Banane e zucche, scimmie e pecoroni. L’anti-razzismo da tastiera è alla frutta

Il geniale gesto di Dani Alves rovinato da quelli “bravi a fare la guerra al razzismo” che solo ora si sono accorti di essere finiti in un grande spot con preservativi e magliette

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Dani_alves_bananaSiamo tutti scimmie, e anche un po’ pecoroni. Sono bastati due giorni perché mezzo mondo s’accodasse a parlare del gesto del terzino del Barcellona Dani Alves, che ha sbeffeggiato un tifoso razzista del Villareal, raccogliendo e mangiando la banana che gli era stata lanciata per scherno. Il frutto è diventato virale, simbolo della lotta alle discriminazioni nel calcio, condiviso su Twitter e Facebook da chiunque: sportivi sì, ma anche gente che con il rettangolo verde c’entra poco, da Matteo Renzi a Raffaella Carrà, da Rossella Brescia a Claudia Pandolfi. Finché alla frutta non ci siamo arrivati davvero quando poi alla tendenza si sono accodate anche varie aziende, dalla Chiquita alla Durex, cui «le banane sono sempre piaciute».

INDIGNAZIONE DA TWITTER. È il tam tam delle campagne web, nauseante quanto basta nel trasformare una protesta in moda, a maggior ragione se dietro c’è una buona causa per cui combattere, ovviamente seduti davanti al pc, mica scendendo in piazza. Un hashtag mette a posto le coscienze, 140 caratteri sono sufficienti per fare la battaglia. Scrivi, premi invio e il gioco è fatto: un susseguirsi di immagini buone per fotogallery e pagine di giornale, un inno alla lotta al razzismo o forse, ancor di più, un narcisista elogio a “noi che siamo bravi a fare la lotta al razzismo”. E via con le convinzioni che adesso la nostra società è un po’ più sensibile e giusta, meno opprimente verso chi è diverso.

neymar_banana_dani_alvesCAMPAGNA DI MARKETING. Il gioco pareva funzionare. Finché ieri alcuni giornali hanno rivelato che dietro la campagna ci sarebbe un’agenzia pubblicitaria brasiliana. La stessa che segue i diritti di immagine di Neymar, guarda caso uno dei giocatori più popolari del momento, guarda caso compagno di Dani Alves al Barcellona, guarda caso uno dei primi a farsi fotografare con la banana. Sarebbe stata, insomma, un’iniziativa di marketing progettata da qualche settimana. L’intento era comunque dei più nobili: replicare agli episodi di razzismo che si vedono negli stadi. Associato a questo, però, provare a vendere anche qualche maglietta, e magari fare un po’ di pubblicità in più a Neymar e soci.

«NON SIAMO TUTTI STUPIDI». «È un’azione che vale più di mille parole», è stato il commento del pubblicitario Guga Ketzer al gesto di Dani Alves: la sua società, Loducca, è proprio quella che ha coordinato in Brasile le operazioni pubblicitarie che hanno fatto seguito alla partita di domenica. Avevano pronta la campagna con la banana: prima o poi il frutto sarebbe volato in testa a Neymar durante una partita, è successo prima al suo compagno e loro non si sono fatti trovare impreparati. Uno stock di t-shirt con il messaggio “Somos todos macacos” era già uscito dalle fabbriche (da vendere a 25 euro l’una, mica noccioline). Ormai essere “anti” è diventata un’ottima professione, che rende mica male, spinta dall’indignazione da pc di chi le battaglie le combatte sui social network. Oggi più o meno tutti i giornali hanno riportato la notizia, e su Twitter è partita una nuova campagna del solito «popolo del web»: #NaoSomosTodosOtarios (“non siamo tutti stupidi”). Un hashtag su cui però qualche dubbio viene. Forse, più che con una banana, bisognava farsi fotografare con una zucca. Vuota.

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