Don František Lízna, il dissidente che pregava per i comunisti

Gesuita, detenuto “politico”, infermiere, pellegrino instancabile, prete di frontiera: don František Lízna è morto il 4 marzo all’ospedale di Olomouc dopo essere stato colpito dal Covid.

Nel 2018 aveva ottenuto l’ultimo riconoscimento pubblico con altri tre ex detenuti, quando era stato insignito del premio dedicato alla Memoria e ai cittadini perseguitati durante i due totalitarismi che hanno interessato la Cecoslovacchia nel Novecento.

In quell’occasione il presentatore l’aveva stuzzicato bonariamente sui risultati elettorali: c’è ancora una fetta di popolazione che ha votato comunista, come la mettiamo? «Beh, ma saranno più o meno vecchi come me, si preparano all’eternità, all’incontro con Cristo!», aveva replicato don František, e poi si era fatto serio: «Dovete capire che anche i comunisti fanno parte del nostro popolo, e dobbiamo pregare perché anche loro entrino nel Regno dei cieli».

Nato nel 1941 in Moravia in una famiglia di ferventi cattolici, da giovane fu «un vero monello»: «Ne combinavamo di tutti i colori, episodi di cui è meglio non parlare, altrimenti perderei l’aura di bravo ragazzo… L’avversione al comunismo ha avuto inizio per me a vent’anni: alla scuola media ero l’unico a non essere mai stato nei pionieri, così come io e una ragazza fummo gli unici a presentarci all’esame di maturità senza indossare la camicia della Gioventù comunista: ecco le pecore nere, la vergogna di tutta la scuola!».

Nel ’60, il primo scontro col regime: «Ero innamorato di una ragazza che viveva a una decina di chilometri da qui. È successo in occasione del Primo maggio, quel giorno avevo l’intenzione di darle un bacio. Quando arrivai a casa sua, trovai tutti in lacrime, avevano arrestato suo padre bollandolo come “latifondista”. Ero su tutte le furie, e mentre tornavo a casa strappai la bandiera sovietica appesa alla scuola e, arrivato nel bosco, la feci a brandelli».

Il giorno dopo fu arrestato e successivamente condannato a 7 mesi di carcere che scontò nelle miniere di uranio a Jáchymov. Dopodiché lo spedirono al servizio militare biennale, dove essendo «persona politicamente molto pericolosa», non gli era permesso portare le armi e fu mandato a pascolare i porci. «Vicino al campo c’era un villaggio rom e mi ordinarono di stare attento che non mi rubassero le bestie. Io però non me ne curavo e anzi avevo fatto amicizia con i locali… Quando finii la leva, chiesi al Comitato nazionale di mandarmi da quei rom per occuparmi della loro istruzione, ma non me lo permisero».

Nel 1968, a Velehrad, la svolta decisiva. Iniziò a lavorare presso l’istituto Vicentinum che accoglieva handicappati fisici e mentali. Qui conobbe alcuni gesuiti, molti dei quali avevano passato anni nei campi di lavoro coatto, iniziò a interessarsi di teologia, e finì per entrare nel noviziato. «Ho sofferto una dura lotta spirituale già quand’ero studente di teologia, nel momento in cui il nostro professore di dogmatica “sezionava” Dio e le sue qualità divine con un’indifferenza che mi feriva. Dal seminario non sono uscito solo perché il mio desiderio di diventar sacerdote era più forte della mia avversione a questo modo di considerare Dio. La mia ultima lotta contro il dubbio è stata ancor peggiore, più lunga e anche più dolorosa. È successo quando mi sono reso conto di quanto poco viviamo il mistero della comunione e dell’unità della Chiesa».

Nel 1974 fu consacrato sacerdote, ma fino all’89 le autorità non gli concessero il permesso di officiare perché non prestò giuramento alla repubblica socialista. Fu tra i firmatari dell’iniziativa civile Charta 77, si coinvolse con nomi noti del dissenso mitteleuropeo, e finì di nuovo in carcere per aver diffuso testi dell’editoria clandestina e aver «danneggiato gli interessi della repubblica all’estero». Fra una detenzione e l’altra lavorò come infermiere ausiliario.

Dopo l’89 fu cappellano al carcere di Mírov, dove chiese invano una cella per essere a disposizione dei detenuti 24 ore al giorno. Contemporaneamente era sacerdote a Vyšehorky, un paesino della Moravia settentrionale attraversato da un’unica strada, e con la chiesa al centro: «In questo “angolo sperduto” dove sembra non succedere nulla, vi sono molte persone che hanno bisogno di me. La stessa cosa si può dire del mio lavoro nelle carceri. Io, ex detenuto, conosco il peso dell’abbandono e dell’emarginazione, e posso portare conforto a quei poveracci rinchiusi fra le quattro pareti delle loro celle».

«Aperto non-stop per tutti»: aveva scritto proprio così all’ingresso della casa parrocchiale. «Ho accolto molta gente, qualcuno mi ha anche derubato. Per un attimo mi arrabbiavo ma poi mi dicevo che alla fine va bene così, mi avvicino di più all’ideale che Dio ha voluto per me». Don František è stato un sacerdote che ha lavorato molto con gli ultimi e gli emarginati, compresi due trans, uno dei quali morì sotto a un treno: «Penso spesso a lui e mi spiace molto che alcuni finiscano in questo modo, perché quando i trans non hanno nessuno con cui comunicare, spesso si suicidano».

In un’intervista alla tv ceca nel 2009 gli avevano chiesto: «Come si immagina il Regno di Dio?». «Mi farebbe piacere ascoltare i cd che non ho avuto tempo di ascoltare, e finire tutti quei libri che ho interrotto», aveva risposto don František. «Ma non so cosa succederà a coloro che ora mi circondano, cosa sarà di loro? Eppure quello che racconta l’evangelista [nell’Apocalisse], il beniamino del Signore, che ha avuto il privilegio di appoggiarsi sul petto di Gesù, di ascoltare il battito del suo cuore – beh, dico a me stesso che nessuno te lo spiegherà davvero come sarà, e che dobbiamo credere alle parole di Cristo secondo cui nessun occhio ha mai visto né orecchio ha mai sentito ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano».

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