Azzurro tenebra

Di Sandro Bocchio
02 Agosto 2026
Il giro dell'oca per scegliere il ct della nazionale di calcio è ritornato alla casella di partenza. Cioè da Roberto Mancini. Che ha un solo modo per farsi perdonare: vincere
Da sinistra, Claudio Ranieri, Roberto Mancini e Giovanni Malagò, Roma, 29 luglio 2026 (Foto Ansa)
Da sinistra, Claudio Ranieri, Roberto Mancini e Giovanni Malagò, Roma, 29 luglio 2026 (Foto Ansa)

Vera o apocrifa che sia, mai come in questi giorni abbiamo toccato con mano la frase attribuita a Winston Churchill: «Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio». Non si è né giocato (purtroppo), né combattuto (per fortuna), ma quanto detto e deciso ai piani alti romani ben si attaglia a tali parole. Sono sotto gli occhi di tutti le dichiarazioni, spesso improvvide, sulla scelta del governo riguardo le spese militari. E, allo stesso modo, la foliazione dei giornali e le home page dei siti sono state decise dal balletto intorno al nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia. Più una commedia degli equivoci alla Georges Feydeau che una delle tante battute di un grande premier britannico.

Alla fine si riparte da dove tutto era cominciato, come in un gioco di società. Da quel Roberto Mancini che aveva terremotato l’estate 2023 dimettendosi da ct per andare a incassare i (tanti) soldi della Federcalcio araba. Dopo di lui il diluvio, in tutti i sensi. La scelta di puntare su Luciano Spalletti, autore di un Europeo 2024 dimenticabile e della prima zavorra sulla mancata qualificazione mondiale, con tanto di annuncio personale del suo licenziamento tra l’umiliante ko in Norvegia e il successivo match con la Moldova. Quindi, dopo il tentativo a vuoto con Claudio Ranieri, la panchina affidata a Rino Gattuso, andato a concludere l’opera mancando la fase finale con la sconfitta ai rigori in casa della resistibile Bosnia Erzegovina. Inevitabili – stavolta – le dimissioni del presidente federale Gabriele Gravina e la elezione di un vincente come Giovanni Malagò, chiamato a inaugurare un nuovo corso.

Guardiola, Ancelotti, Pirlo

Un nuovo corso da perfetto azzurro tenebra, ricordando lo splendido romanzo sul calcio di Giovanni Arpino. Con scelte apparentemente giuste nei nomi, ma rivelatesi fallimentari nell’operatività in pochissimi giorni, con un timing tale da farci spernacchiare da tutti, mentre altri chiamavano gente come Jurgen Klopp (la Germania) e Zinedine Zidane (la Francia). Si è partiti l’11 luglio con il tandem Paolo Maldini-Leonardo quali direttore tecnico e advisor. Nelle loro mani e nelle loro teste il progetto di una rinascita azzurra, dopo tre mancate qualificazioni mondiali, da affidare a un big della panchina, scartando i papabili dei primi tempi come Antonio Conte (troppo accentratore per i due) e Mancini (troppo traditore per gran parte d’Italia).

Ecco quindi il tentativo pressoché impossibile con Pep Guardiola, quindi quello con Carlo Ancelotti, in ricordo dei bei tempi milanisti. Dal doppio rifiuto alla virata su Andrea Pirlo, altro vecchio cuore rossonero, ma con un curriculum da allenatore tutto da definire. Andrea Agnelli aveva scommesso su di lui nella Juventus post-Sarri nel 2020. Erano sì arrivate una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, però la qualificazione Champions era stata agguantata all’ultima giornata, dopo il suicidio sportivo del Napoli, e da quella squadra ci si attendeva qualcosa in più visti i nomi, a cominciare da quello di Cristiano Ronaldo: un gioco mai decollato in quella annata e nelle successive esperienze in Turchia (Fatih) e in Serie B (Sampdoria).

Da sinistra, Gigi Buffon, Gennaro Gattuso, Gabriele Gravina
Da sinistra, Gigi Buffon, Gennaro Gattuso, Gabriele Gravina (foto Ansa)

Tutti contro Pirlo

Maldini e Leonardo lo avevano richiamato dallo United Fc di Dubai, da un campionato di seconda divisione, in nome del progetto, apparecchiandolo sulla tavola di un poco convinto Malagò. Si correva il rischio infatti di un secondo Gian Piero Ventura. Uno che, almeno, al Torino aveva fatto vedere qualcosa di più come gioco, ma che in azzurro firmò il primo flop Mondiale mancando Russia 2018.

È spuntata così la provvidenziale collaborazione di Pirlo con l’agenzia di scommesse Fonbet, con tanto di viaggio in Russia (con Marco Materazzi) a firmare autografi. Una cosa di maggio, in tanti se ne sono però accorti solo nei giorni del possibile ingaggio azzurro con relative reprimende etiche, visto quanto succede in Ucraina dal 2022. Verissimo e giusto, per carità. Peccato che, tornando al discorso iniziale, per Pirlo si siano alzati scudi moralistici finora mai visti verso uomini della politica italiana, più accomodanti nei confronti del putinismo e in ruoli decisamente più delicati. È comunque bastato per togliere il terreno sotto ai piedi al ct in pectore e, passo obbligato, vedere Maldini e Leonardo dimettersi. Un gesto che ha riportato alla memoria quanto detto da Gerry Cardinale in merito alla collaborazione con l’ex capitano in rossonero: «One-man-show».

Leggi anche

«Uno sbaglio»

Si è così tornati al punto di partenza, passando dall’amichettismo milanista a quello romano. Quello che spingeva a un rientro di Mancini, illustre socio di quel Circolo Aniene di cui Malagò è presidente onorario e totem di riferimento. Il numero uno della Federcalcio ha chiamato l’uomo con cui aveva appena vinto il torneo interno di calcio. Una scelta dettata non solo da un antico rapporto, ma anche da quanto fatto da Mancini come ct. L’Europeo vinto nel 2021, innanzitutto. Poi i 37 risultati utili consecutivi, un gioco convincente dato alla squadra, i pochi talenti valorizzati al meglio. E l’addio nell’estate 2023? «Uno sbaglio», come ha detto il tecnico alla prima conferenza stampa, ben sapendo che le vittorie saranno l’unico modo per farsi perdonare.

Si comincia con una Nations League complicata, che propone proprio la Francia insieme con Belgio e Turchia, quindi si andrà avanti con le qualificazioni europee, senza l’ombrello protettivo garantito dai vecchi amici della Sampdoria, a cominciare da quel Gianluca Vialli di cui si avverte l’assenza ogni giorno di più. Toccherà a Ranieri, nuovo direttore tecnico, farne le veci. Malagò, invece, dovrà ricucire i rapporti con la Lega Serie A e con certa informazione (a cominciare dalla Gazzetta dello Sport) che spingevano forte per Conte: sa che, come successo a Gianni Infantino, ogni mossa sarà ora sezionata senza concessioni. Sono state tre settimane folli per il calcio italiano, alla ricerca di una nuova identità. E che si siano concluse con la morte di un gigante come Franco Baresi, rende il quadro ancora più sconfortante.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.