Bagnasco, i giornali e la questione morale: il Vaticano secondo me

Dopo aver letto i titoli dei giornali, scritti all’indomani del discorso tenuto dal card. Angelo Bagnasco nei giorni scorsi, ripubblichiamo un articolo uscito nel 2010 sul numero 41 di Tempi che analizza il “carosello delle strategie più efficaci per ascoltare la Santa Sede e non capire mai quello che dice”

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Ripubblichiamo l’articolo uscito nel 2010 (n. 41 di Tempi) su come “ascoltare la Santa Sede e non capire mai quello che dice”. Più attuale che mai dopo che i titoli dei giornali si sono esercitati nel cercare di usare le parole del card. Bagnasco come grimaldello per scardinare Berlusconi dalla poltrona di premier.

Brutto affare l’oscurantismo. Ti pare di essertene liberato un giorno, poi te lo ritrovi sotto pelle all’improvviso, come accade coi vizi più incalliti. Così il Vaticano un giorno s’indigna per la bestemmia-barzelletta del presidente del Consiglio e il giorno dopo “tuona” contro il Nobel all’inventore della fecondazione in vitro. Un po’ quel che è accaduto poco più di un mese fa: per un monsignor Marchetto che paragona all’Olocausto le espulsioni dei rom dalla Francia, c’è subito una precisazione che attribuisce la parola a una traduzione imprecisa dell’ormai ex segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti. Quando pensi che finalmente abbiano imparato la lezione di una sana, consapevole e solidale modernità, ecco che questi preti tornano con le dita nella marmellata della loro vetusta dottrina. Ma in fondo bastano pochi accorgimenti e una selezione attenta dei soggetti a cui dare parola di volta in volta e al Vaticano potrete far dire sempre e solo ciò che volete. Tanto poi – sarà per la vecchia storia di essere pecore tra i lupi e nel mondo ma non del mondo – non si lamenta mai nessuno.

La prima regola per far dire al Vaticano ciò che si ritiene opportuno, è mettere le mani avanti sull’annosa questione dell’ingerenza. Un tema dagli accenti fin troppo radicali, che non va utilizzato se non in casi estremi. Perché anche se si è disgustati dal fatto che l’Italia, come scrive Concita De Gregorio sull’Unità, è l’unico paese al mondo «a contenere nel suo ventre lo Stato Vaticano – un peculiare impianto in vitro della Storia, un’infinita gestazione», alcune “ingerenze” sono molto utili. Così il richiamo a lasciare da parte «insulti» e «discordie personali» pronunciato da monsignor Bagnasco nell’ampia prolusione alla Conferenza permanente della Cei è un’ottima occasione per punzecchiare il governo. E allora meglio condividere contritamente la preoccupazione dei pastori angustiati per le sorti del paese, piuttosto che gridare ai “Vatican Taliban” che si intromettono nella politica italiana. In determinati casi l’ingerenza vaticana va pure sollecitata, soprattutto da sinistra, se può esercitarsi sul campione assoluto d’immoralità che risiede tra Arcore e Palazzo Grazioli. Qualcuno ricorderà ancora l’estate 2009, quella della festa della diciottenne Noemi Letizia a Casoria, del divorzio annunciato da Veronica Lario su Repubblica e poi le dieci domande a Berlusconi del quotidiano di Ezio Mauro e ancora il «ciarpame», il lettone di Putin, Patrizia D’Addario, i bagni di Palazzo Grazioli. Al punto che l’Unità pubblicò (6 giugno 2009) la durissima lettera aperta del sacerdote genovese Paolo Farinella a monsignor Bagnasco: «Le prese di posizione della Cei sono un brodino imbevibile – tuonava il prelato –, assistete allo sfacelo del Paese ciechi e afoni. Avete fatto il diavolo a quattro sui Dico e su Prodi ma tacete su un uomo che predica i valori cattolici e poi li mortifica».

Le parole del simpatico Farinella introducono all’altra regola fondamentale: trovare il cattolico giusto. Tendenzialmente il carnet è ben fornito, una volta si andava sicuri, sapendo di poter trovare accenti vagamente berlusconiani nella Compagnia delle Opere («area Cl») e simpatie sinistroidi nell’universo scout. Ora i confini sono più liquidi ma comunque ce n’è per tutti i gusti. Prendiamo il teologo di Carate Brianza, Vito Mancuso. Dopo le riflessioni sull’anima e prima della crisi di coscienza su Mondadori, Mancuso sedeva pochi mesi fa sul divano di Parla con me per confidare a Serena Dandini che lui, come cattolico, si vergognava della linea della Chiesa sullo scandalo pedofilia. Applausi al coraggio e tanta comprensione radical chic sono assicurati quando il popolo si dimostra fieramente lontano dalla gerarchia. Perché, come osservava soddisfatta pochi giorni fa Concita De Gregorio: «I cattolici sono anni luce più avanti delle gerarchie, fanno sesso fuori dal matrimonio, divorziano e si risposano continuando a procreare. Usando anticoncezionali…». Il postulato irrinunciabile è che l’oscura gerarchia vaticana detta regole cattive mentre il popolo vive serenamente un po’ come gli pare. Non solo il popolo: addirittura i preti. Nel 2007 L’Espresso s’è molto divertito con l’inchiesta del confessionale: registra che ti registra, il giornalista scoprì che lungo la penisola ci son preti che assolvono di tutto e non fanno certo le battaglie contro embrioni, provette, convivenze, testamenti biologici e affini. Viceversa: ci sono ancora tonache che cercano di dissuadere il finto penitente intenzionato a far abortire la moglie, perché «è un omicidio».

Torniamo alla già citata estate 2009: quella dei bollori degli impresentabili e del moralismo dei libertini. Come scrisse allora Miriam Mafai su Repubblica, «una velina, una escort, una prostituta è una donna che dispone del suo corpo come crede. O come può». Tuttavia, ragiona la scrittrice, questo “velinismo” non è un gran bell’ideale da proporre alle nostre ragazze. Non certo il risultato che una desiderava dopo anni di cortei, manifestazioni, cerette fieramente rifiutate e asserzioni circa la proprietà dell’utero. Per fortuna poi c’è sempre un divieto vaticano che ci fa capire da quale parte è giusto stare. Dunque se la Santa Sede protesta per il Nobel a Edwards, «centinaia di migliaia di donne – scrive ancora la Mafai su Repubblica – saluteranno con soddisfazione questo riconoscimento al medico che ha regalato loro la gioia della maternità». Sempre meglio angelo del laboratorio che del focolare.

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