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Perché il Belgio si riprende (dall’Arabia Saudita) la Grande Moschea di Bruxelles

marzo 28, 2018 Rolla Scolari

Dopo gli attentati, il governo federale ha deciso di cancellare l’accordo con Riad sulla Grande Mosquée, riconosciuto luogo si radicalizzazione. Parla l’esperto Felice Dassetto

Pubblichiamo un articolo tratto dalla rivista Oasis

La storia della Grande Moschea di Bruxelles ha inizio nel 1969, quando è stato firmato un accordo tra il ministero dei Lavori pubblici belga e il Centro islamico e culturale del Belgio, emanazione della Lega musulmana mondiale, un’istituzione creata dall’Arabia Saudita.

La firma prevedeva la “cessione” per 99 anni del padiglione orientale, una struttura costruire per l’Esposizione Internazionale del 1897 nel parco del Cinquantenaire. Il prestigioso edificio fu convertito in una moschea e centro islamico, in un momento in cui il Belgio da una parte espandeva i propri rapporti commerciali con il Golfo, dall’altra prendeva coscienza della necessità di integrare la nuova comunità di immigrati musulmani nelle sue città.

Così ebbe inizio l’era di influenza saudita sull’Islam belga, finita sotto scrutinio negli ultimi anni, soprattutto dopo gli attentati del 2016 a Bruxelles. Ora, il governo federale ha deciso di accogliere le raccomandazioni di una Commissione parlamentare istituita dopo gli attacchi terroristici, che ha indicato la Grande Mosquée come un luogo di radicalizzazione e consigliato di cancellare quell’accordo con Riad.

L’Arabia Saudita ha ora un anno per abbandonare il parco del Cinquantenaire. Ci spiega però Felice Dassetto, professore emerito all’Università Cattolica di Lovanio, come tutto questo non significhi necessariamente che il regno e il suo brand di Islam wahhabita lasceranno il Belgio, nonostante l’avvento a corte con Mohammed bin Salman di una nuova guardia che promette riforme anche in campo religioso.

Come e perché si è arrivati alla cessazione dell’accordo tra Arabia Saudita e Belgio sulla moschea di Bruxelles?

“Dopo gli attentati del marzo 2016 qui in Belgio è stata costituita una Commissione parlamentare, che ha concluso i propri lavori a settembre. Nel suo rapporto stigmatizza il centro islamico di Bruxelles, la Grande Moschea, come promotore indiretto del jihadismo; la Commissione ha anche constatato come nove jihadisti schedati abbiano seguito un corso alla moschea. E raccomanda la fine dell’accordo di cessione dell’edificio, a soli 500 metri dalle sedi delle istituzioni europee, convertito in moschea. È quanto ripeto da sempre: questo accordo doveva terminare.

In novembre, un’alta delegazione di esperti belgi – membri dell’anti-terrorismo e funzionari del ministero degli Esteri – ha incontrato a Riad rappresentanti della Lega musulmana mondiale, la stessa che ha creato la moschea di Bruxelles. Negli anni ’60 e ’70, sotto il sovrano saudita Faisal, questo organismo ha favorito l’espansione di un Islam salafita e wahhabita, propagandolo anche nei Paesi in cui emigravano i musulmani”.

È da qui che ha origine la rottura dell’accordo con il Belgio?

“La delegazione belga ha incontrato anche funzionari del ministero degli Affari religiosi saudita, proprio per discutere ufficialmente di quanto stigmatizzato dalla Commissione parlamentare nei confronti della Grande Moschea di Bruxelles, delle questioni emerse durante i mesi di lavoro e delle carenze del centro”.

Di che tipo di questioni si tratta?

“Secondo la Commissione parlamentare, il centro islamico è all’origine di intolleranza verso altre fedi ma anche nei confronti di musulmani di altre correnti. La delegazione che ha viaggiato a Riad era composta da figure molto qualificate, da arabofoni in grado di confrontarsi direttamente con i funzionari della Lega musulmana mondiale e del ministero degli Affari religiosi. La tesi ufficiale è che questo sia bastato per innescare una reazione dell’Arabia Saudita”.

Che cosa è accaduto dopo?

“Tra i 15 e il 16 gennaio, il ministro degli esteri belga, Didier Reinders, e quello saudita, Adel al-Jubeir, si sono incontrati. I sauditi sarebbero d’accordo, secondo quanto riportato poi dal diplomatico belga, a coinvolgere le comunità locali del Belgio nella vita della moschea. Questi episodi tra novembre e gennaio sono capitati in concomitanza con l’ascesa a corte del principe ereditario Mohammed bin Salman, il figlio del re, che con una serie di aperture sta alimentando la speranza che qualcosa in Arabia Saudita possa cambiare. Mettendo assieme tutti questi elementi, la fine dell’accordo sull’edificio di Bruxelles è stato interpretato come una vittoria del Belgio: ‘I sauditi se ne vanno’. A parte i dubbi sulla concretezza della svolta saudita, è vero che Riad lascia la moschea di Bruxelles, ma non il Belgio. Il regno non abbandonerà la sua zona di influenza, che è quella della propagazione di un certo tipo di Islam”.

