Benedict Daswa, primo beato sudafricano, padre di famiglia e «testimone del Vangelo fino all’effusione del sangue»

«Catechista diligente, insegnante premuroso, amava la vita accogliendola, curandola e proteggendola». Fu assassinato in odium fidei nei giorni in cui il paese festeggiava la fine dell’apartheid

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benedict-daswa-beatoArticolo tratto dall’Osservatore Romano – «Martire della fede, apostolo di pace e di fraternità e benefattore del suo popolo»: questo l’identikit che il cardinale Angelo Amato ha tracciato di Benedict Daswa (1946-1990), laico e padre di famiglia, primo beato sudafricano, ucciso in odio alla fede per non aver voluto aderire a un culto sciamanico. La messa di beatificazione si è svolta domenica 13, a Tohoyandou, nella diocesi di Tzaneen, in Sud Africa. A presiedere il rito, in rappresentanza del Pontefice, il cardinale prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, il quale ha iniziato l’omelia ricordando le parole con cui Papa Francesco, nella lettera di beatificazione, ha esaltato la figura di Benedict Daswa, missionario di Cristo in terra d’Africa, sottolineandone soprattutto il suo impegno laicale di «catechista diligente, insegnante premuroso, testimone del Vangelo fino all’effusione del sangue».

Benedict Daswa, il cui nome tradizionale significa “meraviglia”, “miracolo”, ha evidenziato il porporato, è stato «una autentica meraviglia di Dio, un vero miracolo della grazia». Infatti, «lo Spirito Santo aveva trasformato questo giovane sudafricano in un autentico eroe del Vangelo. Il suo cuore era pieno dell’amore di Dio e dei fratelli». Per Amato, la figura di Benedict si avvicina molto a quella dei «primi martiri della Chiesa, che, al tempo delle persecuzioni degli imperatori romani, difesero la loro fede con la preghiera, il coraggio e il perdono dei nemici. Così trasformarono l’apparente sconfitta in vittoria, perché il loro sangue diventò il seme fecondo di generazioni di cristiani». Similmente «ancora ai nostri giorni in Africa, come in molte parti del mondo, i cattolici giovani e adulti, uomini e donne, testimoniano con coraggio la fede di fronte alle ingiuste oppressioni e persecuzioni».

In questo senso, ha aggiunto, «tutta la Chiesa cattolica è oggi presente qui a Tohoyandou per celebrare la memoria di questo giovane ed eroico padre di famiglia. La beatificazione di Benedict è una benedizione per la Chiesa intera, per la vostra comunità, per l’Africa. È la prima cerimonia in assoluto nella storia della diocesi di Tzaneen e della Chiesa sudafricana». Così, onorando il martire Benedict, «la Chiesa invita i cattolici a nutrire solo sentimenti di carità, di fraternità, di concordia, di solidarietà al di là delle differenze etniche, sociali e religiose. La Chiesa cattolica esalta i suoi martiri e i suoi santi perché essi sono messaggeri di pace e di bontà. Le loro vite sono medicine efficaci per risanare i cuori dalle ferite dell’odio, della divisione, del disprezzo del prossimo».

Con la sua vita Benedict ha scritto «un’altra pagina gloriosa» della Chiesa in Africa, che «ha sempre risposto generosamente alla chiamata di Cristo con una lunga tradizione di santi e di martiri». A partire, ha ricordato il cardinale Amato in una rapida carrellata, da sant’Agostino e da sua madre, santa Monica, dalle giovani martiri Felicita e Perpetua, ai santi martiri dell’Uganda, alla beata congolese Clementina Anwarite, alla beata malgascia Vittoria Rasoamanarivo, fino alla santa sudanese Giuseppina Bakhita e al beato congolese Isidoro Bakanja.

Nato in una famiglia che seguiva la religione tradizionale africana e convertitosi al cattolicesimo quando aveva 17 anni, Benedict fu crudelmente assassinato, nei pressi della sua abitazione, la sera del 2 febbraio 1990, nei giorni in cui la Repubblica del Sud Africa celebrava nella gioia la fine dell’apartheid.

Secondo il porporato, sono tre i messaggi che il beato Benedict Daswa «lascia a tutti noi». In primo luogo, «ci invita a essere come lui testimoni autentici di Cristo e della sua parola di vita. Solo così si diventa sale della terra e luce del mondo». In seconda battuta, «ci incoraggia a essere anche noi evangelizzatori e missionari di Cristo, per essere purificati dai nostri limiti e dai nostri peccati». Il Cristo risorto è, infatti, «il vincitore del peccato, del male e della morte. La Chiesa è il luogo di questa libertà spirituale, che plasma una umanità buona e santa. Questo è il vangelo della grazia che Benedict ci invita a meditare, vivere e predicare con la vita, le parole e le azioni».

In terzo luogo, il cardinale Amato ha ricordato come il beato Benedict sia stato un padre di famiglia «che amava la vita accogliendola, curandola e proteggendola» e «i suoi figli erano accolti con gioia e gratitudine come dono di Dio».

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