Autonomia. Non ci guadagnano i ricchi, ci guadagnano tutti

La frenata dei grillini, il nodo delle risorse, l’equivoco “allarme secessione”. Ma sulle richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna è in gioco la responsabilità di tutto il paese

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Tutto rinviato al parlamento. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha preso atto dell’istruttoria di Erika Stefani, alla guida del dicastero per gli Affari regionali, sull’attuazione dell’autonomia differenziata di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. L’obiettivo era arrivare entro pochi giorni all’avvio della procedura prevista dall’articolo 116 comma 3. Ma la riforma, che ha già avuto il via libera del ministero dell’Economia, è stata subito frenata da un contro-dossier Cinque Stelle: «Guai alla creazione di cittadini di serie A e cittadini di serie B», «troppa fretta, il dibattito va parlamentarizzato», qualcuno azzarda che «la procedura proposta è incostituzionale» ed è «a rischio il ruolo del parlamento». Di fatto, il percorso delle intese che attribuisce alle tre regioni competenza legislativa su materie oggi controllate da Roma (23 sono quelle richieste da Veneto e Lombardia, 15 quelle richieste dall’Emilia Romagna) è stato avviato ma i nodi da sciogliere restano.

COSA CHIEDONO LE TRE REGIONI

Tutto ruota intorno alle risorse. Le richieste delle tre Regioni sono diverse: la bozza del Veneto consente una compartecipazione regionale agli investimenti pubblici e privati attraverso il credito d’imposta. Scuola, sanità e lavoro le materie che vedranno rafforzate maggiormente le competenze regionali. In particolare sulla scuola, i professori neoassunti potranno diventare dipendenti regionali e non più statali, e pur mantenendo il contratto nazionale potranno ottenere integrazioni (sul modello della provincia autonoma di Trento). Rafforzati anche i poteri sull’alternanza scuola-lavoro e nel finanziamento delle scuole private. Compartecipazione regionale sugli investimenti e piena autonomia sul credito di imposta per la Lombardia, che chiede anche maggiore libertà sulla gestione degli avanzi di bilancio e di risorse stanziate e inutilizzate; resta da sciogliere il nodo della regionalizzazione del sistema dei trasporti, mentre per lavoro e scuola l’accordo dovrebbe ricalcare quello del Veneto.

Non chiede invece di assumere alle proprie dipendenze i professori neoassunti l’Emilia-Romagna, ma di poter programmare la rete educativa e istituire un proprio fondo per il diritto allo studio, agenzie regionali per il lavoro e maggior potere di collegamento fra infrastrutture. Voce importante anche la sanità: la regione chiede di poter assumere personale necessario in deroga alle disposizioni nazionali. In generale, il capitolo più conflittuale, dopo quello dei beni culturali e dell’ambiente (sta girando un appello lanciato dal Comitato per la Bellezza e dall’Associazione Bianchi Bandinelli contro l’intesa già firmato da centotrenta intellettuali, fra storici dell’arte, archeologi, urbanisti, scrittori e saggisti), riguarda sicuramente quello delle infrastrutture: Lombardia e Veneto chiedono di avere in mano le concessioni e determinare le tariffe, o di affidare le infrastrutture territoriali in housing a una società affidata agli enti locali, ma il ministro Danilo Toninelli non ne vuole sapere.

IL NODO DEI SOLDI

Qual è il problema vero? Lo riassume bene Repubblica: visto che le nuove attribuzioni consentiranno di ottenere maggiori entrate, occorre stornare le spese fin qui sostenute dallo Stato, così da scongiurare un «indebito vantaggio» per le regioni autonome. Posto che su «indebito» ci sarebbe da discutere, nel referendum promosso da Lombardia e Veneto si era calcata la mano sul residuo fiscale, la possibilità di trattenere una quota delle tasse raccolte sul territorio. La questione resta aperta, a quantificare il costo delle funzioni trasferite da Roma sarà intanto una commissione paritetica tra Stato e Regioni. Il calcolo si baserà inizialmente sullo storico, i costi attualmente sostenuti dalle tre regioni, l’obiettivo è arrivare nel giro di un anno a definire dei costi standard. L’attribuzione delle risorse per finanziare le nuove funzioni assegnate alle regioni avverrà invece attraverso la cessione di una quota Irpef o un’aliquota a valere su un’imposta statale.

