Ben tornati a scuola, cari scappati di casa

Lettera di un professore ai suoi alunni: questo è un luogo di amicizia possibile. Non come “L’attimo fuggente”, ma come “School of Rock”

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

E quindi mi hanno commissionato una lettera per voi, i miei ragazzi. E non so mica troppo cosa dire. Forse una cosa sì, però. Che chi me l’ha commissionata, oltre ad essere un mio grande amico, è stato anche quello che mi ha un po’ buttato nella scuola. Faceva il supplente lui – roba di quindici anni fa – ed eravamo entrambi sbarbatelli. Così un giorno mi prende e mi dice: «Vieni a parlare ai miei ragazzi di Pasolini?».

Pasolini era un tipaccio buono, su cui mi ero laureato, uno che non si studia alle medie e quindi di solito non si fa (anche perché il buon Pier Paolo dalle medie era stato cacciato via, ma questa è un’altra storia). Comunque sono entrato in questa scuola e ho trovato ragazzi in gamba, un sacco di domande, una stima incrollabile verso il loro prof. E mi sono detto che pure io dovevo sperimentarla, quella stima.

E così mi sono girato un po’ di scuole del Regno: licei, professionali (gli anni più belli), fino ad arrivare nella media statale piena di buchi e di crepe e spesso luogo di risentimento tra gli adulti. I ragazzi no, i ragazzi sono la parte migliore di ’sta storia. Sono arrivato fischiettando ed entro ogni giorno fischiettando mentre tanti mi guardano in cagnesco: «Ma che ci avrà questo da fischiettare?», mi ha chiesto una volta un collega.

Si fischietta perché si è amati: perché parti da casa che è un posto affollato di infanti pazzi piangenti e donne sull’orlo di una crisi di nervi ma che ti vogliono un bene dell’anima. Così è più facile entrare a scuola e aspettarvi uno per uno all’ingresso. E ripetervi all’infinito le tre regole dell’imparare: seguire un adulto, uno che ti voglia bene; non avere paura di sbagliare; guardare all’altro, al compagno, e dargli una mano.

Siamo tutti un po’ rotti
Io le cose più belle della mia vita le ho imparate così: faccio due lavori spesso complementari e grandiosi – vedere film e stare coi ragazzi – perché mi sono fidato di gente in gamba che sapeva di me più di quanto potessi sperare. Ho trovato una morosa bellissima che poi è diventata mia moglie, così: fidandomi. E poi è proprio vero che non bisogna avere paura di sbagliare perché siamo tutti degli scappati di casa.

Lo dico sempre ai miei ragazzi, che sono degli scappati di casa. Ma dico anche che io sono peggio: mi dimentico le cose, sono disordinato, faccio un sacco di errori tipo quella volta che mi ero messo in testa di portarmi la classe a un festival del cinema. E avevo preparato tutto: autorizzazioni, pullman, accrediti, cataloghi. Tutto preciso. Peccato che avevo confuso le date così anziché passare un pomeriggio a vedere vecchi film di Hitchcock, io e una ventina di sedicenni ce siamo sparati un film ungherese de 3 ore e un altro hard-tistico, diciamo.

Il fatto è che tra ultimi ci si prende meglio e poi la mia pazienza e il mio amore gioioso si ricaricano ogni giorno per quei quattro figli pazzi con cui ho a che fare. Così è più semplice stare con voi e, insomma, anche perdonarci. È più semplice, direi spontaneo avere in mente una cosa bella da dirvi ogni giorno. Da dirvi, da leggere, da mostrarvi: che ne so.

Una volta una mamma è venuta da me in lacrime per un figlio un po’ difficile e mi ha urlato: «Non voglio un figlio rotto!». Il fatto è che siamo proprio tutti rotti, ci manca sempre un pezzo e forse più di uno. Ma è anche vero che proprio da questo non essere a posto, da questo senso di inadeguatezza nascono le domande più grandi di amicizia e di senso della vita. Come ci racconta il caro poeta Giacomino.

Ho trovato il segreto della vita
E quindi cos’è la scuola? È un luogo di amicizia possibile, almeno lo è per me da quindici anni: non il luogo del “Capitano, mio capitano!” come raccontava L’attimo fuggente, ma la casa di Dewey, il chitarrista sovrappeso di School of Rock che è il film con cui inizio sempre le mie prime medie. Uno che aveva in mente nella vita di fare gli assoli di chitarra più lunghi del mondo ma che, entrato in una scuola in modo rocambolesco, mette in piedi una band coi ragazzi. Si implica con loro, fino in fondo, in modo appassionato e un po’ folle, fino a mettere in piedi un concerto splendido. Lui che sognava di fare il rockettaro, si troverà su un palco vestito con la divisa della scuola, fianco a fianco con i suoi ragazzi, loro invece in tenuta rigorosamente rock. Come dire: io vi appartengo, ho trovato il mio posto, la mia casa, ho imparato il segreto della vita. Da qua non mi sposto.

Che anche quest’anno la nostra cara vecchia scuola rappezzata sia la nostra casa, il posto in cui si scoprono cose belle e, soprattutto, ci si perdona sempre.

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