Biagio Conte e la sua Missione tra gli ultimi di Palermo

Viaggio in una “periferia esistenziale” dove i miracoli sono possibili. Quello che sembrava un caso da ospedale psichiatrico è diventato segno evidente dell’amore cristiano per i poveri

tempi-biagio-conte-palermoSe una parola, un fatto, un incontro vi ha lasciato il presentimento che valga la pena accostarsi alla povertà come mistero e non come problema, come benefico scandalo e scandalosa risorsa nello stesso tempo e non come disgrazia che riguarda altri e di cui deve occuparsi lo Stato, venite a Palermo. Non perché il rapporto dell’Istat diffuso settimana scorsa assegna alla Sicilia il primato della povertà relativa in Italia (col 29,6 per cento delle famiglie in tale condizione) e una posizione molto alta nella classifica della povertà assoluta con 180 mila nuclei familiari che non sono in grado di accedere al paniere dei beni di prima necessità. Numeri buoni solo per alimentare l’angoscia, il senso di impotenza, la speculazione politica.

Ma venite a Palermo perché qui troverete la Missione di Speranza e Carità di via Archirafi che ospita 300 esseri umani di sesso maschile strappati alla vita di strada; la Cittadella del Povero e della Speranza in via Decollati che dal 2002 alloggia, nutre e prepara all’avventura dell’integrazione 650 stranieri arrivati da Lampedusa e da altre vie di fuga; l’ex convento di santa Caterina in via Garibaldi che permette di vivere con dignità e senza paura a 120 donne sole di ogni età e mamme single col loro bambino; e ogni sera la Missione notturna, un camper che al calar delle ombre esce dal cancello principale di via Archirafi col suo carico di 6-7 volontari muniti di thermos con latte e tè caldi, medicine, sacchetti con panini e scatolette, coperte e vestiti e segue un percorso dettato da una strana geografia: quella dei ripari che i senzatetto si sono scelti in giro per la città, un muro e qualche cartone che segnano i confini della loro deriva solitaria. Li trovate in via Crispi, dall’altra parte dei moli delle barche a vela, lungo la centralissima via Vittorio Emanuele, ce n’è persino uno annidato dietro l’Albero Falcone, la magnolia ricoperta di messaggi e biglietti all’ingresso di quella che fu la casa del giudice ucciso dalla mafia.

Queste opere e la loro gente, volontari (circa 300 quelli che si alternano nella Missione notturna, 400 quelli che ruotano nei tre centri di accoglienza della Missione di Speranza e Carità) e fratelli della strada e del disagio – non chiamateli “barboni” davanti a fratel Biagio, l’uomo da cui ha preso le mosse tutto questo, perché si arrabbierebbe – sono la traduzione carnale di ciò che papa Francesco disse il 18 maggio scorso in piazza san Pietro ai movimenti ecclesiali a proposito della povertà e delle “periferie esistenziali”. Ricordate? «Quando io andavo a confessare nella mia diocesi, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore».

Vicino a Vincenzo-la-mia-gioa
Si incomincerebbero a capire storie come quella di Vincenzo-la-mia-gioia, una “periferia esistenziale” in carne e ossa. Più ossa che carne da quando l’Aids si era manifestato nel corpo di questo omosessuale tossicodipendente, ospite fisso da qualche anno di un cantuccio delle poste centrali di Palermo. La sua barba lunghissima e finissima pareva quella di un sikh o di un santone indù, mai tagliata; il cumulo dei capelli svettava come quello di Marge Simpson, ricoperto da un’apposita protezione di stoffa. Non si liberava mai di un cappottone fumo di Londra lungo fino ai piedi. «Lo avevamo soprannominato così – spiega Ottavio, il responsabile coordinatore dei volontari della Missione notturna – perché quando ci vedeva arrivare apostrofava tutti, ma soprattutto le ragazze del gruppo, con le parole: “sei la mia gioia!”, pronunciate abbandonandosi ad accentuate movenze femminee». Accarezzava le pettinature e vagliava la fattura delle gonne accompagnando il tutto con esclamazioni imbarazzanti. Si era sempre rifiutato di abbandonare la strada per una sistemazione in via Archirafi.

