Assad a Maloula, gli intellettuali contro il Cameron “cristiano”: il mondo capovolto

Per quanto riguarda la presenza del cristianesimo nel mondo, quella della recente Pasqua è stata una domenica di ritrovata unità e di paradossi, l’una e gli altri soprattutto a livello simbolico, ma non per questo i segnali sono meno importanti. Per la prima volta dal 2011 le date di celebrazione della Pasqua sono coincise per tutti i cristiani, occidentali e orientali, offrendo al mondo almeno la versione liturgica dell’unità delle Chiese.

Ci ha pensato la politica a resuscitare le divisioni. Non quelle secolari fra cattolici e ortodossi, ma nel seno stesso dell’ortodossia: a Mosca come a Kiev le celebrazioni pasquali si sono tinte di patriottismo, col patriarca Kirill che nella cattedrale del Cristo Salvatore, durante il suo sermone, ha esortato i fedeli a pregare perché, «la Santa Russia non venga distrutta», mentre il patriarca Filarete a Kiev ha rassicurato che il “nemico” russo è condannato alla sconfitta e che Dio aiuterà a resuscitare l’Ucraina. La realtà della storia si incarica di confondere il perbenismo di quei cristiani che credono di potersi tenere alla larga della politica e con ciò guadagnarsi il rispetto del mondo: se non ci occupiamo della politica, con tutti i suoi rischi e le sue ambiguità, la politica si occuperà di noi. Non starà fuori dalle questioni di fede, no di sicuro.

Accanto a questo paradosso (riavvicinamento fra cattolici e ortodossi, liti all’interno dell’ortodossia) un altro si è manifestato, meno notato dai media. Domenica sulle pagine dei principali quotidiani britannici è apparsa una lettera a firma di una cinquantina di intellettuali – scrittori, divulgatori scientifici, giornalisti, attori – per criticare il reiterato utilizzo dell’espressione “nazione cristiana” in riferimento al Regno Unito da parte del primo ministro David Cameron. Nello stesso giorno, il presidente siriano Bashar el Assad prendeva i suoi rischi e si recava in visita a Maloula, la cittadina affollata di chiese e monasteri occupata dai ribelli islamisti nel dicembre scorso e riconquistata dall’esercito a metà di aprile. A Londra decine di intellettuali atei e agnostici hanno scelto il giorno di Pasqua per bacchettare il loro premier che evoca le radici cristiane della Gran Bretagna, a Damasco lo stesso giorno un capo di Stato islamico – di confessione alawita – piange simbolicamente l’eredità cristiana del suo paese, saccheggiata e devastata dai ribelli jihadisti. I primi vorrebbero cancellare il cristianesimo dalla realtà istituzionale e dalla scena pubblica del loro paese – apprezzano il contributo dei singoli cristiani alla vita sociale, ma rifiutano l’impronta che l’azione storica degli stessi ha impresso sulla Gran Bretagna -, il secondo teme che la Siria veda cancellata la componente cristiana della sua identità, a colpi di chiese e icone distrutte e popolazioni cristiane messe in fuga.

Naturalmente Assad si muove anche per ragioni propagandistiche, le stesse per cui David Cameron – imperatore dell’ossimoro: un leader conservatore che ha fortissimamente voluto l’introduzione del matrimonio omosessuale nel Regno Unito – incita gli inglesi ad «avere maggiore fiducia nel nostro cristianesimo»: entrambi dovranno presto affrontare la prova delle urne, quelle di un’elezione presidenziale il primo e quelle del parlamento europeo il secondo. Che il risultato dell’elezione siriana sia scontato mentre quello della seconda no non fa davvero differenza: anche un autocrate come Assad ha bisogno di genuino sostegno popolare, al di là dei “ludi cartacei” elettorali; mostrarsi afflitto per le offese recate a una minoranza religiosa e presentarsi come il difensore della stessa e di tutte quelle che compongono il mosaico siriano è parte di una strategia di legittimazione/rilegittimazione di cui nemmeno il vertice di un sistema autoritario può fare a meno. Soprattutto in tempi di guerra civile. Cameron, per parte sua, sta cercando di recuperare i voti che ha perso fra i cristiani facendo approvare il matrimonio omosessuale, e può solo compiacersi del fatto che i più bigotti dei laicisti gli facciano da spalla, mostrandosi preoccupati per dichiarazioni pericolosamente settarie come la seguente: «Molti atei ed agnostici vivono sulla base di un codice morale, mentre ci sono cristiani di cui non si può dire questo. Ma per le persone che hanno una fede, quella fede può essere una guida o un utile pungolo nella giusta direzione. E che siano ispirati dalla fede oppure no, una direzione o un codice morale sono importanti».

