Prima di arrivare al bivio Trump-Clinton, potremmo badare un po’ più ai «fatti»

Perché tra un a-morale e un im-morale è pur sempre meglio il secondo, almeno c’è la speranza che la realtà lo rimetta in carreggiata

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’articolo di Siobhan Nash-Marshall, professoressa americana di Filosofia, è, a nostro avviso, la più acuta e lucida lettura delle recenti elezioni presidenziali statunitensi.

Sociologi vari ci hanno spiegato la rabbia dell’uomo bianco; esperti di comunicazione hanno dissertato sull’uso dei social network; politologi di ogni risma hanno analizzato i flussi elettorali. Ma nessuno si è accorto di quel che Nash-Marshall spiega con chiarezza essere accaduto sotto il naso di tutti e “prima” che il fenomeno Trump apparisse sulla scena e lo convogliasse a suo vantaggio in termini di voti: la «completa indifferenza per i fatti».

Gli americani hanno avuto la possibilità di punire chi per anni, attraverso il maquillage linguistico (politicamente corretto), se ne è fregato dei fatti, anche se lo scotto da pagare era eleggere l’impresentabile Donald Trump. Perché tra un a-morale e un im-morale è pur sempre meglio il secondo, almeno fino a quando c’è la speranza che la forza dei fatti lo rimetta in carreggiata.

Ma prima che si arrivi a questa difficile scelta, si può tentare un’altra strada. Lo scriviamo soprattutto pensando all’Italia, se è vero che quel che accade negli States avviene da noi con dieci anni di ritardo (ormai anche meno). Ora che anche da noi ci si divide un po’ provincialmente tra pro e anti trumpisti, pensiamo che si debba lavorare per costruire una politica che metta la persona al centro e non alla periferia dei suoi interessi, che valorizzi le forze della società e dell’imprenditoria e non le soffochi con regole e certificati, che abbia un senso sacrale, e non commerciale, della vita umana. Meritiamo di meglio che scegliere “il meno peggio”.

FOTO ANSA

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