Mani pulite non fu una rivoluzione, ma un «golpe»

Sedetevi un attimo e usate qualche minuto del vostro tempo per leggere cosa ha scritto ieri sul Foglio Piero Ostellino. L’editorialista ed ex direttore del Corriere della Sera ha messo nero su bianco quello che da circa vent’anni – cioè dalla sua fondazione – Tempi cerca di spiegare e illustrare ai suoi lettori. E cioè che Mani Pulite non fu una “rivoluzione”, quanto, invece, un “golpe”. Lo scrive proprio così Ostellino: «golpe», tra virgolette.

CONTROLLO DI LEGALITA’. In un passaggio del suo ragionamento, Ostellino scrive: «Diciamola, allora, tutta. Tangentopoli e Mani pulite non sono state (solo) l’auspicabile lavacro di un paese allora devastato dalla diffusa corruzione, ma (anche, e soprattutto), al riparo della legalità, un golpe, il sovvertimento di ogni ordine costituzionale, legale e politico razionale. Il “controllo di legalità”, che qualcuno, adesso, vorrebbe addirittura assegnare alla magistratura inquirente, è il modo col quale ogni regime illiberale tiene sotto il proprio tallone la propria popolazione e sovrintende ad ogni zona grigia nei comportamenti regolati dalla moralità individuale e da principi etici universalmente riconosciuti nei paesi di più matura democrazia liberale. Il controllo di legalità sarebbe l’ultimo passo verso il totalitarismo di un cammino già da tempo in corso».

PACTUM SCELERIS. Secondo Ostellino, in quegli anni (ma oggi forse è diverso?, ndr) «nacque, così, tacitamente una sorta di pactum sceleris fra il mondo dell’informazione – di proprietà di quello degli affari non sempre esente da qualche peccato, piccolo o grande che fosse – e la parte della magistratura interessata a sovvertire gli equilibri politici esistenti e a portare al governo il Partito comunista che ne era rimasto fuori per i suoi rapporti con l’Unione sovietica dalla quale aveva ricevuto sostegno finanziario, peraltro senza che a nessun magistrato fosse mai venuto neppure in mente di aprire un relativo fascicolo sul caso. “Voi – dissero i media a magistrati ormai più interessati a cogliere e a mettere a frutto la portata sovvertitrice dell’alleanza che veniva loro proposta e ad accrescere il proprio potere che ad amministrare la giustizia – tenete fuori da Mani pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la responsabilità della corruzione alla politica; fidatevi, sosterremo la vostra azione”. Fu ciò che puntualmente avvenne».

IL GIORNALISMO IN COMA. Ostellino, insomma, conferma quello che da anni si scrive su Mani Pulite. Altro che “colpo di spugna” per punire “i ladri”. Fu un colpo di Stato (senza sparatorie, certo) per via giudiziaria. E con la complicità – consapevole, ricercata, voluta – della grande stampa.
Scrive ancora l’editorialista del Corriere: «Spuntarono i direttori di professione, uomini d’ordine – che passavano, indipendentemente dalla loro linea politica, da una testata all’altra, come i questori passano da una città all’altra col compito di evitare disordini – per i quali la linea editoriale era quella fissata dal pactum sceleris. Il giornalismo entrò in coma e, poco per volta, morì per carenza di pensiero; forse, per la natura dei rapporti di produzione capitalistici, direbbe Marx, non era mai stato libero e indipendente come qualche anima candida aveva preteso fosse; ma, almeno, fino a quel momento, aveva conservato una accettabile funzione informatrice e, in se stessa, liberatoria e una parvenza di dignità rispetto a quello dei paesi di socialismo reale. Di questo ha via via assunto la funzione, invece di darle, di nascondere ai lettori le informazioni e le idee non gradite al regime, mantenendoli in uno stato di permanente ignoranza e soggezione. Ad esso sta progressivamente assomigliando sempre più, senza che nessuno, né editori, né giornalisti mostri di accorgersene e di preoccuparsi».

L’articolo integrale di Ostellino lo trovate qui.

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