Perciò certamente Cameron e Assad frequentano la scuola di Machiavelli che raccomanda al principe di apparire religioso, addirittura pio: una qualità che lo danneggerebbe nei suoi scopi politici se fosse genuina, mentre è un prezioso instrumentum regni quando è simulata. Benché leader di un regime autoritario (che è stato costretto a una maggiore apertura dagli eventi degli ultimi tre anni), Assad è preferibile a Cameron almeno per un motivo: garantire la parità dei diritti civili fra musulmani e non musulmani in un paese arabo (quelli politici, siamo d’accordo, sono quasi inesistenti) è una politica che espone a rischi reali, così come spostarsi fra Damasco a Maloula di questi tempi; invece a Cameron imbrattare un po’ di pagine del Church Times con banalità sul cristianesimo nelle isole britanniche non costa nulla, se non la rampogna dell’insopportabile Polly Toynbee (la giornalista femminista che biasimò Tony Blair per aver reso omaggio al defunto Giovanni Paolo II, responsabile a suo dire della diffusione dell’Aids nel Terzo mondo).

Benché Cameron non meriti di essere difeso, non si può evitare di dire che la cinquantina di laicisti che hanno scritto la lettera contro di lui non sono intellettuali ma disintellettuali: non si rendono minimamente conto che la libertà di espressione di cui godono, compresa quella di biasimare pubblicamente il capo del governo, è il prodotto diretto della storia cristiana del paese di cui sono cittadini. Il riconoscimento della libertà di coscienza, premessa della tolleranza religiosa che poi è diventata tolleranza della dissidenza politica, è il prodotto della riflessione europea sulle devastazioni delle guerre di religione. Quando i cristiani delle diverse confessioni si sono stancati di massacrarsi fra loro e hanno aperto le porte alla libertà religiosa, inclusiva della libertà di conversione, hanno gettato le basi della democrazia moderna.  Quella in cui chi la pensa diversamente da te sul modo di governare e su chi dovrebbe governare non è un nemico e un traditore, ma semplicemente un concorrente di una competizione free&fair. Nel Vicino Oriente la convivenza fra le religioni e l’uguaglianza sostanziale dei diritti dei diversi credenti sono state raggiunte solo in pochi paesi, e in essi per la via autoritaria, quella dei governi militari o dei sistemi a partito unico, di diritto o di fatto. È una via che prima o poi si trasforma in una stretta gola, scenario di agguati sanguinosi, ispirati dall’interno e dall’esterno: vedi l’Irak di Saddam Hussein, vedi la Siria.

Fino a ieri la lezione della storia sembrava essere quella sopra abbozzata. Ultimamente le cose si stanno complicando: i paesi che un tempo si potevano definire tranquillamente democratici sono diventati il palcoscenico di un’offensiva ateista (a volte aperta, a volte mascherata) che li sta trasformando in sistemi politici antireligiosi, dove le libertà dei credenti sono progressivamente conculcate. Mentre i sistemi politici autoritari, per motivi di opportunismo machiavellico o per combattere certi cattivi costumi della società, riabilitano la religione anche in versione pluralista. Il progressismo occidentale si dà ormai gli obiettivi di celebrare matrimoni omosessuali negli edifici di culto di ogni tipo, di costringere tutte le religioni a introdurre forme di sacerdozio femminile su un piede di uguaglianza fra uomini e donne, di proibire la circoncisione maschile di minorenni, di contrastare e infine mettere al bando l’obiezione di coscienza per motivi religiosi. Tutti, credenti e non credenti, dovrebbero preoccuparsi di questo trend. Perché l’Europa ha marciato dall’assolutismo verso la democrazia anzitutto permettendo di praticare la libertà religiosa, e ora marcerà dalla democrazia al totalitarismo (evoluzione contemporanea dell’assolutismo) se annullerà progressivamente quella stessa libertà. In Oriente invece, accanto a musulmani che credono di disporre del diritto di razzia nei confronti delle proprietà delle minoranze religiose in tempi di jihad, ce ne sono moltissimi che apprezzano il valore rappresentato dal pluralismo religioso ereditato dalla storia. Lasciamo stare Assad. Uno dei momenti più istruttivi della mia ultima missione in Siria è stato l’incontro con un musulmano sunnita che aveva assistito agli eccidi di Adra compiuti dai jihadisti contro esponenti delle minoranze religiose. Lui che se l’era cavata dopo essere stato ostaggio dei ribelli e che si era dovuto trasferire nella capitale diceva: «Qui il posto dove vado più volentieri è Bab Touma (il quartiere cristiano più antico della capitale – ndr). La Siria è un paese cristiano, per nostra fortuna».

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