Parlare di piante come fossero persone, di migranti come fossero spermatozoi

Uno dei grandi ostacoli sulla strada dell’ecologia integrale a cui richiama la Chiesa e di un rapporto autenticamente creaturale con l’ambiente è l’equivoco antropomorfico in cui scivola puntualmente l’ambientalismo contemporaneo. Molti criticano gli ecologisti più intransigenti accusandoli di dare più importanza alla vita vegetale e animale che a quella umana. Il rischio che l’ecologismo degeneri in un culto di Gaia e in un nuovo genere di sacrifici umani agli dèi (non più cruenti, ma ugualmente centrati sulla repressione della vitalità di categorie di esseri umani) esiste, ma mentre questo è per il momento un pericolo a venire, già in atto è la bancarotta intellettuale con cui a piante, animali e pianeta vengono attribuite caratteristiche proprie degli esseri umani. È diventato normale parlare di diritti di animali, piante e pianeta, dimenticando che i diritti sono solo una delle due facce della medaglia della responsabilità morale, l’altra essendo quella dei doveri. Chi ha diritti ha anche sempre doveri, almeno potenzialmente. Ma quali doveri hanno fra di loro e nei riguardi dell’uomo animali e piante, per non parlare del pianeta? Nessuno, perché nessuno dei tre rientra nella categoria dei soggetti morali, ai quali si può e si deve chiedere conto delle loro azioni. Autocoscienza, ragione, responsabilità morale sono prerogativa dei soli esseri umani. Ci sono modi giusti e modi sbagliati di rapportarsi al creato da parte dell’uomo – fatta salva la condizione di ignoranza che sempre ci accompagnerà, perché non sappiamo tutto e mai lo sapremo -, ma in nessun caso l’uomo ha il dovere di trattare animali e piante come se fossero esseri umani, perché non lo sono sotto gli aspetti più importanti, i tre sopra citati (autocoscienza, razionalità, responsabilità morale). È l’errore di impostazione che fanno per esempio i vegani, che estendono agli animali e alle piante il comandamento “non uccidere”, che è un imperativo della coscienza relativo ai rapporti fra gli uomini. Il quale non ha nulla di “naturale”: in natura gli esseri viventi si mantengono in vita divorando altri esseri viventi, o approfittando comunque della loro morte.

L’antropomorfizzazione di animali, piante e pianeta ha due conseguenze negative importanti. La prima è che impedisce all’uomo di rapportarsi al creato non-umano nella sua alterità: trasformando in persone umane animali e piante, ci neghiamo la possibilità di conoscerle per quello che sono; diciamo di voler affermare l’altro da noi e invece affermiamo sempre e soltanto noi stessi. Tutto ciò che c’è diventa un prolungamento di noi, tutto ciò che c’è diventa identico a noi: dovunque incontriamo sempre e soltanto noi stessi.

La seconda conseguenza negativa è che facciamo regnare il senso di colpa là dove dovrebbe manifestarsi la gratitudine. La salvaguardia del creato ha bisogno del senso di meraviglia e di gratitudine che dovremmo provare per tutto ciò che ci permette di godere del bene della vita offrendosi al nostro consumo e ai nostri utilizzi. Il senso di colpa si accompagna alla paura della morte (propria) per inquinamento e dell’esaurimento delle risorse, tutti sentimenti che si cerca di esorcizzare attraverso il progresso tecnologico che dovrebbe risolvere i problemi morali del rapporto fra l’uomo e il creato. Sappiamo troppo bene che senza progresso morale il progresso tecnologico da solo spesso solo rinvia i problemi al futuro o li sposta a livelli diversi, ed essi si ripresenteranno più difficili di prima.

