Gli insospettabili devoti del Natale

Qualche anno fa a scuola si stava preparando l’Accademia di Natale. Assistevo alle prove. Ogni classe del Liceo doveva preparare una rappresentazione che metteva a tema il messaggio del Natale. Una classe rappresentò una famiglia in cui non si credeva più alla magia di Babbo Natale e dei regali. Allora chiesi ai ragazzi quale fosse il messaggio della festa. Mi arrivarono tante risposte: la bellezza di trovarsi insieme, i regali fatti, la famiglia riunita attorno ad una tavola. Qualcuno mi chiese se andasse bene il messaggio comunicato. Allora risposi: «Perché dovete ricorrere a metafore o a riduzioni? È così semplice raccontare la buona notizia, quella di un Dio che si è fatto bambino per condividere la condizione umana, si è fatto dono e compagnia. Lui è il dono più grande del Natale».

Non c’è nulla di bello e di vero che si incontri nella vita che non vada condiviso. Non è una legge morale, ma è una legge della realtà, un impeto del nostro cuore. Nessun dono che ci venga fatto conserva la sua natura di dono se noi non avessimo qualcuno a cui poterlo raccontare. Nessuna felicità è veramente tale, se non è condivisa. Nessun fatto capitatoci, quando è un evento, può rimanere solo nella nostra memoria. L’esperienza ce lo insegna. Quando ci accade qualcosa di davvero sorprendente, vogliamo investire tutti quelli che incontriamo con questa notizia. Questo è stato raccontato nei Vangeli in cui gli evangelisti hanno sentito l’urgenza di raccontare la buona novella perché tutti la conoscessero. Questo accade a noi tutti i giorni quando incontriamo volti rigenerati e cambiati dall’incontro con Cristo. Non è retorica. Dobbiamo verificarlo nella nostra vita.

Eppure tutto congiura a tacere di questa buona novella. Perfino laddove si dovrebbe parlare di Lui, il Salvatore del mondo, si cerca in ogni modo di ridurLo ad una nostra misura, a eliminare il Mistero per sostituirLo con leggende o con valori. In molte scuole o in molte piazze il Natale è diventata la festa della luce. Un giorno le mie figlia, passando per le vie del paese, mi hanno chiesto: «Ma che cos’è la festa della luce?». Risposi con schiettezza che era un’espressione utilizzata per non raccontare davvero la storia del Natale. Mi chiedo io cosa possano raccontare dei genitori ai figli di fronte a quella domanda. Che cosa si può inventare per spiegare la festa della luce?

Bisogna ritornare alla semplicità dei bambini che, di fronte alla domanda su cosa sia il Natale, con grande spontaneità rispondono: la nascita di Gesù. Come tutto congiura a tacere della nascita di Gesù, così tutto vuole tacere della novità che ha investito il mondo con il suo avvento e che ha investito tutti gli ambiti della vita, quello materiale e quello spirituale, il campo economico, quello culturale e quello più prettamente artistico. La stessa concezione di sé che aveva l’uomo è mutata. Oggi giorno, è venuta meno la consapevolezza che la radice profonda dei valori, della ricchezza, dello splendore della nostra civiltà risiede nel cristianesimo, ovvero in Cristo, manca il sentimento di gratitudine per Colui che è il vero protagonista della storia. L’avvento di Cristo ha spezzato in due la storia. Cristo ha fatto «nuove tutte le cose». Da allora niente è più lo stesso.

Una diffusa mentalità comune, invece, vorrebbe indurci a pensare che le acquisizioni maggiori dell’uomo siano dovute alla Rivoluzione scientifica del XVII secolo, all’Illuminismo o, più in generale, alla Modernità. Si è dimenticata la novità assoluta che ha rappresentato e rappresenta il cristianesimo nella storia dell’umanità.

Lontana da Cristo, una volta eliminato il presepe o il crocifisso, la cultura contemporanea è convinta di essersi affrancata dalla superstizione e da una vetusta tradizione che oggi non avrebbe più nulla da dire. L’uomo, così, non è progredito, ma è ritornato all’epoca politeista, all’idolatria di dei che hanno soltanto modificato il nome, ma non la sostanza. Al posto di Venere si adora il sesso, al posto che a Marte si sacrificano vittime alla guerra e al potere, invece che a Plutone si inneggia al denaro. Ancora, poi, il Dio unico è sostituito da quell’uomo che si è posto sul piedistallo nella convinzione di poter fare a meno del Mistero e di poter risolvere tutte le questioni.

