La ridicola campagna di Repubblica contro la Meloni servirà almeno a vendere copie?

Ritratto di Francesco Merlo contro Carlo Nordio per il quotidiano La Repubblica

Su Affaritaliani Stefano Zecchi dice: «Nello stesso partito conservatore ci debbono essere vitali differenze. Non ritengo che un partito conservatore abbia come suo compito distintivo quello di essere custode e predicatore delle ceneri del passato, bensì quello di avere il coraggio di volare come la Fenice con lo sguardo rivolto al passato verso il futuro da costruire».

Ho un’amicizia con Zecchi di oltre 45 anni, cresciuta in un’altra vita quando si era entrambi molto meno conservatori di oggi. Le sue riflessioni sono sempre colte e interessanti, e quando ha fatto l’assessore al Comune di Milano, ha fatto molto bene. Che si candidi oggi per la Regione Lombardia mi pare una notizia a cui dedicare attenzione.

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Su First online Ernesto Auci scrive: «Ed invece alla spinta regionalista di Salvini la Meloni risponde in modo altrettanto sbagliato portando avanti il presidenzialismo (senza ben specificare di cosa si tratta). Insomma, si vorrebbe contrapporre ai tanti capi bastone regionali uno dotato di un bastone ancora più grosso capace di far star buoni tutti i baroni locali. Ma le cose non funzionano in questo modo. Al contrario si moltiplicherebbero i conflitti di competenza che già oggi ingorgano la Corte costituzionale, aumentando la paralisi decisionale che è il male principale dell’Italia. Esiste in realtà l’esigenza di rafforzare il nostro esecutivo. Come ha dimostrato il prof. Sabino Cassese, questa esigenza si raggiunge attraverso il rafforzamento del presidente del Consiglio, sulla scia del cancellierato tedesco, senza toccare la figura del capo dello Stato che in questi anni ha dimostrato di essere una garanzia dell’unità nazionale ed anche un punto di riferimento indispensabile per costituire governi capaci di far uscire il paese da gravi situazioni di crisi. Alla fine, quello che poi conta è la qualità degli uomini che noi cittadini eleggiamo ai posti di governo. E tuttavia gli assetti istituzionali contano molto sia per far emergere le persone migliori nei posti di comando, sia per far capire meglio ai cittadini cosa possono aspettarsi dai politici e cosa invece non possono chiedere, perché le istituzioni impediscono di fare cose che avvantaggerebbero pochi a danno di molti. Per il momento la scarsa qualità dei nostri assetti istituzionali sta spingendo i cittadini ad eleggere demagoghi da quattro soldi, comici che non fanno più ridere, eredi di vecchie idee novecentesche che una volta al potere devono buttare a mare la loro vecchia cultura e affrontare un periodo di apprendistato per dotarsi di nuove idee adatte ai tempi. E la formazione avviene a spese del paese nel frattempo lasciato in balìa di sé stesso. E poi non sempre la formazione ha esisti positivi».

Alcune delle riflessioni di Auci sul funzionamento delle Regioni sono più o meno ragionevoli: anche se gli sfugge come l’unica Regione in cui la sanità è gestita direttamente dallo Stato, cioè la Calabria, è la più malandata. Ma in generale l’impianto fondamentale delle sue riflessioni è contradditorio: da una parte sostiene che gli assetti istituzionali italiani sono scassati, dall’altra nella sostanza è impegnato a difenderli fino in fondo accompagnando soltanto questa strenua difesa con la proposta di un premier alla tedesca palesemente coerente con la forma federale dello Stato tedesco che Auci nega per l’Italia. Condisce infine tutto il suo ragionamento con un’apologia di un ruolo del Quirinale come commissario della politica italiana, mentre la realtà stessa degli avvenimenti recenti ha dimostrato che questa scelta di commissariamento impostata innanzi tutto da Giorgio Napolitano è la causa di un progressiva disgregazione della democrazia. Di fatto sono bastati pochi mesi di un governo politicamente autonomo e legittimato dagli elettori per ridare un ruolo di grande rilievo all’Italia sulla scena internazionale: così in Ucraina, così nel Mediterraneo, nei rapporti con Washington e persino nell’area indo-pacifica. Mentre durante la lunga fase del “commissariamento” anche con un gigante come Mario Draghi, non solo con un nano come Mario Monti, Roma non poteva che svolgere un ruolo subalterno in politica estera accompagnato dalla tendenza incombente, come avrebbe detto Klemens von Metternich, di ridurre l’Italia ad una ”espressione geografica”.

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Su Formiche Rossana Miranda scrive: «“Il principale rischio è che i partiti conservatori aprano le porte dei governi a partiti di estrema destra”, ha detto Sánchez a Davos, “e questo è qualcosa che va diametralmente al contrario dell’Unione Europea”. L’alleanza potrebbe essere l’inizio di una futura coalizione tra le due formazioni di destra alle elezioni generali di fine anno. I primi consensi per l’unione tra Partito popolare e Vox sono arrivati questo fine settimana. La convocazione dei due, insieme ad un centinaio di associazioni conservatrici, ha radunato più di 30.000 persone nella piazza Cibeles di Madrid, secondo i calcoli delle autorità locali. Per gli organizzatori c’erano più di 700.000 persone. La protesta aveva come obiettivo contestare le politiche progressiste di Sánchez. I manifestanti chiedevano le dimissioni del presidente spagnolo, accusandolo di essere un traditore».

È diffusa la tendenza negli schieramenti di centrosinistra europei di contenere la propria crisi cercando di impedire la “costituzionalizzazione” delle organizzazioni conservatrici radicalizzate. Vi è qualche giustificazione in questo atteggiamento in comportamenti insensati come quelli di settori di repubblicani trumpiani che si sono rifiutati di accettare i risultati di elezioni democratiche. Ma vi è anche spesso la disperata ricerca di sopperire a proprie carenze programmatiche e di relazioni sociali, “demonizzando” l’avversario politico conservatore. E questo comportamento è assunto non solo da forze politiche della sinistra radicale ma persino da movimenti che si presentano di “centro” e sono invece espressione di una cultura antipolitica in forma tecnocratica.

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Su Startmag Francesco Damato scrive: «Per tornare un attimo – solo un attimo – a Repubblica segnalo contro Nordio la “inutile provocazione” rimproveratagli nel titolo del commento di Francesco Bei e “il ministro del rancore” nel titolo del commento di Francesco Merlo, che nel testo ha coniato anche l’appellativo di “ministro di Astio e Giustizia”».

Probabilmente è anche una questione di spazio editoriale. In un quotidiano in grande difficoltà si pensa che alimentare una campagna scatenata contro Giorgia Meloni fidelizzi almeno un po’ i lettori. Ma l’attacco al nuovo governo e ai suoi ministri usa toni così esagerati da diventare ridicolo.

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