La maturità della leggerezza di Luis Enrique e Federico Chiesa

L'allenatore della Spagna Luis Enrique e il giocatore italiano Federico Chiesa durante la semifinale dell'Europeo Italia-Spagna
L’allenatore della Spagna Luis Enrique e il giocatore italiano Federico Chiesa durante la semifinale dell’Europeo Italia-Spagna

Ho visto giocatori espulsi in partite fra amici minacciare l’arbitro che conoscevano da una vita con la bandierina del calcio d’angolo. Ho sentito genitori di ragazzini di 8 anni che giocavano un torneo amatoriale insultarsi in tribuna per una punizione non concessa. In tivù ho visto un allenatore di calcio di serie A prendere a calci nel didietro l’allenatore della squadra avversaria.

Non avevo mai visto l’allenatore di una Nazionale parlottare e ridere col giocatore della squadra avversaria che gli ha segnato un goal nel corso della partita decisiva per accedere alla finalissima, mentre sta per iniziare il secondo tempo supplementare. All’acme del dramma sportivo, la sdrammatizzazione più completa. Questo l’ho visto, insieme ad alcuni milioni di persone, martedì sera 6 luglio assistendo alla semifinale degli Europei di calcio Italia-Spagna.

Come due bambini

Federico Chiesa che si avvicina a Luis Enrique, scambio di battute con la mano sulla bocca per non essere intercettati dalle telecamere, occhi che brillano e risata che erompe genuina. Di lì a qualche minuto si decideranno carriere, ingaggi, premi partita multimilionari sulla base del risultato finale; si deciderà chi nell’immaginario popolare incarnerà la figura del vincente e chi quella del perdente, che icona di sé consacreranno gli uni e gli altri nei ricordi delle rispettive tifoserie, il contenuto della memoria che verrà tramandata e continuerà a vivere attraverso i filmati eternamente riproposti (la corsa di Tardelli dopo il goal alla Germania, la smorfia di Baggio dopo il rigore sbagliato contro il Brasile, il bianco e nero di Riva che sorregge un Rivera esultante dopo il goal del 4 a 3 ai Mondiali del Messico).

Ma i due uomini sembrano assolutamente superiori a tutto questo, indenni alla tensione che li circonda e che si irradia in migliaia di luoghi pubblici o domestici dove la gente sta guardando la partita: come due bambini, o come due persone accomunate da una affascinante maturità.

Più di mille inginocchiamenti

La maturità della leggerezza, del non prendersi sul serio, della facilità a riconoscere che l’avversario non è un nemico, della consapevolezza che il calcio è guerra sublimata e non guerra vera, e proprio per questo possiamo riderci su insieme. Saranno per sempre un morso della coscienza e un richiamo al rispetto dell’altro da sé, al riconoscimento dell’uguale dignità, alla fraternità nella diversità delle appartenenze queste immagini di Luis Enrique e di Federico Chiesa (e dei due portieri avversari che si abbracciano lungamente prima dei rigori, e dei due capitani che cercano di fregarsi al momento di scegliere la porta in cui tirare i rigori e poi si mettono a ridere), più di mille inginocchiamenti a comando per non rischiare di essere etichettati come razzisti.

La biografia dei protagonisti

Ovviamente l’allenatore spagnolo e l’attaccante italiano non vanno canonizzati in vita, non vanno trasformati in santini: un domani Chiesa riprenderà a tuffarsi a terra e a invocare il calcio di punizione al minimo contatto, come gli abbiamo visto fare in certe partite; magari Luis Enrique inveirà contro un arbitro distratto alla prossima partita della sua Nazionale. Ma ciò nulla toglierà alla genuinità di quello che tutti hanno visto la sera del 6 luglio. E che pesca sicuramente nella biografia dei due protagonisti, nelle dolorose esperienze di vita attraverso cui sono passati.

Entrambi hanno frequentato la scuola del dolore e lì hanno imparato a dare il giusto valore alle cose della vita. A Luis Enrique il cancro ha strappato una figlia di 9 anni, Xana, meno di due anni fa; a Federico Chiesa una cardiomiopatia ha portato via l’amico, compagno di squadra e capitano Davide Astori tre anni fa quando giocava nella Fiorentina. Due modi diversi di perdere gli affetti: una malattia di cinque mesi che ti permette di assistere il tuo caro mentre ti si strazia il cuore, e uno strappo improvviso come l’infarto mortale a un amico, che ti lacera l’anima e ti fa urlare come un animale.

Croci personali

Se questa esperienza universale che è la sofferenza umana non fosse insostituibile per poter raggiungere la maturità, non l’avrebbe abbracciata persino il Figlio di Dio. Le croci personali sono confluite e hanno trovato senso nella Sua croce. E mi vengono in mente le parole di Kizito Mihigo, un cantante cristiano africano imprigionato e morto per avere amato la verità più dei soldi e del successo: «Quanto alla sofferenza, consideratela sempre come una possibilità che ci è offerta per imparare la compassione, il perdono e l’amore del prossimo. La sofferenza è un mezzo straordinario per imparare l’umiltà e per curare la nostra umanità».

Foto Ansa

 

 

 

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