In Russia la campagna vaccinale non sta andando bene

Sanificazione della stazione Kievsky di Mosca
Sanificazione della stazione Kievsky di Mosca

Lockdown in Russia almeno fino al 7 novembre, poi chissà. I contagi sono in continua crescita dall’estate (oltre 40.000 al giorno a fine ottobre), ed è stata superata la soglia psicologica delle 1.000 vittime quotidiane, facendo così salire a oltre 200.000 i morti da inizio pandemia.

La campagna vaccinale, iniziata presto nel dicembre dell’anno scorso, non ha portato grandi risultati: nonostante la disponibilità di vari prodotti nazionali e la prescrizione obbligatoria – a livello regionale – per alcuni gruppi di lavoratori, è stato vaccinato solo un terzo della popolazione, pari a circa 49 milioni di persone.

Cosa pensano i no vax

Secondo le statistiche, sin da subito oltre la metà dei russi non intendeva vaccinarsi, e la percentuale è scesa leggermente solo a fine estate, con l’intensificarsi degli interventi ufficiali.

In un’intervista, il sociologo Denis Volkov del Centro Levada ha parlato di ciò che pensano i no vax russi: c’è chi non teme il virus perché ritiene che non sia pericoloso, soprattutto i giovani, convinti che il pericolo riguardi «i pensionati» e che «anche se ci ammaliamo, passerà facilmente»; c’è chi crede nella teoria della cospirazione, e quindi che sia tutta una montatura che avvantaggia i produttori di mascherine, guanti, ecc.

Campo socialista assediato

Aleksej Levinson, anch’egli collaboratore del Levada, riporta altre teorie no vax rilevate dai sondaggi, come quella secondo la quale il virus è uno strumento «per ridurre la popolazione della Terra di 2 miliardi, dal momento che non ci sarà abbastanza spazio per tutti a causa del surriscaldamento globale».

Gira una nuova versione del «campo socialista assediato»: stavolta è l’Occidente che, grazie al Covid, vuol fare incetta dei territori della Russia sbarazzandosi della sua popolazione, per poterne poi sfruttare le risorse naturali. Ultima versione: non è un piano dell’Occidente, ma della Cina.

Un miscuglio di versioni

«A fine ottobre abbiamo posto una domanda provocatoria: “Siete d’accordo che il coronavirus non sia una malattia naturale, ma una nuova forma di arma biologica?”. Pensavamo che ci cadessero i più stravaganti. Ma più di un terzo degli intervistati ha risposto “completamente d’accordo” e più di un quarto era “tendenzialmente d’accordo”, e insieme raggiungevano il 61%. E ancora: l’arma di chi? La loro, diretta contro di noi? O la nostra diretta contro di loro? Oppure un’arma cinese diretta contro tutti? Ne è uscito un miscuglio di queste e altre versioni…».

Tra i no vax c’è chi non può non ammettere l’esistenza del virus perché vede gente morire attorno a sé, ma non crede ugualmente a quanto dicono le autorità politiche. Questo fenomeno è triste e preoccupante allo stesso tempo, perché evidenzia una profonda spaccatura tra società civile ed establishment.

Persone disorientate

Queste persone – osserva Volkov – «hanno di default un atteggiamento negativo nei confronti di qualsiasi iniziativa proveniente dall’alto, che sia la vaccinazione, l’installazione di telecamere di sicurezza o il voto elettronico. Chi non si fida delle autorità crede che tutto ciò che viene proposto sia un male, che lo facciano con qualche intento malevolo (…). Il cittadino è impaurito dalla situazione, ha già i nervi a fior di pelle, ma ritiene di non vaccinarsi “perché se sono loro a proporlo, significa che non sarà nulla di buono”». Perciò molti si sentono in trappola: hanno paura ma non si fidano.

Dai sondaggi – in linea con i dati ufficiali – risulta che circa il 30% della popolazione si è sottoposto alla prima dose, e secondo Volkov si può arrivare a convincere un altro 20%. Il sociologo spiega che non tutti sono no vax convinti (10-15%): «La maggior parte sono persone disorientate, che non sono in grado di prendere una decisione da sole, e lo Stato in questo non le ha aiutate, non le ha convinte. Bisogna persuaderle, lavorare con loro».

Quale vaccino?

D’altra parte la campagna vaccinale ha cominciato a funzionare solo all’inizio dell’estate, con lentezze ed errori rilevabili anche dai dati dei sondaggi: gli intervistati hanno dichiarato di non essere stati convinti dalle parole dei politici in vista, da Putin ai ministri giù giù fino ai governatori. «Anche riguardo a Putin, la storia è andata avanti parecchio: si è vaccinato o no? Con quale vaccino? Perché non l’hanno mostrato? La gente ne ha discusso molto: se non ce l’han fatto vedere, allora vuol dire che non s’è vaccinato. E se invece sì, allora probabilmente era “un vaccino israeliano” o “straniero”».

E così si diffonde un’altra leggenda: per loro usano i vaccini stranieri, quelli «buoni», mentre per la gente usano i «nostri», economici e di bassa qualità.

Tentennamenti e ambiguità

Quando si fa una campagna di questo tipo – osserva Volkov – vanno ingaggiati non solo i politici ma anche attori, registi, sportivi.

«Il problema è che stiamo ascoltando le stesse parole da più di un anno e mezzo (…). Penso che in parte tutto questo sia dovuto al fatto che le élite stesse non erano convinte della necessità di vaccinarsi. Abbiamo visto dai sondaggi tra i medici che una gran parte di loro non ne era convinta nemmeno all’inizio. E se non lo erano i medici, cosa possiamo aspettarci dai funzionari, che sono esseri umani come noi? Tentennamenti, ambiguità, non tutti son corsi a farsi vaccinare…».

Natura politica della campagna

Volkov azzarda l’ipotesi che le stesse autorità politiche non abbiano voluto mettersi contro l’opinione pubblica, già dominata dalla diffidenza e le misure contro il coronavirus.

Levinson aggiunge un’altra osservazione: la natura politica della campagna antivirale è stata confermata quando le restrizioni sono state revocate per un’altra campagna, ritenuta più importante: per votare gli emendamenti alla Costituzione, e poi ancora per le elezioni alla Duma. Qui il malinteso su ciò che è più importante per i russi – la loro vita o il prestigio internazionale del paese – ha messo a repentaglio migliaia di vite non protette dal vaccino.

Attendibilità dei dati

Poi c’è il problema dell’attendibilità dei dati: vi sono infatti statistiche molto diverse sulle morti da Covid diffuse dagli stessi organi governativi. Anche qui la sfiducia della popolazione è palpabile: secondo Volkov la metà di quelli che non credono alle informazioni ufficiali ritiene che le autorità riducano i numeri, mentre l’altra metà sostiene il contrario.

«Se chiediamo perché li aumenterebbero, ci rispondono che lo fanno per tenere sotto controllo la popolazione, per spaventarla e metterla in quarantena e così via. Questa non è una spiegazione razionale quanto una razionalizzazione della loro sfiducia e del loro atteggiamento negativo nei confronti delle autorità».

Foto Ansa

Contenuti correlati

Video

Lettere al direttore

Foto

Welcome Back!

Login to your account below

Create New Account!

Fill the forms bellow to register

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Add New Playlist