel destino indissociabile dalle pratiche sacrificali, trovano sul loro cammino, come una fatalità, la distruzione» (Il ritorno dall’esilio – Ripensare il senso comune, p.106). Per pratiche sacrificali i due autori intendono la necessità di rinunciare a qualcosa se si vuole la pace, necessità che sussiste sia nei rapporti fra gli individui, che fra un individuo e la collettività, che fra le collettività rappresentate dagli stati.

Sin dalla notte dei tempi sacrifici e voti indicano la consapevolezza che c’è sempre un prezzo da pagare, che non si può avere tutto, che all’ostilità degli dèi o degli esseri umani si può porre un argine solo accettando di rinunciare a qualcosa. Quando si pensa di poter imporre completamente alla realtà i criteri della razionalità, fosse pure la più morale di tutte, i risultati saranno distruttivi: la tecnologia non risolverà mai da sola la questione dell’esaurimento delle risorse, anzi accelererà i processi di degradazione; la giustizia politica assolutizzata spingerà i “cattivi” a usare armi sempre più potenti per non essere eliminati dalla scena. Diventerà realtà il motto latino, che avrebbe pronunciato uno degli assassini di Cesare e che poi fu fatto proprio Ferdinando I d’Asburgo: “fiat iustitia, pereat mundus”; sia fatta giustizia anche a costo di far perire il mondo.

L’utopia della perfetta giustizia sulla terra

Benasayag e Cany non sono cristiani e non notano il fatto che i più significativi esempi storici di integrazione del negativo, cioè di amministrazione del regime di conflittualità permanente della condizione umana, di accettazione della negatività come condizione indissociabile dall’esistenza, arrivano più dal cristianesimo che dalle religioni tradizionali.

È nel Vangelo che Gesù invita gli esseri umani a rinunciare all’utopia della perfetta giustizia sulla terra, in particolare nella parabola di Matteo 13, 24-30:

«Il regno dei cieli può essere paragonato ad un uomo che aveva seminato buon seme nel suo campo. Ma, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando l’erba germogliò ed ebbe fatto frutto, allora apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: “Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c’è della zizzania?” Egli disse loro: “Un nemico ha fatto questo”. I servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a coglierla?” Ma egli rispose: “No, affinché, cogliendo la zizzania, non sradichiate insieme ad essa anche il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: ‘Cogliete prima la zizzania, e legatela in fasci per bruciarla; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio’”».

Evitare il “pereat mundus”

Il cristianesimo, e in particolare la Chiesa cattolica, non si dà come programma di debellare il male dal mondo, ma sempre di nuovo offre il perdono al peccatore pentito nel sacramento della Confessione, pratica l’esorcismo sugli indemoniati, proclama i Giubilei che rimettono la punizione dei peccati. Consapevole che gli uomini torneranno a peccare, che Satana tornerà ad interferire, che la malattia e la morte affliggeranno la vita fino al ritorno di Cristo. Nel Padre Nostro i cristiani non promettono a Dio di farla finita coi cattivi di questo mondo, ma chiedono a Lui: “Liberaci dal male”.

La giustizia retributiva vorrebbe che la Russia fosse ripagata con la stessa moneta con cui ha cercato di compiere il suo misfatto: ha cercato di cancellare o quasi dalle carte geografiche l’Ucraina senza apparentemente riuscirci; ora è il suo turno di essere spinta sulla china che determinerà la sua disintegrazione. Questo però quasi certamente determinerebbe una conflagrazione generale, perché le armi di distruzione di massa della Russia disintegrata finirebbero certamente almeno in parte nelle mani di soggetti che ne farebbero un uso catastrofico. Non resta che ricercare, come scrive Benasayag, «un trattamento della negatività che non mira a eliminarla, bensì a contenerla in una coabitazione fattibile e vivibile». Ciò implica la rinuncia alla ricerca della perfetta giustizia, che sfocerebbe nel “pereat mundus”.

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