Sobrietà, povertà, decrescita. E se, invece, provassimo a usare un’altra parola? “Verginità”

La simpatia che riscuote papa Francesco è evidente.
A giudicare da giornali e televisione la Sua figura sembra accordarsi perfettamente ai tempi.
Eppure Gesù pianse su Gerusalemme, proprio perché chi la abitava non capiva i tempi.
Ora questi sono tempi in cui sviluppo, crescita, ricchezza, ambiente sono parole tra loro contrastanti, forse anche inconciliabili; al punto che termini come misura, sobrietà, non spreco diventano parole sensibili e accoglienti.
Tutti un po’ più poveri ma più felici, dice da anni Latouche e ripete oggi colui che pare il suo seguace più accreditato, Beppe Grillo.

Quindi Cristo, il Suo vicario, i Suoi seguaci non avrebbero motivo di piangere su questa nostra Gerusalemme europea?
Gli interpreti della decrescita sobria e felice hanno capito i tempi?

Immaginiamo cosa succederebbe se traducessimo la parola povertà con la parola verginità: guardare e usare le cose e le persone che puoi avere, sapendo che non sono tua proprietà.
Proviamo a dire ai giovani e agli adulti, a quelli e a quelle cui il matrimonio o la convivenza è andata male, a quelli o a quelle la cui gravidanza è indesiderata, a chi ha i soldi e a chi non l ha, a chi ha un potere grande e a chi ha un potere piccolo, a chi ha il figlio che si droga o non studia e a chi ha allevato bravi fanciulli: l’ideale della vita è la verginità.

Come Francesco. Il Santo e il Papa.
Come la Maddalena, che usò il costosissimo profumo di nardo per i piedi dell’uomo che amava.
Verginalmente.
La verginità non è uno sforzo morale, ma l’amore, l’attaccamento a Chi fa nuove tutte le cose.
Un’ipotesi ragionevole poiché il nostro destino o è la morte o la resurrezione promessa.
Cosa può dare, infatti, l’uomo in cambio della propria vita?

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