Quando si era manifestata la malattia, aveva respinto i ricoveri ospedalieri mentre la famiglia aveva continuato a ignorarlo, ancora esasperata per tutte le volte che si era presentato con una siringa insanguinata a chiedere soldi e aiuti vari. Scene penose di squadre di sanitari e agenti delle forze dell’ordine che si avvicinavano per evacuarlo e venivano respinti con grandi strepiti si erano ripetute innumerevoli volte. Approssimandosi i suoi ultimi giorni, la Missione aveva escogitato la soluzione di collocare un vero e proprio letto nel suo piccolo territorio e di circondarlo di cartoni alti come separé. Lì Vincenzo-la-mia-gioia agonizzava, mentre la gente che andava in posta gli sfilava accanto. Ventiquattro ore su 24 i volontari della missione si alternavano al suo capezzale. «Un giorno arriva un gruppetto di ragazzini fra i 9 e i 13 anni», racconta Ottavio. «Facce dure che avevano perso l’infanzia molto presto. Figli di detenuti e di altre famiglie problematiche del quartiere. “Abbiamo fatto una colletta, per Vincenzo”, mi dice uno mostrando il palmo delle mani pieno di monetine. “I soldi non gli servono più, se volete fargli un favore comprategli un succo di frutta con una cannuccia. Ma voi chi siete?”. “Noi siamo quelli che lo torturavano. Gli tiravamo i sassi, gli urlavamo ‘finocchio!’. Lo facevamo disperare”. Sono tornati col succo e il più grande si è avvicinato al capezzale e ha alzato la voce per farsi sentire: “Vincenzo, ti vogliamo bene!”. Lui, che era quasi sempre privo di conoscenza, si è sollevato un po’ e con la voce che gli rimaneva ha risposto: “Bambini, lo sapete che vi voglio bene!”. Il giorno dopo era di turno Francesco, che è anche medico volontario nei due ambulatori della Missione. Vincenzo è morto fra le sue braccia pronunciando parole misteriose: “Senti che bella musica!”, diceva. “Senti queste campane!”. Ma intorno non c’era nessun suono, quella musica poteva sentirla soltanto lui!».

La fuga e il lungo peregrinare
Se siete meravigliati del mistero di una storia come questa, è perché non conoscete ancora quella del fondatore della Missione, fratel Biagio Conte, oggi cinquantenne palermitano. Oggi. Ma un quarto di secolo fa c’era un Biagio giovane, giovane e agitato come un mare in tempesta, arrabbiato e indignato con tutto e con tutti. Un giovane benestante, figlio di un imprenditore edile, un ragazzo che sapeva bene cosa voleva dire una bella automobile, una bella compagnia e delle belle fidanzate in successione. Eppure sempre inquieto, insoddisfatto e alla fine depresso. In rapida sequenza aveva rinnegato Dio, la famiglia, la società. A scandalizzarlo era l’indifferenza di Palermo davanti alla povertà visibile nelle sue strade: i senzatetto, i bambini con le scarpe a pezzi, i quartieri decrepiti. Una notte, in piena crisi emotiva, alza gli occhi e fra i poster di cantanti e calciatori di camera sua riprende coscienza del crocefisso che è appeso lì da quando era bambino. Sente una voce interiore: «Una società che lascia indietro i più deboli non può essere una società giusta, e si sfalderà». Scrive una lettera di addio ai genitori e in piena notte sale verso i monti dell’entroterra coi soli vestiti che ha addosso. È il 5 maggio 1990: vagherà per otto mesi, prima in Sicilia, poi in Calabria e infine pellegrino ad Assisi. Lo cercheranno anche attraverso la trasmissione Chi l’ha visto?, allora agli esordi.

