Un’amica mi scrive: «Sono solo una schifosa che voleva rubare il marito di un’altra?»

Caro padre Aldo, desidero raccontarti di un fatto imprevisto. Nella routine consolidata di tutta la giornata (vedere sempre gli stessi amici rassicuranti e con reputazione di ciellini di spicco, ritmo regolare dedicato a cose buone: marito, figli, caritativa e quant’altro) ho iniziato a vedere un’insufficienza, a provare un disagio. Mi pesava passare i sabato sera criticando gli altri. Ero stanca di respirare un’aria “consumata” dove Cristo veniva nominato, ma non era lì. Ho dato ascolto a questo fastidio che sentivo, e guardandomi attorno ho riconosciuto la mia stessa esigenza in altri amici che conoscevo più superficialmente. Una persona in particolare è stata per me come una finestra che si è aperta su tutto quello che avevo dimenticato. Ma lo è stato nel modo che meno avrei immaginato, né desiderato, perché è cresciuta tra noi un’affezione “impossibile”, avendo entrambi una famiglia. È stato un terremoto nella mia vita. Non ho mai avuto dubbi su quale fosse la mia strada, ho sempre speso tutte le energie per la mia famiglia. Sono stata perciò obbligata a ritrovare ogni giorno il motivo del mio star lì. È stato il sorriso di Dio per me, da subito ho riconosciuto che quella persona era questo: la crepa attraverso la quale ho di nuovo incontrato Dio che era diventato solo una parola. Chi mi sta intorno mi guarda come una che ha sbagliato e sta sbagliando. È vero, ma non è tutto… e lo so. Per me è stato un regalo poter amare quella persona, Dio se ne è servito per raggiungermi. Diverse persone si sono preoccupate perché potevo disobbedire alle “leggi”. Quasi tutti quelli che prima si dicevano miei amici, ora non mi salutano più, per loro sono solo una schifosa che voleva rubare il marito a un’altra donna; una persona che ha messo in imbarazzo la “brava gente”.

Tante volte ho chiesto al Signore che mi togliesse di mezzo, ho persino sperato di morire. Ma ogni mattina riaprivo gli occhi e iniziava un’altra giornata, lunga, vuota, insopportabile. Poi, come d’improvviso, ho cominciato a guardarmi diversamente: aprire gli occhi non era la mia volontà ma la Sua. In questi ultimi anni ho dovuto riconsiderare tutto della mia vita e di come guardavo la realtà. Mi sono chiesta chi fossero gli amici veri. Ho imparato a intercettare gli occhi di chi ha nel cuore il mio stesso urlo, e mi sono accorta che Cristo arriva a me senza seguire i miei schemi. 
Dentro di me si è spezzato qualcosa. Ora mi immergo nelle occasioni che Lui mi offre ogni giorno. Che siano cose belle o brutte, so che il legame con Lui ha la forma di questa realtà. Attraverso la “mancanza” di una persona che ho amato e che amo, Cristo mi ha portato a riconoscere la “mancanza” di Lui. Senza questa nostalgia non vivrei più. Sin da quando ero bambina ho sempre chiesto al Signore che mi togliesse la paura di morire, perché mi angosciava il pensiero di dover essere strappata da tante cose belle per andare verso qualcosa di incerto. Ora non ho più questa paura, e non certo perché non vedo più cose buone e belle. Ora non riesco più a guardare le stelle senza desiderare di vederle tutte e per sempre; tutto porta a una promessa di grandezza che vorrei adesso. A volte ho paura di essere ingrata della vita che mi è data. Ho paura di essere così ottusa da non vedere il centuplo quaggiù. Forse ho un’idea sbagliata del centuplo, come se dovessi ridere dalla mattina alla sera. Penso anche però che le cose umane che si possono vivere sono indispensabili per intuire che esiste una pienezza. Forse il dolore ha bisogno del suo tempo, non per andarsene, ma per farmi fiorire. La mia unica ricchezza è questa tristezza che mi fa cercare Lui. Per ora non vedo qualcosa di più prezioso. Potrei magari essere più allegra ma anche altrettanto disperata. Capisco che non sono affatto delle parole quando leggiamo che Lui vuole diventare il “centro affettivo” del nostro “io”: a me pare di sentirLo fisicamente farsi spazio nel mio cuore, e questo mi toglie ogni paura o ansia. Ti ho ascoltato due anni fa raccontare di te, e cerco sempre le cose che scrivi, anche dei tuoi bambini, perché sono vere e le vorrei fare mie, perché quella è la vita vera. Capisco adesso quando dicevi di sentirti come i discepoli di Emmaus: tristi mentre andavano e felici mentre tornavano. Anche a me succede. Per tutta la vita ho cercato i Suoi “beni”, ora inizio a vedere e a sperimentare che Lui si sta dando a me.
Lettera firmata

