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Lo sguardo di mio padre, diventato così mio

aprile 20, 2015 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Mi succede ancora. Quando, come stamattina, cammino per le strade di un piccolo paese di campagna dove, parrebbe, non c’è nulla da vedere. Proprio in quest’apparenza banale divento più attenta, e noto ogni particolare. L’unica finestra aperta, in una cascina che pare abbandonata. L’inclinazione del tronco di un albero, nell’ombra di un cortile, che è cresciuto allungandosi oltre un muro, per cogliere almeno qualche raggio di sole. Ciò che mi succede ancora e mi accompagna, è lo sguardo che aveva mio padre, quello che gli vedevo in faccia quando camminavo accanto a lui. Quella sua curiosità silenziosa e gentile, quasi contemplativa tanto era attenta alla realtà.

Leggeva, sui muri dei piccoli paesi di montagna, le partecipazioni di lutto, e si fermava a ragionare sulle parentele del defunto, e sulle lontane radici dei cognomi che ricorrevano nella zona. Considerava con attenzione la varietà e la maturazione delle verdure negli orti; e la inclinazione più o meno accentuata dei tetti, per capire quanta neve cadeva lassù, in inverno.

È lui che mi ha insegnato a incuriosirmi a una finestra solitaria sempre accesa, la sera, in una casa buia. E, dopo pochi giorni, sapeva gli orari delle massaie e dei vecchi del paese, e a che ora chiudeva la chiesa, e i cancelli del cimitero; e come si chiamava il sagrestano che ogni sera, serrando quei battenti, siglava la fine di una giornata.

Era, quella di mio padre, come una immedesimazione, un immergersi silenzioso nel tessuto di un paese – sognando forse di appartenergli, e di avere anche lui lì il suo orto, coi pomodori che maturavano al sole.

C’era una forte simpatia, in lui, per tutto ciò che era umano, e una semplicità di modi naturale: per cui si fermava con entusiasmo, sulle strade statali, a mangiare nelle trattorie con i parcheggi pieni di Tir, e le tovaglie a quadretti, ed evitava come la morte i locali eleganti e alla moda.

Viaggiare con lui era scoprire il mondo più da dentro, più dal vero. Conservo una sua foto da ragazzo, con tanti capelli, in uniforme da Alpino, seduto sul gradino di un vagone in partenza per il fronte russo. Sorrideva, e sorridevano i suoi compagni, ignari. Lui accarezzava un bastardino bianco incrociato in stazione, e sembrava allegro, curioso di quella grande avventura.

Che lungo viaggio, papà, e quante case e orti e vecchi avrai visto, in Russia, dove hai sfiorato, vicina, accanto a te, la morte. Eppure sono certa che anche laggiù hai lasciato un pezzo di cuore. Che ti sei portato a casa, per sempre, gli occhi di una contadina in un’isba, e quel bambino morto, di cui mi hai una volta pudicamente accennato – portato da due donne in una cassetta da frutta, in un villaggio abbandonato.

Ma quante cose, mi accorgo stamattina in questa strada di un piccolo sconosciuto paese, mi hai dato, con le parole, lo sguardo, e nella trama dei geni ereditati. Mi pare, in questo silenzio, di averti veramente accanto. Impossibile, mi dice la mia anima positivista, con cui faticosamente convivo. Davvero? Mi domanda un’altra parte di me, assorta, attenta, capace di ascoltare anche ciò che non fa rumore. E mi pare che quest’altra me sorrida.

Foto paese di campagna da Shutterstock

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