L’azienda che produce prodotti a base di cannaboidi chiede ai propri dipendenti di non essere «storditi» sul luogo di lavoro

Stati Uniti: sempre più aziende richiedono esplicitamente ai dipendenti di non consumare marijuana. Un editoriale sul Corriere sulla liberalizzazione della marijuana: «È una abdicazione dalle proprie responsabilità educative»


Dopo aver annunciato in pompa magna il suo sostegno alla battaglia per la legalizzazione della marijuana in tutti gli Stati Uniti, il New York Times ha cominciato a seguire i problemi generati dalla “canna libera”. L’ultimo riguarda una nuova categoria di discriminati e una nuova categoria di discriminatori: i lavoratori che si drogano in orario di ufficio e i datori che vorrebbero impedirlo.

«ASTENERSI CONSUMATORI DI CANNABIS». Secondo il quotidiano americano, infatti, «nonostante 23 Stati permettano l’uso medico o ricreativo della marijuana, gli esperti di lavoro dicono che la maggior parte delle aziende insiste sulle politiche drug-free. Il risultato è uno scontro tra una cultura che accetta sempre di più la marijuana e le compagnie che licenzieranno i lavoratori che ne fanno uso».
Succede infatti che anche in quegli Stati come Washington e Colorado, che hanno legalizzato il consumo di marijuana, si leggano annunci di lavoro di questo tipo: «Astenersi consumatori di marijuana» per un posto da meccanico a Denver. Per essere assunti in una concessionaria della Chevrolet nella stessa città non bisogna «fare uso di droghe» e molte aziende, come una che lavora nell’ambito del riciclaggio a Seattle, specificano che vige «tolleranza zero anche sulla marijuana».

«DISCRIMINAZIONE». Questo comportamento è «discriminatorio», secondo i sostenitori della droga libera, visto che in alcuni Stati ora la marijuana è legale. I datori di lavoro invece rispondono che chi fuma marijuana è pericoloso e meno affidabile, senza contare che la sua assicurazione sanitaria costa di più. Per il New York Times non assumere o licenziare i fumatori di marijuana sarebbe però un gesto «ipocrita» ma perfino le aziende che producono prodotti a base di cannabinoidi, come Open Vape, richiedono ai propri dipendenti di «non essere storditi dalla marijuana durante l’orario di lavoro». Spiega così il motivo David Kochman, consulente legale dell’azienda: «Come non vogliamo che i dipendenti escano a pranzo e bevano tre martini, così non vogliamo che escano e fumino marijuana».

LA MARIJUANA FA MALE. Il punto che gli antiproibizionisti non vogliono capire, afferma oggi Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera, è in realtà molto semplice: la marijuana «fa male». «Gli effetti nocivi del consumo di marijuana – scrive – sembrano ormai accertati. (…) Si tratta di dati di fatto che dovrebbero spazzar via il mito dell'”erba” che non ha mai fatto male a nessuno, ancora largamente circolante come se fossimo rimasti agli Anni 60 e a Woodstock. Ma questo non avviene e i danni prodotti dalla cannabis sono ricordati di rado, anche per paura di apparire altrimenti retrogradi e bacchettoni».

PROBLEMA EDUCATIVO. La «svolta culturale dei Paesi occidentali» a favore della liberalizzazione, di cui il New York Times si è fatto principale interprete, secondo Belardelli «è una svolta di cui non credo ci sia da andar fieri, poiché dietro di essa si intravvede, nelle classi dirigenti e più in generale nelle classi d’età adulte dell’Occidente, una abdicazione dalle proprie responsabilità educative. Spesso, dietro il consumo di droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono le difficoltà esistenziali, la crisi dei valori, le prospettive grigie di vita in cui tanti giovani oggi si dibattono». Problemi che non si risolvono con «lo slogan e l’illusione della “marijuana libera”».