Circensi avventure di una madre a casa coi figli malati (la lettura di questo post è sconsigliata ai papà)

Oggi il mio menu personale prevede riso in bianco, pezzi di grana e pane secco. E no, non è l’ennesimo patetico tentativo di dieta, sul cui argomento si potrebbe aprire un altro blog, ma il fatto è che ho a casa il secondogenito malato.

Il figlio a casa dall’asilo per influenza è l’equivalente per una mamma dei contenuti speciali del dvd di un film, con le papere degli attori, gli effetti speciali spiegati, il commento del regista, quando cioè ti svelano il trucco: no, non è una favoletta, dietro allo “spettacolo” c’è lavoro, sudore, errori (quanti errori). E, tornando a noi fuor di metafora, purtroppo a volte anche diarrea.

La doppietta vomito/diarrea (vogliamo essere più eleganti?, allora: influenza intestinale, pancino capricciosetto, “pupù che assomiglia alla pipì”) prevede solitamente scene trash come quando il soggett-ino si alza di notte per venirti ad annunciare che gli fa male la pancia – del resto gliel’hai insegnato tu che ti deve dire tutto, ma proprio tutto – e sceglie il tuo letto come location per illustrarti cos’ha mangiato all’asilo 7 ore prima. Raccogli le tue forze, pulisci per terra il disastro (non prima di averci infilato dentro un piede, rigorosamente nudo, perché se no è troppo facile, lo sporco non è concentrato in unico punto ma è gettato quasi scientificamente un po’ qua e un po’ là, a macchia di leopardo imbizzarrito, diciamo), cambi le sue lenzuola, le tue lenzuola, dai da bere al terzogenito che nel frattempo fa capolino, pulisci il sedere dell’ammalato che nel frattempo si è espresso anche sul water (e che, ormai del tutto sveglio, tenta anche una blanda conversazione con un tono di voce da 15.00 del pomeriggio svegliando la primogenita – «ho sete anch’io», «…»), per poi ricominciare tutto più o meno da capo di lì a un’ora, ma tanto sei talmente meccanica e assente a te stessa nel compiere quei gesti che la si potrebbe definire un’esperienza extra-corporea non più da te governabile.

Più soft, ma non per questo meno ricca di risvolti tragicomici, la galassia bronchite. Crescendo quei bricconi di figli capiscono che quella nuvoletta che esce incessantemente dall’aerosol è innocuo, innocente vapore. Ma nei primi mesi di vita (perché non è mai troppo presto per prendersi un bel broncospasmo) essi si agitano e ribellano a quel povero arnese come se sottoposti ad acerrima tortura, con risultati quali: calci che neanche Bruce Lee a tutto ciò che li circonda (ad esempio, il flacone dello sciroppo che si versa per l’80 per cento del suo contenuto sul cellulare della madre); la scoperta da parte della madre delle proprie doti circensi utilizzate come distrazione dalla cura come il difficilissimo numero “dondolalo con le gambe-canta la canzoncina-con una mano tienigli le braccia se no si strappa il boccaglio dalla faccia-con l’altra tienigli il boccaglio sulla faccia”. Nella migliore delle ipotesi, avviene nei dolci angeli una subitanea, incredibile, liberatoria stanchezza che, dopo averli fatti strillare come aquile, li fa addormentare col vapore ancora in faccia (le statistiche però parlano di un dato irrilevante, non riponetevi tutte le vostre speranze).

La febbre, simpatica compagna di mille avventure e sottesa a quasi tutte le situazioni di cui sopra, fa più da sola nell’invigorimento dei caratteri della nostra prole che mille addestramenti militari: dopo un’iniziale riottosità ai suoi due inevitabili vettori sociali (termometro e supposta), spinge i fratelli a misurarsi nella singolare gara a chi l’affronta meglio («Io quando me la provano non piango più come quando ero piccola, tu sì» «Ma tu piangi quando ti tagliano le unghie!» «E tu quando ti puliscono le orecchie!» «State fermi che se no viene fuori che avete 40 di febbre!»). Alla fin della fiera, il minore dei mali.

Al termine della degenza, dopo aver passato un po’ di tempo insieme ed essersi così “visti” in momenti della giornata in cui di solito non ci si vede (a volte sembra che le malattie siano fatte apposta), si torna ognuno al proprio tran tran come quando, dopo aver visto i famosi extra di un dvd, con tutto che possono essere interessanti, si ha voglia di rivedere il film (i bei film van sempre visti dalle due volte in su). Verso l’infinito e oltre, per citare un gran bel film.

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