Un digiuno, una conquista
I primi giorni sono tremendi. Biagio praticamente non mangia e beve pochissimo. «Non sentivo bisogno di nulla. Mi sentivo sempre più libero e pensavo che avrei vissuto per sempre nella natura, lontano dalla civiltà», racconta. Ma a un certo punto cade stremato per la fame e la disidratazione. «Mi sembrava di stare per morire. Ho raccolto le ultime energie e ho pregato Dio di non abbandonarmi. Un calore improvvisamente ha attraversato il mio corpo e una luce fortissima mi ha abbagliato. Il freddo, la fame, la stanchezza sono sparite. Stavo bene, potevo continuare a camminare. Da quel momento sono stato certo che Gesù era con me e mi avrebbe guidato». Si ferma a lavorare per tre mesi nella casa di un contadino. In Calabria viene fermato dai carabinieri che lo fanno incontrare coi genitori, venuti a cercarlo. Chiarisce la situazione e prosegue il suo viaggio, divenuto un pellegrinaggio. Di ritorno da Assisi promette a se stesso di partire missionario per l’Africa. Ma appena arrivato nella capitale siciliana è di nuovo ferito dalla vista dei senzatetto, stavolta quelli della stazione ferroviaria centrale. Decide di condividere la loro vita: dorme con loro, mangia con loro, comincia a raccogliere aiuti. Gli si affiancano volontari laici sempre più numerosi, un sacerdote salesiano, don Pino Vitrano, un altro frate, Giovanni, e poi tre giovani donne che oggi si occupano della comunità femminile: Mattia, Alessandra e Lucia. Comincia il ventennale cammino che vedrà sorgere le opere citate all’inizio. Sostenute da finanziamenti e aiuti che arrivano da parrocchie, fondazioni bancarie, Assoindustria Palermo, Banco Alimentare, Regione
Sicilia, Comune e Provincia di Palermo. Quello che sembrava un caso da risolvere nelle corsie di un ospedale psichiatrico, diventa l’origine di uno dei segni più visibili dell’amore cristiano per i poveri in una grande città italiana.

Ma non si deve pensare a un cammino trionfale. La strada è stata sempre accidentata e lo è tuttora. Come ammoniva Chesterton rivolgendosi ai cristiani spiritualisti, «non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa». Ogni spazio conquistato è costato digiuni di protesta da parte di fratel Biagio e attese interminabili. Il primo braccio di ferro è stato subito nel 1991, per ottenere dalle Ferrovie dello Stato un locale di servizio per i senzatetto della stazione: sei giorni di digiuno seduto contro un capannone per avere una stanzetta di 40 metri quadrati. Poi nel 1993 ci sono voluti dodici giorni di digiuno (con un ricovero ospedaliero al decimo giorno) davanti ai cancelli dell’ex ospedale per infettivi di via Archirafi per ottenere la concessione di quella struttura e farne il centro di ospitalità per i senzatetto; quella volta Biagio attirò l’attenzione di tivù e giornali, anche perché lo accompagnavano decine di barboni che la notte dormivano accampati attorno a lui. 

Anche l’ostello femminile nell’ex convento di santa Caterina e la Cittadella del povero hanno avuto bisogno di digiuni e della protesta rappresentata dall’andare in giro a piedi nudi per settimane per diventare realtà di accoglienza. Oggi dentro alla struttura di via Decollati, insieme a una marea umana di rifugiati forniti di permesso di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria usciti da poco dai Centri di identificazione ed espulsioni che dormono su materassini in cinque saloni, ci sono laboratori per elettricisti, falegnami, fabbri, ceramisti, sarti, mugnai e panettieri dove si alternano italiani provenienti dal rifugio di via Archirafi e stranieri che imparano un mestiere o che riprendono in mano quello che già sapevano fare. Perché, non dimentichiamolo, si tratta spesso di profughi per ragioni politiche che una vita e un lavoro ce li avevano, prima di fuggire.

Il viaggio a Lourdes
Eliseo, fuggito qualche anno fa dalla Costa D’Avorio, addirittura era un giovane che aveva sentito la chiamata di Dio ma non se l’era sentita di entrare in seminario per la contrarietà dei genitori. Approdato a Lampedusa al tempo della guerra civile ivoriana, dopo qualche anno di lavori saltuari è entrato in seminario e oggi è sacerdote della diocesi di Monreale. Anche lui ha sostato a lungo in via Decollati. E in questa atmosfera di miracoli sempre possibili, quasi non fa notizia che fratel Biagio, che da cinque anni si muoveva quasi esclusivamente in sedia a rotelle per i dolori causati da alcune vertebre schiacciate e una terribile artrite cervicale, dopo un viaggio a Lourdes nel giugno scorso sia tornato a camminare senza sostegni di alcun tipo. Ma anche senza nessuna presunzione che la sua guarigione sia dipesa da meriti accumulati di fronte all’Altissimo. Chi esce dalla cappella della Misericordia, dove ogni mattina don Pino celebra la Messa con cui inizia la giornata della Missione, sopra la porta d’ingresso trova a grandi lettere il monito del Vangelo di Matteo che capovolge i rapporti fra centri e periferie esistenziali: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli».