Avanti popolo, armatevi di carrelli. Tutti alla Colletta alimentare

Torna oggi il gesto di solidarietà più partecipato d’Italia. Tutto grazie a una comunità umana che insieme al pane va insacchettando il senso della vita

Oggi, sabato 24 novembre, anche l’ultimo poveraccio potrà riempire il carrello per il povero. L’adunata è al supermercato, sotto quello strano pulpito scompigliato da bambini, braccia colme di barattoli di latte in polvere, sughi e pelati, scatolette di ceci e pacchi di pasta: perché oggi è la Giornata nazionale della Colletta alimentare. E questo significa che da Agrigento ad Aosta potremo andare al supermercato per metterci al seguito di chi pedala contro il vento buonista e assistenzialista, per far nostre, con un gesto personale e concreto, le richieste – e quanto c’è di giusto in queste richieste – di quanti non hanno da impiattare nemmeno pasta e ceci per mettere insieme l’oggi con il domani.

La Colletta la si racconta così, o con i numeri – 8.200 tonnellate di cibo raccolte l’anno scorso in 13 mila punti vendita sparsi in tutta Italia – oppure con le storie dei 145 mila volontari e di 5 milioni e mezzo di italiani che nel 2017 hanno donato una parte della propria spesa.

UN HABITUS RICONOSCIBILE

I numeri dicono che il popolo ci ha preso gusto, che dal 1997 la Colletta alimentare è il gesto di solidarietà più partecipato d’Italia. E si capisce: quando la carità non è cosa da mecenati e filantropi diventa il gesto più popolare e pubblico possibile, cioè raggiunge tutti, si pesa, si vede, si porta in tavola. Ci dicono che quest’anno insieme agli alpini parteciperanno anche i bersaglieri, che è possibile anche fare la colletta online (dal 22 al 26 novembre), che anche questa volta verranno servite oltre ottomila strutture caritative che aiutano oltre un milione e mezzo di bisognosi in Italia, tra cui quasi 140 mila bambini fino ai 7 anni.

Quello che i numeri non dicono è che la Colletta ha un habitus che la distingue da tutti gli altri gesti. Qualcosa che ha a che fare con la costruzione di una comunità umana: oggi sono duemila i volontari della rete del Banco alimentare, 21 le sedi territoriali che ogni giorno recuperano eccedenze da tanti donatori della filiera agroalimentare e le redistribuiscono a mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, tutti uniti nella più nobile delle imprese, “dar da mangiare agli affamati”. Perché?

UN GESTO DI POPOLO

L’idea di un Banco italiano sull’esempio della della Fondacion Banco de Alimentos di Barcellona nasce nel 1989, quando si incontrano il cavalier Danilo Fossati, fondatore della Star, e monsignor Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione. E l’idea di una chiamata alla solidarietà ogni ultima domenica di novembre arriva pochi anni dopo, quando il direttore del Banco alimentare Marco Lucchini si trova con Mario Amati a Parigi per partecipare ad una riunione della Fedération Européenne des Banques Alimntaires. Notarono allora dei manifesti che pubblicizzavano la Giornata nazionale della Colletta: «Al ritorno in Italia ne parlammo con gli amici della Fondazione proponendo di lanciare anche qui un gesto analogo, di natura e dimensioni popolari, imperniato su una modalità che permetteva di incontrare tante persone e di proporre un’iniziativa semplice e molto concreta, in cui tutti potessero sperimentare il valore della gratuità, donando cibo oppure tempo ed energie per raccoglierlo».

Una delle prime persone ad essere coinvolte, si racconta nella storia del Banco, fu Vitaliano Bonacina: «Mi misi all’opera per impostare un programma operativo che comprendeva il coinvolgimento delle catene distributive da una parte e delle organizzazioni Banco alimentare regionali dall’altra, le quali dovevano poter contare su molti volontari in grado di far conoscere l’iniziativa a chi andava a fare la spesa e di garantire il ritiro dei prodotti offerti. Il risultato fu un successo inaspettato: 1.350 tonnellate raccolte».

LE MANI OLTRE LE INFERRIATE

Da allora la Colletta ci ha reso tutti un po’ donatori e volontari, madri, padri, alpini, ragazzi, anziani, ricchi e meno ricchi, carcerati – sì, dal 2010 la Colletta ha debuttato anche tra i galeotti e oggi sono 24 gli istituti di pena e centinaia i detenuti coinvolti. «Quando ho visto le mani dei miei compagni di detenzione protese oltre le inferriate, che lasciavano cadere nel carrello dei volontari una scatola di ceci o di pasta, mi sono venute le lacrime agli occhi pensando a quanti sacrifici era costato quel piccolo ma grandissimo dono. Era la conferma che tutti portiamo nel cuore un desiderio di bene», racconta Fabrizio, oggi uomo libero e tra i primi ad avere organizzato la Colletta tra le sbarre il 24 novembre 2010.

Anche gli avanzi valgono oro. A Milano i furgoni di Siticibo (il programma del Banco alimentare nato come sperimentazione della “Legge del buon samaritano”, che consente il recupero e la redistribuzione di alimenti freschi e cibo cotto alle onlus che hanno come attività l’aiuto alimentare per fini di solidarietà sociale) partono ogni mattina prestissimo per raggiungere l’hinterland per le prime consegne. «Ci fate sembrare dei ragazzi normali, anzi ci sentiamo quasi ricchi», dicono i ragazzini davanti alle colazioni a base di latte, succhi e cereali offerte dal progetto “Evviva la colazione!” che vede i volontari del banco raggiungere oltre 330 strutture caritatevoli territoriali che si occupano di anziani e bambini poveri.

«L’anno scorso vi ho aiutato, quest’anno vi ho portato anche mia mamma» spiega la ragazza capitata quasi per caso ad indossare la pettorina da volontaria in un supermercato della Brianza durante la Colletta 2017. E in tutti, indistintamente, il fenomeno di una unità percepibile, far parte di una strana banda per dar da mangiare all’affamato, diventa contagioso.

UN PEZZO DI PANE, UNA GOCCIA DI DESTINO

Diventa condivisione del pane, sì, ma anche di un pezzetto di vita e destino, «probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà – ha detto papa Francesco in occasione della II Giornata mondiale dei poveri lo scorso 18 novembre – e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido. Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato».

Il Papa ha incontrato i volontari del Banco il 21 novembre, ricevendo uno scatolone simbolico della Colletta. I volontari hanno poi donato all’elemosiniere pontificio, il cardinale Konrad Krajewski, circa 2.400 chilogrammi di alimenti a lunga conservazione da distribuire ai poveri nelle mense vicino al Vaticano; e a questa donazione ne seguirà un’altra post Colletta.

Quando milioni di poveracci (madri, padri, ricchi e disgraziati, ma comunque brava gente, gente che ce la mette tutta) avranno ancora una volta dato il pane ai poveri e condiviso l’unico gesto necessario da Aosta ad Agrigento, l’unico fattore necessario per mettersi in moto quando si insacchetta il cibo, si scarica la merce nei magazzini, si effettuano le consegne e che nessun ordinamento statale renderà mai superfluo: un aiuto concreto. Un aiuto – tocca ribadirlo anche oggi, mentre facciamo la spesa – non ad abolire la povertà, ma a condividere i bisogni per condividere il senso della vita.

Foto Ansa