Che cosa diventerà il centro islamico? Chi sostituirà l’Arabia Saudita nella gestione?

“Teoricamente esiste in Belgio un’istanza, l’Esecutivo dei Musulmani del Belgio, interlocutore del ministero della Giustizia, che gestisce i finanziamenti dei culti. L’organismo però è debole e poco rappresentativo”.

Ha detto che da anni lei era in favore della cessazione dell’accordo del 1969. Perché?

“Vent’anni fa nessuno aveva ancora capito il ruolo di geopolitica religiosa del salafismo wahhabita. Quando il Belgio ha consegnato l’edificio all’Arabia Saudita pesavano non solo la prospettiva di accordi commerciali, ma anche la presa di coscienza del governo della necessità di integrare la prima presenza musulmana, totalmente nuova, sbarcata alla fine degli anni ’50. Gli insegnamenti del centro islamico in questione, però, sono andati proprio contro questa volontà belga di integrazione”.

In quale modo?

“Se si insegna che la moglie deve stare a casa e non lavorare, dov’è la possibilità d’integrazione? Se si insegna che la donna deve portare il velo, probabilmente quella donna avrà più difficoltà a trovare lavoro. Se si insegnano le teorie del creazionismo a discapito di quelle sull’evoluzionismo sarà difficile che i bambini si integrino nelle scuole. Se si insegna che l’Islam è la sola verità assoluta e che le altre religioni sono mistificazioni si crea la totale polemica con gli altri. Così era negli anni ’70, ’80, ’90. Qualcosa è cambiato dopo l’11 settembre. C’è stata una sorta di moderazione, la stessa che – come ha spiegato lo studioso francese Stéphane Lacroix – l’Arabia Saudita ha tentato di portare avanti al suo interno negli anni 2000”.

Oggi a parlare di riforma dell’Islam in Arabia Saudita è lo stesso principe ereditario Mohammed bin Salman. La svolta sulla moschea di Bruxelles può essere legata a una nuova strategia di Riad nei confronti dell’Islam europeo?

“Occorre capire se realmente ci sarà un nuovo corso. A parte le donne che potranno guidare a giugno e possono già andare a vedere le partite di calcio e le aperture nel mondo dello svago è necessario valutare quale sarà la sostanza delle riforme. E anche quanto durerà Mohammed bin Salman, visto che nell’equazione pesa anche una politica dinastica e di corte. Che cosa uscirà dalle facoltà di teologia, dalla leadership dell’establishment religioso? Per ora su quel fronte non si è ancora visto nulla”.

In Belgio, le sorti della Grande Moschea hanno innescato un dibattito pubblico forte?

“I belgi sono saturi di questioni che riguardano l’Islam. I belgi e anche i musulmani ordinari dopo gli attentati terroristici, che sono stati un grosso trauma, non vogliono più sentir parlare di queste cose. La discussione scatterà nel momento in cui sarà necessario scegliere un sostituto all’Arabia Saudita, perché non si troverà un accordo tra i musulmani del Belgio”.

La comunità musulmana in Belgio è dunque divisa. Secondo quali linee?

“Ci sono almeno due grandi divisioni, quella tra gruppi nazionali, tra turchi e marocchini principalmente; e quella all’interno della vasta comunità marocchina, tra anziani legati all’establishment religioso attuale e nuove leadership: quelle salafite, quelle dell’Islam politico e i giovani, o chi pensa sia urgente costruire qualcosa di nuovo in termini di orizzonti sociale, culturale e di visione religiosa. La vecchia guardia ha il potere nelle moschee e nelle associazioni, e quindi anche il controllo dei finanziamenti delle Stato belga (che sostiene le moschee riconosciute, i loro imam e gli insegnanti di religione islamica nelle scuole pubbliche). I giovani o le persone con nuove prospettive vorrebbero agire ma non hanno i mezzi e hanno le idee confuse. Vorrebbero più spazio, ma non riescono a ottenerlo. Tra i giovani, esistono anche intellettuali che hanno fatto un percorso di moderazione, come Redouane Attiya, professore di arabo all’università di Liegi: uno che ha studiato in Arabia Saudita e che oggi però è tra i leader più coraggiosi nel criticare l’Islam salafita incapace di riformarsi”.

Turchia, Marocco, Arabia Saudita: prevede una lotta tra governi stranieri sul controllo della moschea di Bruxelles?

“È una delle ipotesi possibili, ma lo scenario più probabile è che il Marocco sia il solo Paese che abbia voglia di coinvolgersi. Sono in realtà i musulmani del Belgio ad avere in mano il destino del centro islamico, e sarà all’interno della comunità belga che si genereranno tensioni”.

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