«Mi hanno mandato in prigione ingiustamente e ora fanno finta di niente»

L’arresto, la prigione, la gogna sui media. Ora hanno chiuso le indagini. L’ex assessore Pdl di Parma Bernini: «Prima di mandare la gente in galera, non fanno delle verifiche?»

Giovanni Paolo Bernini fu arrestato nel 2011. Rimase in carcere ventuno giorni. Tre settimane in una cella della casa circondariale di Forlì, seguiti da altri due mesi di arresti domiciliari. «Era il 26 settembre», ricorda l’ex assessore ai Servizi Educativi di Parma, «la polizia giudiziaria arrivò a casa mia alle cinque di mattina». La Procura lo voleva in galera per “uso privatistico della cosa pubblica”. «Mi sembrava pazzesco. Il delinquente di cui si parlava non potevo essere io». A chiusura delle indagini, dopo due anni, le accuse che lo portarono dietro le sbarre si sono dissolte, una dopo l’altra, rivelandosi infondate. «Da allora molto è cambiato», spiega: «La giunta di Pietro Vignali è caduta. Al governo della città ci sono Federico Pizzarotti e il Movimento 5 Stelle». «Ho perso due lavori, mi sono licenziato dall’Università e faccio il pendolare fra Parma e Roma». Ha la pelle dura, Bernini. Da suo padre dice di aver imparato a sopportare il peso delle proprie responsabilità. «Ma non reggo le menzogne dette sul mio conto. Quello che mi manda in bestia è che non venga detta la verità. Dopo la roboante conferenza stampa del Procuratore Capo, si arrivò persino a spacciare, da parte dell’Espresso e del Tg di La7 la mia presenza in un filmato che ritraeva uno scambio di tangenti».
Bernini vuole essere ricordato per quello che ha fatto, non per quello che non ha commesso. Mosse i primi passi in politica, a fine anni ‘80, nel Psdi. «A fianco di Enrico Ferri», ci tiene a precisare. «Diventai anche segretario nazionale del movimento giovanile del partito». Poi venne la seconda repubblica: entrò in Forza Italia. Dal 1994, fu eletto tre volte in Comune, diventò presidente del Consiglio comunale e poi assessore. A Parma, e nella rossa Emilia Romagna, era una delle teste di punta del centrodestra. A inizio millennio, venne chiamato a collaborare dall’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. «Una stagione finita quel giorno di settembre di due anni fa».

A fine settembre del 2011, il Governo Berlusconi stava per cadere sotto i colpi dello spread e dei media. A Parma, che clima si respirava?
Andavamo al lavoro in un clima terribile. Da mesi si stava consumando un assalto mediatico e anche fisico alla giunta. I giornali locali avevano cambiato rapidamente atteggiamento nei confronti del sindaco e di tutta l’attività della giunta: ci davano addosso quotidianamente. La Procura, che indagava su gran parte di noi amministratori, aveva già arrestato alcuni dirigenti comunali e il comandante del vigili urbani. I treni alla stazione sfornavano manifestanti che giungevano da tutta l’Emilia-Romagna, da Bologna, Modena, Ferrara, diretti ai portici del Municipio per fare picchetti e manifestazioni. Spesso capitò che dipendenti, consiglieri comunali o assessori dovessero essere scortati dalla polizia in assetto da guerra per poter rientrare nelle proprie abitazioni.

Cosa accadde, dopo l’arresto?
Mi portarono in caserma, dove restai due ore. Mi chiesi perché. Avrei avuto la risposta alle 8 e 45, dopo aver posato un piede fuori dalla macchina. Davanti al Municipio, dove mi avevano accompagnato per sequestrare alcune cose, c’era una folla di fotografi e giornalisti. La notizia del mio arresto sarebbe stata affissa su tutti i cartelloni delle edicole di Parma, l’indomani. In seguito, seppi che il Procuratore Capo tenne una “brillante” conferenza stampa dove mi definì come una specie di mostro che speculava sui bambini. Tra un discorso e l’altro, citò come fonte di informazioni anche l’Espresso, il settimanale di Carlo De Benedetti, lo stesso giornale che affermò la mia presenza in quel filmato sullo scambio di tangenti che ritraeva altri.

