Basta una parola a Benedetto XVI per dare una lezione a quell’asino di Erasmo

Ah, se poteste ascoltare i vangeli con la pronuncia corretta. Rabbrividireste all’interrogatorio di Pilato e udireste quel perentorio e dolcissimo “egò” detto da Cristo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Santo Padre, cari fratelli, sessantacinque anni fa, un fratello ordinato con me ha deciso di scrivere sull’immaginetta di ricordo della prima Messa soltanto, eccetto il nome e le date, una parola, in greco: eucharistòmen… – il Papa Emerito si sofferma e poi, con una sottolineatura percepibile nel tono, corregge, didascalico –, evcharistòmen. Convinto, in questa parola, nelle sue tante dimensioni… è già detto tutto quanto si può dire in questo momento».

Così in una parola, Benedetto XVI, ha reso grazie a Dio, a papa Francesco, alla vita, per i suoi sessantacinque anni di sacerdozio. Lo ha detto in greco perché, come Joseph Aloisius Ratzinger ci ha sempre insegnato, Dio parla in greco. Ma il greco con cui Dio ha dettato i vangeli è un greco con la polvere della strada sui sandali, è la lingua franca della «globalizzazione» portata prima da Alessandro e poi dall’impero romano, parlata più o meno malaccio da tutti, come lo è oggi l’inglese.

Un greco che però conservava nelle sue strutture linguistiche tutta la potenza creatrice del Logos, le parole del pensiero filosofico e scientifico dell’umanità, che ora, finalmente, scoprono il loro Autore, la Parola che si è fatta carne. Ma questo greco non va letto con la pronuncia scolastica che si insegna ai licei, da quando Erasmo da Rotterdam pensò di averne scoperto la reale pronuncia – facendo scompisciare dalle risate, fino al broncospasmo, gli studiosi bizantini che si intrufolavano, allo scopo, nelle sue gremite lezioni. La pronuncia corretta del greco dei vangeli è quella reuchliniana.

E Benedetto XVI, per chi poteva capirla, ha voluto darci anche questa lezione l’altro giorno, pronunciando il suo grazie in greco, ma come l’avrebbero pronunciato Marco, Matteo, Luca, Giovanni e Paolo: il dittongo “eu” correttamente letto “ev”, il “ch” perfettamente aspirato, “ou” letto come una “o” chiusa. Voi direte: che vuole dire tutto ciò?

Ah amici, se poteste ascoltare i vangeli in greco con questa pronuncia, sentireste una musica, non il balbettare gutturale di un insegnante rompicoglioni. Odorereste il mirto e la salvia. Sotto le vostre palpebre chiuse filtrerebbero i riflessi delle acque del lago di Tiberiade. Sentireste il frinire delle cicale. Il vociare dei cambiavalute davanti al Tempio. Rabbrividireste all’interrogatorio di Pilato, come nella visione abbacinante di Bulgakov nel Maestro e Margherita. Ma udireste quel perentorio e dolcissimo egò, detto da Cristo, che non vuole dire semplicemente «io» ma «io (e non altri)». Vedreste Ulisse, condannato a vagare con il suo remo, trovare l’ultimo approdo a Patmos, sedersi a mangiare olive e formaggio di capra in compagnia di Giovanni, Hölderlin e un pretino bavarese.

Foto Ansa

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