L’ultimo esempio di antropomorfizzazione del non-umano arriva dal mondo della biologia vegetale. Nelle scorse settimane e poi recentemente attraverso le repliche ha furoreggiato sugli schermi televisivi italiani Stefano Mancuso, docente di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree presso l’Università di Firenze. I suoi libri sono ricchissimi di informazioni sui comportamenti del mondo vegetale, e l’ultimo, La Nazione delle piante, pubblicato nel marzo scorso, non fa eccezione: su Rai3 Corrado Augias prima e Domenico Iannacone poi hanno invitato Mancuso rispettivamente a “Quante storie” e a “Che ci faccio qui” e sono rimasti a bocca aperta mentre lui raccontava i prodigi di questi esseri viventi che rappresentano l’85 per cento di tutta la biomassa presente sulla Terra. Il problema è che Mancuso descrive il comportamento delle piante con termini come “memoria”, “intelligenza”, “comunità democratica”, e che si autodefinisce (non è il solo, fa parte di una tendenza sorta nel 2006) “neurobiologo vegetale”. Come se le piante avessero un cervello e un sistema nervoso costituiti di cellule neuronali… In realtà Mancuso sa bene che non è così, e infatti sostiene che nelle piante l’intelligenza è “distribuita”: non è concentrata in un organo, come negli animali, ma diffusa in modo reticolare, come in Internet. «Possiamo rimuovere il 90% di internet e la rete continua a funzionare, così come possiamo rimuovere il 90% dell’apparato radicale e le piante continuano a funzionare». Cioè Internet in quanto Internet sarebbe  intelligente…

Se le piante non hanno neuroni, perché ostinarsi a definire “neurobiologia vegetale” il paradigma scientifico di cui Mancuso, insieme ad altri, si è fatto paladino? La forzatura è evidente. Ed è funzionale a descrivere le piante come esseri razionali, come fa il filosofo Paco Calvo che insegna – tenetevi forte – filosofia della neurobiologia delle piante all’Università di Murcia: «Le piante possono non solo apprendere e memorizzare, ma anche prendere decisioni e risolvere problemi complessi». Gran parte dei biologi e biochimici rigetta le tesi di Mancuso, Calvo, ecc. Dice Lincoln Taiz, emerito di fitofisiologia alla Santa Cruz University della California: «È vero, le piante inviano segnali elettrici sia a breve sia a lungo termine, e usano come segnali chimici alcune sostanze simili ai neurotrasmettitori. Ma i meccanismi sono piuttosto diversi da quelli dei sistemi nervosi. I neurobiologi vegetali danno un’interpretazione forzata dei dati, sono teleologici, antropomorfizzano, filosofeggiano e fanno ipotesi azzardate». I neurobiologi vegetali replicano che ad avere un concetto troppo antropomorfico di intelligenza sono i biologi e biochimici tradizionali. La prova che ha ragione uno come Lincoln Taiz sta nelle ultime pagine di La Nazione delle piante, dove Mancuso ha la sfrontatezza di enunciare una costituzione della Nazione delle piante in otto articoli che suonano così: «art. 1 – La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente. art. 2 – La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono. art. 3 – La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate. art. 4 – La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni. art. 5 – La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti. art. 6 – Il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato. art. 7 – La Nazione delle piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione. art. 8 – La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso».

Più antropomorfi di così non si può. Pensavate che l’espressione “nazione” fosse metaforica? Niente affatto: dovete intendere il termine esattamente nel suo significato storico-culturale; infatti qui le piante sono diventate addirittura un’entità politica che esercita la sovranità. Veniamo così a sapere che le piante sono democratiche, progressiste, passabilmente anarchiche, egualitariste e immigrazioniste. Peccato che l’articolo 7 – quello che concede a chiunque il diritto di insediarsi nel territorio della Nazione vegetale – faccia a pugni con la realtà, nella quale le piante invasive hanno devastato interi ecosistemi soprattutto in Australia, ma anche in Italia hanno creato problemi: si pensi all’ambrosia, di origine nordamericana, con la sua potente carica allergenica, e al fico degli ottentotti, sudafricano, che mette a repentaglio la flora mediterranea. Sembra proprio che la questione delle migrazioni metta in crisi il raziocinio di alcuni, fino a casi di vera e propria bancarotta intellettuale. La testata giornalistica spagnola Porcausa.org, che si occupa solo di migrazioni, ha offerto ai lettori una vignetta dove alcuni spermatozoi si dirigono verso un ovulo pronto a essere fecondato e in inglese si legge la frase: “Life begins with migration”, la vita comincia con una migrazione. Nessuno gli ha spiegato che uno solo arriva a destinazione e tutti gli altri fanno una brutta fine…