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Ottobre 1968. Il «lieto annuncio» di Zvěřina alla primavera (frustrata) di Praga

febbraio 27, 2018 Angelo Bonaguro

Il 1968 in Europa centrale portò, oltre al rinnovamento della società civile, anche una rinascita della vita di fede. E nella Chiesa cecoslovacca l’approccio fu diverso da quello occidentale, come era già successo per la società. «La Primavera – ricorda padre Josef Zvěřina, uno dei maggiori teologici boemi del Novecento – arrivò del tutto inattesa, molto più velocemente di quella astronomica! Non eravamo preparati, non c’era alcun progetto, fummo scaraventati in una situazione irreale: da tutte le parti scaturivano idee, tematiche, compiti, richieste, dall’interno e dall’estero, fu come un turbine impossibile da controllare».

La Chiesa, profondamente segnata dal ventennio precedente, si accostò al processo di rinnovamento con ritardo: l’esperienza amara del passato consigliava cautela anche ai più coraggiosi. I sacerdoti usciti dai campi di lavoro portarono l’esperienza della comunione fraterna, ma d’altra parte molti religiosi erano rimasti lontani dai passi che la cristianità stava compiendo a livello universale.

A marzo il vescovo Tomášek inviò una Lettera ai fedeli in cui definiva l’epoca staliniana come «la nostra grande quaresima», «occasione di purificazione personale e sociale», e invitò ad agire: «Male intende il cristianesimo chi vi scorge qualcosa di passivo, la fuga dal mondo. È vero proprio il contrario: il cristianesimo invita all’azione, alla partecipazione viva a tutto ciò che crea valori autentici». Negli stessi giorni al primo segretario Dubček fu presentata una petizione sottoscritta dai cattolici dove si chiedeva il reintegro dei vescovi cui era stato tolto il permesso statale, la liberazione dei credenti ancora in carcere, la ripresa di trattative con il Vaticano, la legalizzazione della Chiesa greco-cattolica e la cessazione degli interventi statali nella vita ecclesiale. Il Partito valutò positivamente il ritorno alla normalità dei rapporti Stato-Chiesa. A metà maggio fu avviata l’Opera di rinnovamento conciliare, un’iniziativa che coinvolse sacerdoti e laici. Nello stesso periodo, su iniziativa di padre Zvěřina, iniziò a uscire la rivista teologica Via.

Sui primi numeri di Via troviamo una serie di suoi contributi sul tema della libertà. «Quello della libertà è un problema di comprensione dell’uomo, della società, dell’ordine costituito e, in ultima analisi, della trascendenza. La coscienza cristiana con la sua consapevolezza della libertà assoluta e della giustificazione e legittimità dell’autorità, in cui la libertà per partecipationem non coincide assolutamente con la verità e l’amore, grazie alla sua esperienza storica – positiva e negativa – rappresenta un utile partner nella ricerca della libertà civile e umana: insieme ai nostri fratelli uomini, ci mettiamo in cammino verso la libertà… Il problema della libertà cristiana, ossia della libertà considerata integralmente nel piano concreto della Salvezza, realizzato in Cristo e nella sua opera, è più complesso perché è un mistero. (…) Con l’agire storico di Cristo, nella storia della Salvezza la libertà naturale dell’uomo è stata portata a compimento e innalzata a un nuovo livello storico. (…) La libertà di Cristo è presente storicamente nella Chiesa. La profonda esperienza della libertà che vive l’uomo moderno, però, incontra proprio qui grandi difficoltà che vanno comprese: è l’autorità della Chiesa… Non sarebbe saggio vedere qui una rivolta contro l’autorità. Si tratta di una ricerca, di una precisazione, di un cammino verso l’autorità reale, cioè libera».

Via pubblicò anche interventi di nomi importanti della cultura occidentale come Guitton, Guardini, de Chardin, ma non si limitò a disquisire solo di teologia e filosofia. Così, sul numero 4 dell’ottobre 1968, la redazione rivolse un messaggio ai giovani alle prese con lo shock dell’invasione sovietica di agosto che aveva spazzato via ogni illusione. Anche se non è firmato, lo stile è quello di Zvěřina.

«Vogliamo rivolgere la parola a voi che vi affacciate alle porte delle università. In tutto il mondo, fuori e dentro quelle porte sono avvenuti dei tumulti. I vostri colleghi congolesi hanno manifestato contro gli esami, in Italia contro il sistema neocapitalista, (…) anche la Cattolica di Milano è entrata in sciopero… Alcuni di loro seguono Marx, altri Mao oppure Marcuse o tutti e tre. (…) È un fenomeno normale o un virus, come hanno scritto da noi? Per voi si è trattato solo del problema delle infrastrutture di Strahov [la manifestazione repressa allo studentato universitario di Praga, ottobre 1967, nda], oppure della libertà accademica e civile, come per i vostri compagni di Varsavia o della Spagna? Quando abbiamo parlato con i vostri colleghi di altri paesi, la maggioranza di loro ha esposto motivazioni istituzionali e strutturali, economiche, sociali, politiche e ideologiche. Alcuni volevano la rivolta come programma, la rivoluzione permanente; altri erano scettici al riguardo. Qual è stata la risposta ai tumulti studenteschi? A Praga abbiamo visto lacrimogeni e manganelli, come in Brasile, a Tokyo, a Parigi, con la differenza che qui è stata la polizia e non gli studenti a permettersi la violenza…

(…) Per noi si tratta della dignità umana e dell’onore, della libertà civile e della democrazia, del nostro cammino e della possibilità di disporre di noi stessi. (…) State maturando in un tempo difficile, caotico. Cercate la verità, e vi si offre una verità già pronta, infallibile, oppure vi dicono che non esiste. Cercate la giustizia – quante volte è stata calpestata anche da coloro che se ne facevano scudo! È difficile trovarla, al punto che spesso sembra una ricerca inutile. Aspirate alla comunità, per questo create gruppi e compagnie. Ma non volete perdere la vostra individualità, per questo avete un debole per le bizzarrie e le eccentricità, per le provocazioni e l’aggressività. Aspirate alla felicità, la cercate dappertutto, forse anche nella droga. La parola felicità diventa uno slogan, ma è come se la bacchetta magica di un mago malvagio facesse sparire la felicità autentica… La verità e la giustizia, la comunità e la felicità non sono oggetti pronti all’uso o condizioni perenni: sono piuttosto un compito, un mandato. Ciò significa che ogni generazione, ogni uomo deve lottare per ottenerle…

Vogliamo portarvi un lieto annuncio, vogliamo rendere testimonianza alla verità – essa esiste ma va cercata! – Vogliamo rendere testimonianza alla giustizia, della quale occorre avere fame e sete; alla comunità, che ci è donata dalla coscienza della figliolanza divina, anche se noi per primi non la viviamo appieno. All’individualità, che giunge a pienezza innanzitutto nella pienezza di Cristo. Alla felicità, che inizia con la trasformazione della mentalità e con la negazione di sé».

Foto: Ansa

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