Bestiario postdemocristiano

L’ospite/Baget Bozzo

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Castagnetti è un popolare dalla dolce figura. Non ha il volto grifagno di Martinazzoli, vero animale da preda, che si comporta come se Dio fosse il suo diritto: non bada né a regole, né a forme. Né ringhia come la Bindi, né mugge come Bianco, né stride come De Mita: non gracchia come la Jervolino, non gorgoglia come Marini. Non ha nemmeno l’aria predace dei due giovani falchi, il Letta e il Franceschini, che hanno scoperto tardi come, tra i democristiani, la gioventù non sia mai stata un privilegio. Castagnetti è un popolare dal volto umano. Ma infine egli ritiene che l’odio cristiano per il mondo deve essere rivolto a Berlusconi.

Ha perciò quella intransigenza angelica che, come accade negli angeli, non ammette il cambiamento di opinione.

Ed è toccato a lui guidare l’attacco a Forza Italia nel Partito popolare europeo. Ci sarà stato, di sicuro, del candore e del fervore. E anche un sincero rimpianto: il sentimento della casa perduta, del fumo di Satana entrato nel tempio della Dc. Forse io idealizzo Castagnetti, ma devo dire che è il primo popolare che fa tenerezza. E non è un sentimento che i democristiani provocano facilmente da qualunque parte siano. E del resto anche le parole di Castagnetti che ho sentito alla televisione: erano tutte legate alla metafora della Casa divenuta un condominio.

Era la fine dell’orgoglio democristiano, ma è stata formulata con timidezza. Castagnetti forse ha una sua idea: di fare un partito del Benelux e forse con l’Austria, una casa all’antica di vecchi socialdemocratici e di vecchi democristiani che si ritrovano nel loro piccolo mondo antico. Tra di noi, chez nous. Un mondo di culto del ricordo, quando essere democristiani era un privilegio politico. I democristiani muoiono in molti modi. Preferisco un corrusco Casini, che diviene un crociato di Forza Italia e assume un profilo laico che gli si addice ormai più di quello del bel ragazzo di parrocchia. Ce n’è qualcuno che vive la fine democristiana con allegrezza perché può ridurre la memoria democristiana al gioco del pampano. C’è chi come Andreotti sa che egli è stato solo e sempre Andreotti, una istituzione per conto suo, che potrebbe essere narrata anche senza fare cenno alla Dc. C’è Scalfaro che ha deciso di essere il monumento non equestre (purtroppo, manca il cavallo) alla Dc. Rimane vero che, quanto sono noiosi i comunisti dopo il Pci, tanto sono divertenti i democristiani dopo la Dc, ognuno autore del suo personaggio, di riporto. Forse ha ragione Giovagnoli, che ha chiamato la Dc il “partito italiano”.

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