Scoprire la benedizione del lavoro nei passi certi di un operaio in mezzo a malati

Che benedizione è, pensi, per gli uomini il lavoro, che li trae fuori da sé, che li costringe ad alzarsi e a fare e a essere insieme agli altri

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casa-di-cura-lavoroUna casa di cure per malattie nervose. Nella sala di soggiorno già di mattina è accesa una tv: un malato le sta davanti senza guardarla. Due pazienti in pigiama affacciati a un balconcino fumano, aspirando avidamente. Una bella donna col viso devastato da un ignoto dolore se ne sta seduta in un angolo, come ripiegata su se stessa, assente. Tutti si trascinano con passi pigri, strascicando le scarpe, come gente che non ha alcun luogo in cui andare. Dalla cucina arriva rumore di piatti, e odore di minestra di verdura. Sull’orologio sul muro le lancette avanzano con esasperante lentezza.

Improvvisamente nella sala entra uno sconosciuto e svelto la traversa, con una cassetta degli attrezzi in mano. A un infermiere chiede dove si trova il locale caldaia: è un operaio, addetto a una qualche riparazione. Ma in questo luogo di destini sospesi, di passi spenti che tornano sempre nel medesimo punto, la rapida andatura di un uomo che va a lavorare sembra un evento eccezionale. Gli sguardi dei malati lo seguono con un’ombra di nostalgia: anche loro, in un tempo che adesso sembra remoto, andando a lavorare camminavano a quel modo.

Che benedizione è, pensi, per gli uomini il lavoro, che li trae fuori da sé, che li costringe ad alzarsi e a fare e a essere insieme agli altri. E che benedizione è averlo, un lavoro, anche uno qualunque: nei passi certi di un operaio in mezzo all’andirivieni opaco dei malati, lo ho riconosciuto.

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