Quali accuse le erano rivolte?
Le motivazioni del mio arresto sono state sostanzialmente quattro.
In cambio di un Ipad, avrei modificato la destinazione di un’area in cui sorgeva un centro commerciale, sede anche di un asilo privato, convenzionato con il Comune. Il tribunale del riesame di Bologna ha poi stabilito che né l’assessore né l’amministrazione comunale avevano commesso favoritismo o illecito. L’Ipad sequestrato mi fu restituito.
Avrei poi tentato di ottenere denaro da un presunto imprenditore e, davanti al suo rifiuto avrei minacciato di chiamare sua moglie. Dopo il mio arresto, è stato chiarito che non solo non era un imprenditore, ma un mio conoscente in forti difficoltà finanziarie il quale, nel 2007, mi chiese – e ottenne – un prestito di 4mila euro: trascorsi quasi quattro anni, ne chiedevo la restituzione. Tutto qua.
Avrei fatto togliere 90 multe a mio suocero che, nonostante regolare permesso, si era visto recapitare tali verbali a causa dell’errore di varchi elettronici appena installati. Si è poi verificato che le multe non furono cancellate per mie presunte pressioni (si parlò di uso privatistico della cosa pubblica durante la conferenza stampa degli inquirenti) dal Comune di Parma, bensì da due Giudici di pace a seguito di ricorso presentato da mio suocero.
L’ultima accusa rivoltami e che avrei intascato una tangente da 7.900 euro da una azienda che gestiva le mense scolastiche. In realtà si trattava di una sponsorizzazione per una società sportiva che fu chiesta e ottenuta da un mio collaboratore, che era anche il mio mandatario elettorale. Su questo posso limitarmi a dire che non ci fu alcuna modifica contrattuale con l’azienda di refezione, soltanto una proroga contrattuale prevista dal contratto: una proroga tecnica necessaria.

Come mai la Procura non sapeva del fatto che suo suocero si fosse rivolto ai giudici di pace, e che l'”imprenditore le dovesse dei soldi?
Me lo sono sempre chiesto. Prima di mandare la gente in galera, non fanno delle verifiche?  Per gli errori che io avrei commesso, sarei pronto a pagare, non mi tirerei indietro. Non sono uno che si sottrae alle responsabilità. Sarebbe bello che altri lo facessero. Quello che odio sono le falsità dette sul mio conto. Mi hanno sparato addosso, in quei giorni, e dopo due anni fanno finta di niente.

Si riferisce al trattamento che le hanno riservato i media?
È un problema italiano che tutti conoscono, ma di cui spesso si ignorano le conseguenze. Spesso i giornali non indagano e si limitano a un copia-cuci-incolla, come fece una giornalista dell’Espresso attribuendomi un filmato di altri. Poi, galleggiano per anni su internet, senza che nessuno intervenga. Si dimenticano, poi, le notizie positive. Come tutto ciò che di buono il centrodestra fece a Parma, per esempio.

Non ci si dimentica degli 800 milioni di buco nei bilanci del Comune, lasciati dalla giunta Vignali, di cui faceva parte.
Premesso che al sottoscritto non viene mai contestata la malversazione anche di un solo euro pubblico, non è stato il Comune in sé a indebitarsi ma le numerose aziende a partecipazione pubblica. Di questo debito, si vedranno le responsabilità, azienda per azienda. L’unica azienda misto pubblico-privata che ho fatto nascere io, e cioè Parmazerosei, per aumentare, anche con risorse private, asili nido e scuole materne, non ha un euro di debito.
Molti in questa vicenda dimenticano lo sforzo straordinario, in pochi anni, che abbiamo fatto in due legislature amministrative di dotare Parma di quei servizi obbligatori per volontà europea al fine di accogliere l’unica autorità europea in Italia, cioè l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. Potenziamento aeroportuale, chiusura tangenziali, piste ciclabili, scuola europea e altro hanno certamente influito, forse per errori progettuali, la lievitazione delle spese. Certo, non erano in molti a poter prevedere la crisi finanziaria del 2008 e quella del debito, a seguire. Comunque di questo non mi sono mai occupato, avevo altre deleghe, come quella per le politiche a favore dei disabili. La città di Parma divenne un punto di riferimento in quegli anni per le politiche sull’abbattimento delle barriere fisiche e culturali.

Da una storia di giustizia “all’italiana” come questa, come se ne esce?
Io ho imparato da mio padre a essere forte a non sottrarmi mai alle mie responsabilità nel bene e nel male. Queste vicende devono muoverci a cambiare questo sistema giudiziario. Un cittadino non può finire in galera per tre settimane, con accuse senza fondamento. E chi guarda da fuori, a queste vicende, capisco ci abbia fatto il callo, ma forse dovrebbe approfondirle. Non accontentarsi dei titoli dei giornali e pendere dalle labbra dell’accusa.