Baget Bozzo e quella sua intuizione (ancora incompresa) sul terrorismo islamico

Sacerdote “scorretto”, grande amico e collaboratore di Tempi, don Gianni si spegneva sei anni fa a Genova. Ancora oggi vale la pena di rileggere la sua profetica lezione sull'”irrealtà” come punto di forza del jihadismo. Da Osama Bin Laden al Califfato

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Esattamente sei anni fa, l’8 maggio 2009, moriva a Genova don Gianni Baget Bozzo, sacerdote fuori dagli schemi, fine pensatore, per molti versi profetico, storico amico e collaboratore di Tempi. Pubblichiamo il ricordo di Andrea Camaiora, autore di Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo contro (Marsilio)

Il terrorismo islamico è una questione cristiana prima ancora che una questione ebraica ed è globale e si esprime mediante la persecuzione dei cristiani in tutto il mondo. L’Occidente si illude se pensa di poter separare nei rapporti con l’Islam la questione cristiana da quella occidentale. È prezioso rileggere, a sei anni dalla sua scomparsa, il pensiero di don Gianni Baget Bozzo, intellettuale cattolico mai prono ai salotti radical chic e al buonismo imperante, per anni autorevole firma di Tempi.

«Per sua natura e vocazione, l’Islam ha il compito di superare il cristianesimo nella rivelazione definitiva di Maometto, “sigillo della profezia”». Così don Gianni scriveva l’11 settembre 2001, a poche ore dalla distruzione delle Torri Gemelle.

Ma il politologo e teologo genovese, che prima dell’elezione di Karol Wojtyla al soglio di Pietro invocò pubblicamente l’ascesa di un Papa straniero, provocando per questo l’irritazione profonda del cardinale di Genova Giuseppe Siri, cui era legato da amicizia e collaborazione, aveva avvertito l’Occidente del pericolo fondamentalista senza bisogno di attendere l’attentato che sconvolse il mondo portando la guerra per la prima volta dalla guerra civile americana sul suolo degli Stati Uniti: «L’Islam considera il Cristianesimo come un cane morto e l’Occidente come il vero nemico. I preti ignorano la prima verità, laici e sinistra la seconda». Un messaggio duro, sferzante, contrario al politicamente corretto.

«È da tredici secoli – ricordava don Gianni – che i cristiani conoscono attraverso il dominio, la pirateria, la conversione forzosa, il martirio, la volontà islamica di sostituire con la violenza il cristianesimo nella storia. Degli attentati di New York e Washington, l’islamismo politico è responsabile e, per quanto l’Occidente non voglia riconoscerlo, la guerra di religione è entrata nella storia perché l’Islam non distingue tra politica e religione». La lezione della morte di Bin Laden, la lezione che un intellettuale del calibro di Baget Bozzo cercava di trasmettere, è che non c’è spazio per le illusioni: l’uccisione del capo di Al Qaeda è un colpo formidabile. Un colpo che ha contribuito a salvare Obama alle elezioni. Ma, certo, non è la fine della storia. Non è la fine della guerra: è solo un momento importante della lotta al terrorismo. Per certi versi è stato un momento determinante, perché ha svegliato per un attimo l’Occidente dal torpore, ricordando che il fantasma del fanatismo di matrice islamica è immanente e che la partita è tutt’altro che conclusa e che, per competere ad armi pari, l’Europa deve smettere di dividersi e deve capire che cosa è e per quale ragione l’Occidente è combattuto.

Tristemente dopo le Torri Gemelle è accaduto di tutto e accade ancora oggi di tutto. Si moltiplicano gli attentati terroristici in Europa, gli sgozzamenti, le decapitazioni dei cristiani, lo stupro delle giovani che credono in Gesù, il rapimento dei bambini. L’Occidente non ha memoria, figuriamoci l’Italia! Anche dopo la strage degli studenti cristiani in Kenya, anche dopo le conversioni forzate all’Islam, sotto minaccia di morte, nessuno ha ricordato cosa accadde il 14 agosto 1480 a Otranto. Dove cioè 813 abitanti della città salentina vennero uccisi dai turchi per aver rifiutato di convertirsi all’Islam dopo la presa della loro città.

camaiora-don-gianni-baget-bozzo-marsilioLa politica occidentale – ci ha insegnato don Gianni – pensa il mondo islamico con categorie occidentali, ritenute le sole razionali. Ma la cultura islamica si è costruita sul rifiuto del potere autonomo della ragione. Ecco spiegata la riflessione di Papa Ratzinger a Ratisbona che, a dispetto delle violente critiche subite dal Santo Padre, ha finito coll’aprire un dibattito nel mondo musulmano perché il pontefice ha saputo dire con coraggio che i musulmani rischiano di eliminare la ragione dalla loro fede e che non può esistere un rapporto accettabile tra violenza e religione e, quindi, una religione che rifiuti la ragione. È questa la sfida lanciata dai cristiani consapevoli della propria identità e che potrebbe essere raccolta, come dimostrano le ripetute dichiarazioni del presidente egiziano Al Sisi.

Baget Bozzo ci aiuta anche a capire realmente il peso di Bin Laden nel mondo islamico: «Osama ha contrapposto l’umma, la comunità islamica mondiale, agli Stati dei Paesi arabi contestando il fatto che essi possano essere considerati autorevoli per un musulmano visto che sono oggettivamente alleati dell’Occidente. L’atto di rifondazione dell’umma di cui Bin Laden si è proclamato califfo si regge con la sola legge del Corano e della tradizione islamica. Ciò non trova corrispondenza nella tendenza dell’ortodossia islamica e neppure consensi diffusi nel mondo musulmano. Tuttavia, proprio il non essere razionale e realistico – sottolineava il teologo – lo rende più islamico. È questo il fatto che dà forza ad Al Qaeda e che è stato impossibile comprendere nella sua realtà».

Qual è la forza di Al Qaeda? «Nel Cristianesimo l’utopia non funziona ma nell’Islam, in cui l’evento fondante del divino non è la creazione ma il Corano, non la “cosa” ma la “parola”, ciò che è “parola” è più reale di ciò che è “cosa”. Gli Stati dei Paesi musulmani sono “cosa”, Al Qaeda è “parola” e quindi esercita una presa diretta sull’identità islamica di persone che non condividono la sua azione, ma che la sentono come islamica, persone che partecipano alla “parola” anche se non condividono la “cosa”. È proprio la sua “irrealtà” che rende il terrorismo islamico un fatto eventuale, nel senso che può dissolversi e poi ricostituirsi, creare un turbine e poi sparire nel vento come la sabbia del deserto». Con questa tempesta del deserto, oggi chiamata Califfato, dovremo ancora fare i conti.

Foto Ansa