 

Carissima, ti ringrazio della tua lettera, perché è un segno evidente del modo con cui il Mistero ci scuote dal letargo, da quella fede mondana e borghese con cui viviamo l’esistenza. Cantava l’amico Claudio Chieffo: «Io ero un uomo tranquillo, vivevo bene del mio, facevo anche gli onori alla casa di Dio… ma un giorno venne quell’uomo…». Scriveva Camus: «La cosa peggiore non è avere un’ anima cattiva, ma averne una bell’e fatta». 
La società di oggi assomiglia a quei fiumi brasiliani pieni di piranha. Uno ci cade dentro e in pochi minuti diventa uno scheletro bianco. Che ne faremo di questi “morti viventi” che, non avendo un’anima alla mattina, non la potranno avere neppure a mezzogiorno? Quanto tu affermi di te e dei tuoi amici è l’evidenza di questi “morti viventi”. Dice l’Apocalisse: «Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca…». Poi un giorno, per una grazia particolare, è arrivato quell’uomo. È accaduto un fatto che ha messo a soqquadro la tua vita, svegliandoti, facendoti vedere tutta la tua apatia, il tuo borghesismo. Apparentemente avevi tutto ma all’improvviso ti sei accorta di non avere niente. Non basta un marito, dei figli, una bella casa, dei buoni amici per essere felici. Il cuore non può vivere per cose così piccole, anche se buone e belle. Il cuore vuole l’infinito; ma se il nostro cuore non è pieno di questo irriducibile desiderio, qualsiasi cosa può entrare con l’illusione di riempirlo. Ricordo sempre quel giorno che per una questione simile alla tua sono andato da don Giussani che, conoscendomi, mi disse: «Finalmente stai diventando un uomo! Vedi, il tuo cuore è come un bicchiere. Se è zeppo di acqua trasborda, impedendo che una cosa esterna entri; ma se è vuoto può riempirsi di tutto. Così se il tuo cuore è pieno di Cristo nessuno potrà entrare, ma se non è zeppo di Lui, qualunque cosa potrà entrare contaminandolo».
È ciò che ti è accaduto e di cui sei cosciente.

Quando sono diventato adulto
Finalmente Dio ti sta dando la possibilità di essere una donna, una sposa e una madre. Innamorarsi non è un peccato, anzi, in una situazione come la tua, così borghese, così tiepida, è stata una grazia che ti ha messo sottosopra. Però mi permetto di chiarire una cosa prima di continuare. Innamorarsi non significa andare a letto con un uomo o con una donna o lasciare il marito o la sposa o il sacerdozio. L’innamoramento è qualcosa di non programmato e che può accadere a qualsiasi essere umano normale. E quando è vissuto bene, quando lo affidi a una persona adulta nella fede, può ridestarci dalla routine nichilista. Nel tempo si stabilirà una diversa percezione di te e di tutto, pur dentro il dolore che ti stravolge perfino la testa e lo stomaco; cresceranno in te una coscienza e una certezza più acute e durature della propria vocazione, della propria responsabilità. Per cui sono davvero meschini quelli che, invece di accompagnarti e sostenerti in questa tua situazione, si sono permessi di giudicarti. Ma non preoccuparti perché le «razze di vipere e di sepolcri imbiancati» sono tante anche fra di noi.
Quando ripenso alla mia storia, provo un senso di ironia ricordando le stesse cose che tu scrivi. Guarda alla positività che l’accaduto ha generato nella tua vita. Cosa c’è di più bello di ciò che disturba il nostro tran tran quotidiano, di ciò che ci rimette in discussione di fronte a Cristo, di ciò che ci permette di riprendere coscienza e responsabilità della nostra vocazione? Tutti i giorni siamo richiamati dagli incontri di Zaccheo, della Maddalena, di Levi, della samaritana con Gesù. Persone che vivevano una vita disordinata. Ma pensa che razza di cambiamento è avvenuto dopo l’incontro con Cristo. I loro occhi, pieni di quella misericordia, non si staccavano più da Lui. Che dolore quando dici che fra voi si nomina Cristo, «ma Cristo non è lì». Per quegli amici, invece, Cristo era diventato “i loro occhi”. Così come accade a te. Allora vai alla radice dell’accaduto per poter essere ancora di più donna, sposa e madre.
paldo.trento@gmail.com

18/2013

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