Aspettate a fare i funerali alla sussidiarietà

Per molti è fallita; ma può fallire una concezione antropologica? Può essere fallimentare, ma non fallire

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Si può ancora parlare di sussidiarietà o con essa dobbiamo riferirci ad un mondo che non c’è più? Negli ultimi anni il principio di sussidiarietà, entrato nella Carta europea, nella Carta costituzionale, in moltissimi lavori accademici, ispiratore di molteplici bandi riguardanti i servizi pubblici (non solo di welfare), pare molto fiaccato. Sembra quasi che non abbia più nulla da dire. Come dire: esperienza passata, guardiamo avanti. È propriamente così? Oppure, siamo noi ad aver male interpretato il principio, ad averlo ridotto, per stringenti ragioni politiche, a pura pratica amministrativa, a farne equazione con la devolution, a usarlo un po’ come ci pareva? L’impressione è che la sussidiarietà non sia stata compresa appieno, perché difficile da far rientrare nelle categorie della politica. In fondo, si può davvero fare welfare affidandosi alla società? Può la sussidiarietà essere la risposta ai mali per non arrenderci all’idea che prendersi cura di qualcuno e di tutti non è solo un mondo che vorremmo o un intento d’animo volontaristico o il buco nero delle nostre casse pubbliche? Per molti la sussidiarietà è fallita; ma può fallire una concezione antropologica? Può essere fallimentare, ma non fallire. La sussidiarietà è stata davvero fallimentare? E l’abbiamo davvero applicata? Cos’è davvero la sussidiarietà?

Giuseppe Monteduro è curatore del volume Sussidiarietà e innovazione sociale (FrancoAngeli)

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