Il Messaggero esemplifica: fatto 100 il gettito dell’Irpef di una Regione e 20 il costo delle funzioni trasferite, la regione dovrebbe contribuire alla spesa statale solo con 8 decimi del gettito Irpef e non con 10 decimi come le altre regioni. Il primo anno questo meccanismo resta neutrale: lo Stato spende 20, le regioni ricevono 20 e per il bilancio pubblico non cambia nulla, ma siccome il gettito Irpef dipende dall’andamento economico (se cresce l’economia, cresce il gettito), il secondo anno a fronte di una spesa che vale 20 le regioni potrebbero trovarsi in cassa un gettito di 22: a chi andrà questo surplus?

LE OBIEZIONI DI M5S E PD

La bozza prevede che il gettito «maturato nel territorio della Regione» resti di sua competenza. Non è chiaro ancora il meccanismo poi di calcolo dei costi standard della commissione paritetica che verrà istituita apposta e dovrà cooperare con la commissione tecnica per i fabbisogni standard già esistente. Inoltre sul pieno controllo di alcune tasse regionali chiesto da Lombardia e Veneto il Mef si è detto contrario: la tassa sull’auto, l’Irap, l’addizionale Irpef, ossia tutte le tasse che le Regioni chiedono di incassare direttamente, sono tributi erariali, dunque «di competenza statale esclusiva» sostiene il Mef. Come si coniugano dunque le tre intese con la legge sul federalismo fiscale e i meccanismi previsti di perequazione? Sono le obiezioni al centro del contro-dossier grillino per bloccare la corsa della Lega, condivise anche da governatori del Pd (Lazio e Toscana in testa) che gridano «alla secessione dei ricchi». «Noi diciamo no a qualsiasi ipotesi di secessione mascherata», rincara il candidato alla segreteria del partito democratico Maurizio Martina.

L’ALLARME SECESSIONE NASCE DA UN EQUIVOCO

Obiezioni rigettate da Valerio Onida, nessuna secessione, spiega a Repubblica, nessun attentato alla coesione sociale: «L’autonomia ha come scopo anche il riconoscimento delle differenze, e questo in sé è un valore». Secondo il costituzionalista non aumenterà il divario tra Nord e Sud, tutto nasce «da un equivoco. Dall’errata convinzione che le risorse oggi destinate alle regioni più povere saranno trasferite a quelle più ricche. Il monte risorse che oggi viene speso in ogni Regione, in virtù dell’autonomia differenziata non cambia. Cambia soltanto in parte la titolarità della sua gestione. È un potenziamento dell’autonomia». Nessuna discriminazione, solo più spazio all’autogoverno delle collettività territoriali: è così che andrebbe inquadrata l’autonomia, come il tentativo «di consentire alle differenze che esistono fra i diversi territori e le rispettive comunità di esprimersi in forma di autonomia, fermi restando i doveri e le politiche di solidarietà inter-territoriale a favore delle aree meno ricche del Paese».

IL NORD LEGHISTA E UN SUD GRILLINO

«L’autonomia entra nelle case di tutti e chi governa meglio spenderà meno. Non ci sarà nessuno cittadino italiano che ci perde una lira. Chi gestisce meglio, evidentemente risparmia e potrà utilizzare quei risparmi», ha chiarito il ministro Matteo Salvini, parlando coi cronisti al termine del Cdm e annunciando un vertice la prossima settimana con Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte. Il ministro Stefani annuncia che ci sarà un «confronto del parlamento prima delle firme». Anche se premette che è difficile che «il ddl sia emendabile».

