Jean-Marie Vianney, curato d’Ars, fabbro della misericordia

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quando il Papa ha annunciato il Giubileo della Misericordia, mi è venuta subito in mente quella piccola porta laterale nella chiesa di Ars-sur-Formans, nelle campagne lionesi. Un posto che mi ha meravigliato, pochi anni fa, ancora con le pecore al pascolo a cinquecento metri dal campanile. Non così diverso da come doveva essere quando Jean-Marie Vianney, ex pastore analfabeta, vi arrivò nel 1818 come curato. Ars aveva 230 anime allora, ed era l’ultimo villaggio di una regione umida e acquitrinosa. C’erano più vacche che uomini, e si alzavano alle quattro del mattino i bovari, per mungere. Ciò che li stupì, fu vedere che a quell’ora un lume nella canonica era già acceso: il nuovo curato pregava. «Non deve essere uno come gli altri», si cominciò a sussurrare.

Quel piccolo uomo basso, magro, cresimato da bambino in una chiesa clandestina negli anni sanguinosi della Rivoluzione, fu un tornado di carità e misericordia. Accolse e sfamò gli orfani, reinsegnò il catechismo, e prese a passare ore in confessionale. Vedeva nel cuore della gente, sapeva già, prima delle parole. A Ars cominciarono ad arrivare penitenti da Lione, e da Parigi. E lui fece aprire quella piccola porta, da cui si entrava in chiesa senza farsi notare: per quelli che da anni non venivano, e avevano vergogna degli sguardi della gente. Subito oltre la soglia li aspettava in confessionale. Ci stava, negli ultimi anni, anche 17 ore al giorno – una fatica da manovale, da fabbro della misericordia.

Quella piccola porta in una chiesa di campagna mi è rimasta indimenticabile. Così come la canonica, antica, fredda di vento, spoglia nelle sue povere cose. Le grosse scarpe sformate con cui il curato macinava chilometri, sui sentieri fangosi, per portare l’assoluzione ai morenti. Il suo sgualcito messale. E un crocefisso scuro, che nella nudità della stanza da letto assumeva la muta imperiosità di un padrone.

Qualcosa ha come impregnato quei muri fra cui un santo ha vissuto. Ma dove attingeva la sua forza? Vianney era, in sé stesso, un uomo sofferente e tormentato. Confessò, un giorno: «La mia tentazione è la disperazione». E può sbalordire che un santo si trovi a sfidare, di tutti i pensieri, il peggiore. Ma quella frase, quando ne lessi, quel giorno a Ars, mi fece venire in mente Péguy: quando scriveva che le peggiori miserie sono le ferite nella corazza coriacea degli uomini, attraverso cui Dio può passare.

Allora guardai alla vecchia canonica con una diversa tenerezza. Dunque, l’uomo che ascoltava e assolveva migliaia di uomini, sapeva, portava in sé un fondo di oscuro, cieco dolore. E forse per questa sua miseria pregava dall’alba; ma proprio avendola affrontata poteva capire, abbracciare, far rinascere. E immaginare perfino una piccola porta discreta, per chi, dopo tanto, voleva tornare.

Tutto, laggiù a Ars, pareva rimasto così uguale – mentre poco lontano rombavano i Tgv, in corsa verso Parigi. Singolare posto, misteriosa casa; mi sembrò come un’isola salva dal tempo, che cancella e divora.

Foto Jean-Marie Vianney da Shutterstock

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