Il silenzio sulla nascita di Gesù è, in realtà, una falsità odierna, una mistificazione. Gesù ha da sempre diviso e divide, ha da sempre attirato su di sé la simpatia umana o l’odio. L’indifferenza è solo di chi non guarda. Gesù stesso aveva previsto che avrebbe diviso il popolo e le famiglie in chi Lo avrebbe accolto e chi no, così come ha diviso la storia. Oggi, invece, il fastidio della società, di tanto mondo intellettuale, si traduce, spesso, in silenzio, in indifferenza.

Tanti autori, anche insospettabili, Rimbaud, Saba, Quasimodo tra gli altri, hanno raccontato la bellezza del Natale.

Ognuno con la sua sensibilità e la sua cultura, certo guardando al fatto cristiano a partire dalla propria esperienza, ognuno, però, si è confrontato con l’avvento di Gesù. Arthur Rimbaud (1854-1891) è conosciuto come poeta maledetto insieme a Baudelaire e Verlaine. Une Saison en Enfer, ovvero Una stagione all’inferno, viene stampata nel 1873, l’anno della furibonda lite con l’amico Verlaine che lo ferirà al polso con un colpo di pistola. L’opera contribuirà a creare il mito del poeta geniale e maudit. In maniera sorprendente, nella raccolta incontriamo la poesia «Natale sulla Terra». Recita così:

«Dallo stesso deserto,/ nella stessa notte,/ sempre i miei occhi stanchi si destano/ alla stella d’argento,/ sempre,/ senza che si commuovano i Re della vita,/ i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando/ ce ne andremo di là/ dalle rive e dai monti,/ a salutare la nascita del nuovo lavoro,/ la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,/ la fine della superstizione,/ ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!».

Si avvertono, qui, il senso di solitudine, la stanchezza, ma, nel contempo, il desiderio del viaggio, la speranza di incontrare quella saggezza nuova sulla Terra che renda nuove tutte le cose. È l’annuncio del mondo nuovo, che possa incominciare per ciascuno di noi già in questo mondo. Gesù è il Regno di Dio, è la speranza dell’uomo nuovo, rigenerato, perché redento.  Rimbaud avrebbe, di lì a poco, intrapreso un viaggio, lontano dall’Europa, alla ricerca, forse, di qualcosa che potesse rendere nuova la sua vita. Vivrà una vita errabonda, alla continua ricerca, sempre annoiato, come scriverà lui stesso nelle lettere dall’Africa, da quei piaceri che la vita offre.

Umberto Saba (1883-1957) è animato da una religiosità di stampo panteistico, da un riconoscimento della presenza del divino nelle piccole cose e nelle umili creature. Tutti ricorderanno la poesia dedicata alla moglie («A mia moglie») in cui Saba paragona Carolina (nelle poesie Lina) alle femmine degli altri animali: «E così nella pecchia/ ti ritrovo, ed in tutte/ le femmine di tutti/ i sereni animali/ che avvicinano a Dio;/e in nessun’altra donna». Questo tipo di religiosità il poeta trasfonde anche nel componimento

«A Gesù Bambino»: «La notte è scesa/ e brilla la cometa/  che ha segnato il cammino./ Sono davanti a Te, Santo Bambino!// Tu, Re dell’universo,/ ci hai insegnato/ che tutte le creature sono uguali,/ che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,/ dato al povero e al ricco.// Gesù, fa’ ch’io sia buono,/ che in cuore non abbia che dolcezza./ Fa’ che il tuo dono/ s’accresca in me ogni giorno/ e intorno lo diffonda,/ nel Tuo nome».

Gesù è qui apostrofato come Re dell’universo, un dono che ci rende responsabili e missionari, come i primi apostoli.

Salvatore Quasimodo (1901-1969), così attento anche alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversa nel mondo, in «Uomo del mio tempo» vede gli odierni abitanti della Terra simili a Caino, all’uomo che ha ucciso il proprio fratello. Nel «Natale» scrive:

«Non v’è pace nel cuore dell’uomo./ Anche con Cristo e sono venti secoli/ il fratello si scaglia sul fratello». La morte di Cristo si ripete ogni giorno e il poeta si domanda: «Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/ che morirà poi in croce fra due ladri?».

Quella pace che Quasimodo vede nel presepe è invocata anche nella vita di tutti i giorni, non è la pace dell’uomo, senza giustizia e senza amore, ma è 
la «Pace nel cuore di Cristo in eterno».

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