Sulle tre bozze si sta quindi giocando la tenuta del governo. Non è in discussione l’autonomia in sé (il ministro Stefani ha confermato che sono state ufficialmente ricevute richieste di autonomia da parte di Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche), ma la contrapposizione tra Nord leghista e Sud grillino. In un editoriale uscito ieri sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia centrava poi una seconda questione: «L’ordinamento non prevede, tranne casi eccezionalissimi, alcuna forma di controllo e di sanzione effettiva da parte dell’autorità centrale sull’attività interna delle Regioni, sul modo in cui esse vengono amministrate dai loro rispettivi governi. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti».

DONAZZAN: «SFIDA ALLA RESPONSABILITÀ»

D’accordo Elena Donazzan assessore regionale all’istruzione, alla formazione, al lavoro e pari opportunità del Veneto dove l’autonomia è la madre di tutte le battaglie: «L’autonomia è una sfida alla responsabilità, rafforza quella delle Regioni che fino ad oggi hanno dimostrato di saper gestire al meglio le risorse dello Stato, ma chiede anche allo Stato di esercitare la propria responsabilità con forza. Intervenendo laddove le cose non funzionino. Ma seriamente. Perché quanto è accaduto nel caso dei commissariamenti sulla sanità è sotto gli occhi di tutti. Il mio presidente Luca Zaia ha parlato più volte di “tagliandi” di questa autonomia. Siamo noi a chiederla ma anche a chiedere responsabilità allo Stato per farla funzionare».

In base alla bozza, Donazzan può dirsi soddisfatta: «Avevamo chiesto di poter fare maggior programmazione legata al territorio, risolvere problemi annosi quali la stabilizzazione del personale (entrata in ruolo, copertura dei posti, concorsi), garantire una permanenza dall’entrata in ruolo di almeno cinque anni, gestire direttamente dell’ufficio scolastico regionale e divisioni territoriali. E così è stato. Vogliamo personale qualificato e vogliamo restituirgli la dignità che merita. Restano aperte alcune questioni come l’individuazione di uno strumento giuridico che consenta a chi è in organico di scegliere dopo tot anni se restare nello Stato o entrare nei ranghi regionali. Io sono per la chiarezza temporale: esaurite le graduatorie potremo avviare i concorsi su base regionale per i nuovi assunti, naturalmente rispettando il diritto pregresso di chi è già in organico».

IL VENETO NON È “RICCO”, IL VENETO LAVORA SODO

Oggi il Veneto versa allo Stato 15,5 miliardi in più di quanti ne riceva sotto forma di servizi, e per Donazzan l’individuazione dei costi standard andrebbe finalmente a chiudere una definizione di costi veri e non basata su una media della spesa nazionale: «Il Veneto ci “guadagnerebbe” in entrambi i casi: fatti i costi medi, il nostro per tutta una serie di fattori come lo scarso assenteismo, risulta molto più basso. In altre parole se ci venisse riconosciuta una spesa media potremo fare festa. Ma il punto è un altro: il costo standard impegna finalmente lo Stato a stabilire il giusto valore di funzioni e prestazioni. Fatta salva la soglia, da definire, di solidarietà nazionale, si dovrà determinare ora di quante risorse del residuo fiscale attivo potremo godere».

Probabilmente la cifra si baserà su un combinato disposto tra spesa storica ed esigenze reali. Perché l’autonomia non è una secessione ma un antidoto alla secessione: «Non è ricco l’artigiano veneto che chiede che le scuole dei suoi figli siano collegate al territorio, non è “ricco” indebitamente il Veneto. Il Veneto lavora, lavora sodo e merita di avere una gestione e una qualità dei servizi coerente con il lavoro che genera. Non è una secessione: è una sfida alla responsabilità».

Foto Ansa

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