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L’atea femminista Camille Paglia contro i democratici che nascondono la verità sull’aborto

aprile 12, 2016 Benedetta Frigerio

L’intellettuale ultra-abortista critica l’ipocrisia di edulcorare (a fini politici) una pratica che «contrappone il più forte al più debole, e solo uno sopravvive»

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«La violenza intrinseca all’aborto non può essere scacciata da un pensiero magico. Come ho scritto: “L’aborto contrappone il più forte al più debole, e solo uno sopravvive”». Giovedì scorso, in un commento all’ultima polemica elettorale sull’aborto che ha coinvolto sia Donald Trump sia Hillary Clinton – il primo dichiaratosi convinto che la donna che uccide il figlio in grembo debba essere «in qualche modo punita», la seconda finita nel mirino del movimento “pro-choice” per aver definito il feto come «una persona non nata» – la femminista atea di sinistra Camille Paglia ha messo in luce per Salon l’ipocrisia con cui viene affrontato il tema dal femminismo democratico.

LA VERA VITTIMA. Pur ribadendo di essere favorevole «all’accesso all’aborto senza restrizioni», Paglia non nasconde che al centro della questione ci sia l’eliminazione di un bambino, ed esprime profonda «repulsione» per la leggerezza con cui questa dura verità è stata espulsa dal dibattito in modo da poter trasformare «i diritti riproduttivi» in uno «strumento ideologico utilizzato senza scrupoli dal mio partito, i democratici, per accendere passioni, raccogliere soldi e indirizzare voti». Per l’allieva di Harold Bloom si tratta niente meno che di «un processo mercenario» che contrappone ad affermazioni come quelle di Trump la risposta automatica della Clinton: «La salute delle donne è sotto attacco in America». Ma «chi è la vera vittima qui?», domanda Paglia pretendendo dal fronte abortista il coraggio delle proprie posizioni.

QUELL’«EUFEMISMO CODARDO». Paglia ricorda di essere stata sostenitrice e finanziatrice del colosso delle cliniche dell’aborto Planned Parenthood, «finché non realizzai, per la mia disillusione, come fosse diventato una ramificazione segreta del partito democratico». Paglia critica pesantemente «il silenzio assordante da parte delle femministe della seconda generazione sulle ambiguità etiche del loro sistema di pensiero pro-choice», bollando per esempio lo stesso termine “pro-choice” come un «eufemismo codardo». Di più. Secondo l’intellettuale atea e libertina i democratici pro-choice «sono diventati insensibili ed estremisti sull’aborto. C’è una vacuità morale al centro del femminismo carrierista occidentale, un codice secolare borghese che vede i figli come un ostacolo alla realizzazione personale o come un problema organizzativo da delegare a bambinaie di classe operaia». Ma tutto questo è nascosto dietro a slogan e parole d’ordine studiate per edulcorare la realtà.

ONORE AL CATECHISMO. Verso il movimento pro-life, invece, Paglia ammette di nutrire «profondo rispetto» perché il loro punto di vista ha «un retroterra morale elevato». «Anche se io sono atea», scrive, «riconosco la superiore bellezza morale della dottrina religiosa che difende la sacralità della vita. La qualità dell’idea e del linguaggio nel Catechismo della Chiesa cattolica, per esempio, supera qualsiasi cosa appartenga al femminismo accanitamente utilitarista. A riguardo del comandamento “Non uccidere”, il Catechismo dice: “La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio… Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” (n. 2258). O questo: “La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita” (n. 2270)». Domanda la femminista controcorrente: «Chi rappresenta l’umanesimo più autentico in questo campo, il Catechismo cattolico o il femminismo pro-choice?».

L’INCOERENZA PROGRESSISTA. L’aborto mette il forte contro il debole e «solo uno sopravvive», ribadisce Camille Paglia. Che conclude invitando i progressisti femministi che temono «l’espansione dei diritti del feto» a farsi «un esame di coscienza sulla retorica automatica con cui squalificano la causa pro-life. Un credo liberal che è variamente contrario alla guerra, contrario alle pellicce, vegano e impegnato nella protezione ambientalista delle specie a rischio come il gallo della salvia o l’allocco macchiato, non dovrebbe trattenere in maniera così stridente la sua immaginazione e la sua compassione verso il non nato».

Foto marcia pro Planned Parenthood da Shutterstock


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3 Commenti

  1. Sebastiano says:

    Paola Murino, che gli rispondi a fare all’arcobalenato?
    Guarda che lui probabilmente è favorevole anche “all’aborto post-nascita”…
    E a dire il vero anche a un’altra decina di schifezze, che non sto qui a riassumere (ma la cosa che li accomuna è l’assoluto disprezzo per i bambini).
    Saludos

  2. Michele says:

    Dice Galasi:

    “La verità sull’aborto è che quando l’aborto era illegale molte se lo facevano praticare dalle mammane e quindi morivano. Avere l’aborto legalizzato è solo un modo per tutelare le donne. C’entra poco la metafisica qui.”

    Ora, se nella maggior parte degli aborti clandestini le donne morivano (questa mi sembra l’interpretazione più corretta di Galasi), allora dato che allora, a sentire le femministe, se ne praticavano 300.000 l’anno, dobbiamo con una certa approssimazione ritenere che morivano più di 150.000 donne in età fertile all’anno (chissà quante donne sono morte sotto i ferri di Emma Bonino!).
    Basta andare a vedere i dati sulla popolazione in quegli anni per capire che quei numeri mai e poi mai si raggiungevano, anzi le donne morte ogni anno per complicanze legate a gravidanza, parto e puerperio erano negli anni ’70 qualche centinaio e peraltro in costante diminuzione.

    Che poi gli abortisti devono spiegarci com’è che le mammane, abili nel praticare aborti e nel far rendere economicamente la propria attività, fossero così sprovvedute da evitare misure igieniche minime e far morire, oltre al feto, quasi sempre anche la donna. Veramente una stupidità mostruosa, tenendo conto che il corpo di una donna difficilmente si riesce a farlo sparire nel nulla senza che nessuno se ne accorga… Oddio, nel mondo di Galasi è probabile che simili minus habens esistano a iosa.

    E ancora, dato che gli aborti clandestini sono circa 20.000 all’anno (secondo il ministero) o 40.000 (secondo Repubblica) dobbiamo concludere che a tutt’oggi muoiono ogni giorno di aborto decine e decine di donne al giorno (altro che femminicidio!) e senza che nessuno denunci tutto questo!

    In realtà è abbastanza semplice rendersi conto come le morti per aborto clandestino siano state (e siano) pochissime e per ovvie ragioni:

    a) chi lo pratica non vuole farsi scoprire e quindi non lascerà tracce, ed una donna morta è la più grossa delle tracce

    b) non vuole farsi cattiva pubblicità, e quindi vuole offrire alle clienti qualcosa di decente, non un ambiente a rischio elevatissimo di morte

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